I Longobardi, un progetto per un popolo che ha cambiato la Storia.

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La Gens Langobardorum all’inaugurazione della mostra.

Ebbene sì, c’era anche la Gens Langobardorum, il 21 e il 22 dicembre scorsi, all’inaugurazione della tappa napoletana della mostra I Longobardi. Un popolo che cambia la Storia; la corte di Arechi II è stata vista aggirarsi all’interno delle grandiose sale del Museo Archeologico Nazionale,  forse un po’ disorientata davanti alle grandiose vestigia degli Antichi, ma confortata dall’incontro con i cugini settentrionali del gruppo La Fara di Cividale, con i quali abbiamo potuto scambiarci idee e progetti; può essere stato così l’incontro con i nobili in fuga dal Regno di Desiderio conquistato da Carlo Magno, che Arechi accolse e cui diede l’honor della comitiva?

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Femminile longobardo, Nord e Sud.

È inutile dire che, nei momenti in cui siamo stati liberi di aggirarci tra le sale della mostra, le mie pupille assumono una sagoma decisamente cuoriforme: almeno io tanti reperti tutti insieme, provenienti da un capo all’altro della penisola, da Nord a Sud, e di tale bellezza, non li ho mai visti.
Si parte dalle origini, dalle tombe del primo periodo, i cui corredi funerari rivelano certo una cultura “altra” rispetto a quella romana, ma certo non “rozza” e “barbarica”. Molte di queste primitive necropoli si trovano non solo in Friuli, ma anche in Piemonte, segno che i Longobardi, quando entrano in Italia, non vi entrano come delle orde allo sbaraglio pronte a conquistare il primo territorio che capiti loro a tiro: al contrario, sanno perfettamente dove andare, tanto che in Piemonte sorge precocemente un ducato. Questo perché i Longobardi erano già geneticamente e culturalmente fusi con i Romani almeno dal periodo dello stanziamento lungo il Danubio, e la contaminazione culturale una volta valicate le Alpi è molto precoce. Certo, all’inizio possono trovarsi alcune tracce delle usanze del periodo nomade, come quei crani deformati ottenuti fasciando strettamente la testa di bambini ancora neonati: bambini appartenenti a famiglie di alto lignaggio, da cui sarebbe potuto venir fuori un potenziale capo. Oppure la consuetudine di seppellire con il padrone cani e cavalli: e si tratta di cavalli giovani e forti, sacrificati apposta. Quello dei Longobardi può essere dunque un ottimo esempio di integrazione, soprattutto grazie alla forza amalgamante del Cristianesimo, cui si deve la continuità ininterrotta della vita delle città, sotto la guida dei vescovi.
Ed è proprio nelle città che si conserva la scrittura, come testimoniano le epigrafi soprattutto a partire dall’età di Liutprando; ma già prima di Rotari l’aristocrazia longobarda faceva scrivere e stendere documenti. C’è la volontà di creare una scrittura identitaria, come testimoniano sia le epigrafi, sia i libri, sia i documenti. Inutile dire che mi ha fatto un gran piacere vedere spiccare tra i reperti l’epigrafe proveniente da San Pietro a Corte con il testo dettato da Paolo Diacono, unico reperto salernitano là in mezzo; così come sono rimasta letteralmente incollata per mezz’ora ad un Codice di X secolo copiato a Montecassino che conteneva il corpus della Medicina Antiqua (appena possibile lo trascrivo tutto per intero, promesso).

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Marphais in assetto di guerra.

Non che problemi non ce ne siano: ad esempio, vedo molte crocette in oro (che venivano cucite sui sudari), e praticamente nessuna raffigurazione della Vergine con Bambino, men che meno in trono. Questa immagine infatti sarebbe andata contro la stessa fede di un Longobardo delle origini, che è sì cristiano, ma ariano, ovvero non crede nella divinità del Cristo. Per avere rappresentata la Theotòkos con il Bambino dovremmo aspettare il IX secolo, quando la vediamo ad esempio negli affreschi della chiesa di Sant’Ambrogio a Montecorvino Rovella (Salerno); influenze carolingie, passate attraverso punti di confine come l’abbazia di San Vincenzo al Volturno. La grande religiosità dei Longobardi traspare comunque, da tutto, non solo dal numero di chiese dedicate a San Michele Arcangelo, santo “nazionale” e in qualche modo ” sostituto “di Wotan, ma anche dai cofanetti in osso a capanna finemente lavorati che racchiudono le reliquie dei santi, più preziose dell’oro, palladi delle città, tanto che trafugare delle reliquie equivaleva a espugnare una città.

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La domina Teodenanda e la sepoltura.

Di necropoli longobarde l’Italia ne conta almeno 47, di cui le più grandi e le più ricche sono sicuramente quelle di Trezzo sull’Adda, Nocera Umbra e Castel Trosino: vere e proprie miniere d’oro da cui riemergono i preziosi corredi funebri, i gioielli e gli accessori che ornavano abiti da parata andati perduti, maschili e femminili. E che portano il segno della contaminazione culturale: fibule a disco romane dalla elaborata lavorazione a cloisonné convivono con quelle germaniche a staffa o con quelle a S tipiche delle origini. Dopotutto molti artigiani sono itineranti, i modelli passano con facilità da una cultura all’altra. Vengono sepolti con il defunto oggetti della sua vita quotidiana, come i raffinatissimi pettini in osso, comuni ad entrambi i sessi; tanto sfarzo serve a mettere in chiaro a tutti lo status del morto, nel momento del passaggio di consegne del potere che le esequie rappresentano. C’è persino chi si fa seppellire con il “servizio buono”, calici e bicchieri nel costosissimo vetro soffiato che gli artigiani longobardi non sono in grado di lavorare, e quei corni potori che, contrariamente a quanto molti pensano, non sono di derivazione longobarda, ma romana tardoantica.

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Cariperga e l’esposizione della Gens.

L’arrivo di questa mostra a Napoli, prima di approdare a San Pietroburgo, è stata anche l’occasione per il ripartire del progetto Longobard Ways Across Europe, che era già stato presentato tra l’altro quest’anno in occasione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum. Si tratta in sostanza di un progetto europeo, un corridoio geoculturale che va dalla Svezia meridionale fino alla provincia di Cosenza, e che coinvolge tutti i territori toccati dai Longobardi. Il Sud Italia, l’antico ducato di Benevento, costituisce la quarta macroarea del progetto, e ha i suoi poli nei tre grandi centri longobardi di Capua, Benevento e Salerno; per esplicitarla e far funzionare al meglio i vari sottoinsiemi è stata costituita un’ATS (Associazione Temporanea di Scopo) fra i tre comuni principali coinvolti. Sarà un’occasione per far conoscere meglio le testimonianze longobarde del nostro territorio, sia quelle materiali come il complesso San Pietro a Corte, sia quelle immateriali che si nascondono nella nostra cultura popolare e nella nostra enogastronomia.
E questo lo si potrà fare anche attraverso rievocazioni storiche che coinvolgano la Gens Langobardorum e altri gruppi longobardi italiani. Dunque, restate collegati, ne vedrete delle belle…

Per saperne di più:
Longobardi: un popolo che cambia la storia, a cura di Gian Pietro Brogiolo, Federico Marazzi, Caterina Giostra, Milano, Skira, 2017.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a I Longobardi, un progetto per un popolo che ha cambiato la Storia.

  1. Renaldo Fasanaro ha detto:

    Approfitto dell’argomento per invitare gli iscritti al prossimo evento nella cattedrale di Salerno per la ricorrenza della traslazione delle reliquie di S. Matteo 6 maggio del 954 voluta dal principe longobardo Gisulfo I.
    La mostra che si apre il 29 aprile 2018 alle ore 18 nella Sala S. Tommaso della cattedrale di Salerno sottolinea il culto del santo nella fase di passaggio tra regno longobardo e ducato normanno .
    La mostra resterà aperta dal 29 al 6 maggio ed anticipa la grande mostra di settembre 2018 che si terrà sullo stesso tema a Salerno.
    Vi aspetto numerosi!
    Grazie
    Renaldo Fasanaro

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