Cuore normanno

Un piccolo chiarimento per iniziare, a scanso di equivoci: non sono un’amante del genere rosa. Ma proprio per niente. Lo trovo banale, scontato, quasi morboso nell’illustrare un gioco a due in cui il resto del mondo pare quasi tagliato fuori. Da adolescente mi feci prestare da mia zia qualche romanzo di Liala, e li lessi più per l’eleganza dello stile letterario che per altro. Per giunta la mia formazione da medievista mi rende alquanto diffidente verso quelli che chiamo i “rosa-confetto-pseudo-storici”, cioè quei romanzetti stile harmony che si spacciano per storici ma che di storico non hanno assolutamente niente, specie se si tratta di Medioevo (in particolare quelli più recenti, dove, quale che sia la loro epoca di ambientazione, è molto più curata la parte tra le lenzuola che la parte al di fuori).
In questo caso, però, è partito tutto dall’incontro casuale su internet con una dottoressa di ricerca in archeologia medievale, italianissima nonostante lo pseudonimo, e dall’informazione altrettanto casuale che stesse per uscire la sua opera prima, un romanzo ambientato nella Puglia dell’XI secolo, durante la conquista normanna. Che volete farci, l’ambientazione era così insolita e stuzzicante per un romanzo storico e l’autrice così convincente nella sua concretezza che mi sono lasciata coinvolgere, e, superando la repulsione per la copertina decisamente stucchevole, ho acquistato il libro.

Cuore normanno, di Anna Joy French, Milano, Mondadori, 2015.

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Dal fuoco divino: Ildegarda e la medicina delle pietre.

La decima visione – miniatura dallo “Scivias” – Dresda, Landesbibliothek

C’è un aspetto particolarmente intrigante nella medicina di Ildegarda di Bingen, e che soltanto di recente si è cominciato a studiare: la sua attenzione alla cura mediante le pietre preziose. Su questo aspetto, però, come su molti altri, c’è molta confusione, e certuni hanno creduto di poter accostare l’uso delle pietre preziose che fa Ildegarda con la cristalloterapia di origine orientale tanto in voga oggi.

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Storia del ponte del diavolo: “Lucifer XIV”

La leggenda e simile a quella di molti altri ponti medievali sparsi per l’Italia: c’è un ponte, una comunità che ne ha bisogno e un diavolo che, evocato, lo costruisce, spesso in una sola notte. Da questo spunto, l’associazione culturale La traccia nel tempo è partita per raccontare la storia del “Ponte del Diavolo” di Lanzo Torinese, costruito nel 1378 non lontano dal capoluogo piemontese, classificato addirittura tra i trenta ponti più belli d’Italia. Nasce così il lungometraggio Lucifer XIV, tuttora in lavorazione, la cui regia è stata affidata ad Alberto Mattea, già autore di Imago Christi, uscito nel 2018.

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Le antipatie di un poeta: Petrarca e i medici.

Altichiero – ritratto di Francesco Petrarca, particolare da da San Giorgio battezza re Sevio – Padova, Oratorio di San Giorgio, 1376.

Riconoscere la grandezza di Francesco Petrarca, uno dei mostri sacri della lingua e della poesia italiana, il primo degli umanisti, il cantore di Laura, poeta finanche incoronato con l’alloro in Campidoglio, è fin troppo facile. Più difficile è tracciare un profilo dell’uomo che teneva in mano il calamo per tracciare quei versi.
Il prof. Giuseppe Lauriello, primario emerito di pneumologia e storico della medicina, autore del libro Grandezza e drammi nella letteratura italiana, dal canto suo, non ha dubbi:
«Un gran maleducato, e anche molto invidioso.»

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Tutti a Firenze, eldorado medievale

di Amedeo Feniello

Prima della peste trecentesca la città toscana era la terza metropoli d’Europa per abitanti: le sue prospere attività economiche richiamavano persone di ogni genere. Poi venne lo “splendido congelamento” rinascimentale, anticamera di un lungo declino.

Firenze, si sa, nel Medioevo, non fu una città come le altre, ma fu “la” città. Per eccellenza. E i suoi cittadini il “Quinto elemento del mondo”, come tenne a ribadire uno che di mondo – e di uomini – se ne intendeva, il Papa Bonifacio VIII, all’epoca del primo giubileo della Cristianità. Oggi, potrebbe apparire stonato riparlare di questo universo, magnifico ed evanescente nello stesso tempo. Si direbbe: ne è passata di acqua sotto i ponti della storiografia, con migliaia e migliaia di pagine sull’argomento. Invece no: nel volume dal titolo ammaliante Come albero fiorito (Mandragora), quattro giovani nonché brillanti autori – Silvia Diacciati, Enrico Faini, Lorenzo Tanzini e Sergio Tognetti – hanno tracciato un ritratto per molti versi inedito di Firenze nella sua epoca più splendente.

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Amicizia al sommo grado: il matrimonio secondo Tommaso d'Aquino.

Scena nuziale, miniatura dal “Decretum Gratiani”, fine XIII sec. – Laon, Bibliothéque municipale.

Quando ci capita di immaginare il matrimonio medievale, ci viene quasi sempre spontaneo figurarcelo con le tinte più fosche possibile, soprattutto per le donne: null’altro che la vendita di una figlia a uno sconosciuto scelto dagli interessi delle rispettive famiglie, che sanciva l’inizio di una schiavitù anche sessuale, terminante non poche volte con la morte per una gravidanza finita male.
Ancora peggio, poi, se tocchiamo il tasto del matrimonio visto dal clero: ci salgono alla mente parole come sottomissione, sudditanza, quasi ripugnanza per una situazione il cui unico scopo sarebbe stato quello di rifornire il mondo di vergini, dato che in altro modo non avrebbero potuto nascere.
Ma le cose stavano davvero così?
Per scoprirlo, tiriamo in ballo il teologo per eccellenza del Basso Medioevo, Tommaso d’Aquino, sul quale padre Gabriele Scardocci, giovane domenicano fresco di ordinazione e laureato in filosofia e teologia dogmatica all’Angelicum, ha da poco dato alle stampe un agile libretto, Questo mistero grande: Il sacramento del matrimonio in San Tommaso D’Aquino; è chiara l’assonanza del titolo con versetto della lettera di Paolo agli Efesini che accosta il matrimonio al rapporto tra Cristo e la Chiesa (“Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa”, Ef. 5, 32), e il suo scopo dichiarato non è solo quello di fornire in quanto sacerdote un ausilio per la pastorale nuziale, ma come studioso anche quello di sfatare qualche mito riguardo al pensiero dell’Aquinate sul matrimonio.

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Principatus Salerni, III edizione – Alto Medioevo mediterraneo

Solo pochissimo tempo prima non ci avremmo nemmeno osato sperare, ma alla fine è accaduto: la terza edizione dell’evento made in GensPrincipatus Salerni” si è fatta, il 26 e il 27 ottobre, ed è stato un successo spettacolare. E il tutto grazie ad un nostro progetto che ha avuto l’approvazione del Fondo per le Rievocazioni Storiche del Ministero per i Beni Culturali e ci ha permesso di tradurlo in realtà senza passare quasi un anno a vendere biglietti della lotteria. Abbiamo potuto così permetterci di avere non solo i nostri fedelissimi longobardi di Fortebraccio Veregrense e Benevento Longobarda e gli Orientali pugliesi degli Imperiales Friderici II, ma anche la Militia Buxenti di Caselle in Pittari, l’Ordine del Lupo di Avellino e i Pugliesi Historia Bari.
Finalmente, dopo ben quattro anni, Salerno ha potuto rivivere l’atmosfera degli anni 871-872, quando la città fu assediata dagli Agareni (Saraceni), con il suo sapore multietnico e multiculturale; nonché l’adrenalina di una battaglia vera, quella finale tra gli assedianti e gli assediati.

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