Condannati alla forca ma salvi nell’anima: storia delle Misericordie.

di Cesare Segre

Alcuni manuali istruivano sul modo in cui comportarsi con i condannati: mescolavano insegnamenti dottrinali e suggerimenti psicologici.

Pietro da Rimini (?) - San Nicola da Tolentino sostiene un impiccato, particolare di affresco dalle Storie di San Nicola, 1320-1325 - Tolentino, basilica di San Nicola, cappellone di San Nicola.

Pietro da Rimini (?) – San Nicola da Tolentino sostiene un impiccato, particolare di affresco dalle Storie di San Nicola, 1320-1325 – Tolentino, basilica di San Nicola, cappellone di San Nicola.

Sino a non molto tempo fa, l’impiccagione era considerata uno spettacolo, così come il rogo o la decapitazione. Avveniva, a un orario prefissato, in una piazza centrale, e il pubblico era indifferente alle sofferenze dei giustiziati; di solito anzi sottolineava rumorosamente il suo consenso, anche se ci furono pochi casi in cui parteggiò per i morituri. La scena iniziale di questa cerimonia s’è vista infinite volte nelle pitture o nei film: il condannato giunge in corteo, accompagnato dalle autorità religiose e civili, e affiancato da un frate che lo conforta o lo intontisce biascicando preghiere. Avvenuta l’esecuzione, il suo cadavere viene ancora vilipeso, esposto al pubblico ludibrio, o anche fatto a pezzi da un perito settore (ancora nel Settecento, Goethe assisté a una realizzazione di questo scempio). Si continuò in questo modo per secoli (e ancora si continua, in qualche parte del mondo). Ma vi furono anche mutamenti della procedura, segno di tempi un po’ più umani. Uno di questi mutamenti è l’istituzione, nell’Italia del tardo Medioevo, delle «Misericordie», confraternite che tra le opere di carità curarono in particolare la preparazione e l’assistenza ai condannati. Questi volontari, laici, s’impegnarono a lenire le sofferenze di chi era sottoposto a giudizio, e ad assicurarne la sepoltura in terra consacrata: un impegno importante, dato che in precedenza il cadavere straziato veniva disperso o sepolto come quello d’un animale; ciò che costituiva, nella psicologia del tempo, un raddoppiamento della pena. Continua a leggere

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La Congiura delle Torri

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Una domanda che amo fare sempre ai consacrati è questa: come ti è arrivata la famosa “chiamata” che ti ha portato a lasciare tutto e scegliere la vita di sacerdote o di suora? La risposta è stata sempre la stessa: è un mistero, si fa prima a viverlo che a spiegarlo.
Immagino dunque che raccontare come nasce una vocazione alla vita consacrata sia un’impresa tutt’altro che facile; e ancora di più se si tratta della scelta di un tipo di consacrazione che oggi non esiste più, come quella degli ordini militari del XII secolo. Eppure è esattamente quello che ha provato a fare lo scrittore sanremese, bergamasco di adozione, Francesco Fadigati nel suo romanzo storico La Congiura delle Torri. Continua a leggere

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Trotula e Caterina d’Alessandria tra passato e presente.

Milo Manara - Trotula, olio su tela.

Milo Manara – Trotula, olio su tela.

Forse non è un caso che la festa di Santa Caterina d’Alessandria, patrona della Scuola Medica Salernitana, che cade il 25 novembre, coincida con la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne; e non sorprende dunque che proprio ad una donna, e alla medica più importante della Scuola, Trotula, sia dedicato il convegno che ha aperto la cerimonia a cura dell’Università Nuova Scuola Medica Salernitana, la quale si è conclusa tra l’altro con l’annuale assegnazione del premio a lei dedicato. Presenti anche molti ragazzi di licei salernitani, in particolare gli studenti dell’Istituto S. Caterina Amendola, quelli del Liceo Scientifico Leonardo da Vinci e quelli dell’Istituto psico-pedagogico Regina Margherita.
Tra i premiati, proprio due dei relatori della mattinata: il prof. Maurizio Bifulco, presidente della Facoltà di Medicina e Farmacia dell’università di Salerno (già vincitore tra l’altro del premio per la Storia della medicina della Scuola Medica Salernitana «Lumen et Magister») e la scrittrice Dorotea Memoli Apicella, autrice del romanzo Io, Trotula, già alla terza edizione e tradotto anche in Inglese. Continua a leggere

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Stupor Mundi – Pasquale Squitieri (1998)

«Il problema non è darla, il problema è prenderlo. Se non lo prendi, non cresci come donna. Io ho tre figlie femmine. E quando avevano 10, 12, 13 anni, ho chiesto: ma siete ancora vergini? Ma che vergogna! Bisogna liberarsene subito. Ho detto che era disgustosa questa cosa che fossero ancora vergini. […] Ma quale piccole. E poi oggi una ragazzina di 12-13 anni ne sa più di qualunque altro con tutto quello che ha a disposizione dall’informazione. Fanno paura»

Sono rimasta sconvolta quando ho letto di chi fossero queste parole, pronunciate durante il programma radiofonico “La Zanzara” su Radio 24; è vero che in rete circolano tante sciocchezze, ma la fonte era più che attendibile.
Erano uscite dalla bocca del regista napoletano Pasquale Squitieri.
Lo stesso uomo che nel film Li chiamavano briganti aveva raccontato in tutta la loro crudezza gli stupri delle donne lucane violentate dall’esercito speciale inviato a fare “piazza pulita” contro i briganti, e il coraggio delle donne unitesi, contro tutto e tutti, a queste bande di resistenti.
Non mi sarei mai aspettata, vedendo quelle immagini, che chi le aveva girate pensasse questo delle donne. E non me lo sarei aspettato nemmeno vedendo le immagini di un altro film, in cui le donne, in vario modo, occupano uno spazio molto importante: Stupor Mundi, del 1998. Continua a leggere

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La moda quattrocentesca secondo Paola Fabbri: l’importanza del dettaglio.

Dall’aprile del 2016 è on-line il volume e-book della collana “Living History”, a cura di Andrea Carloni e della casa editrice Bookstones di Rimini, La moda italiana nel XV secolo. Abbigliamento e accessori, della piemontese Paola Fabbri.
Nell’ambiente della rievocazione, l’autrice è conosciuta per l’atelier di sartoria storica che porta il suo nome, e lei ha voluto condensare in questa pubblicazione multimediale più di vent’anni di ricerche sull’abbigliamento quattrocentesco italiano:
«L’idea di questo libretto è nata già nel 2005, – racconta, – allo scopo di riassumere e mettere a disposizione di rievocatori, sarti storici e appassionati la marea di fonti e pubblicazioni che avevo raccolto nel corso degli anni, alcune delle quali introvabili. Solo due anni fa, però, questo progetto ha potuto concretizzarsi, grazie al contributo di Andrea Carloni; ne è venuto fuori un libretto di facile consultazione e comprensione, un vademecum che chiunque, anche chi è ai suoi primi passi nel mondo della rievocazione, può avere all’occorrenza a portata di mano.» Continua a leggere

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Lettere di Caterina da Siena

Per il decimo volume della nostra biblioteca virtuale, andiamo decisamente sul pesante: proponiamo nientedimeno che le lettere di Caterina da Siena, le lettere di una suora giovanissima che, nella seconda metà del Trecento, riuscirono a far tremare mezza Europa.
Sono quasi quattrocento lettere, ricche di pathos e impazienza, ma da cui traspaiono anche intelligenza e una statura spirituale a dir poco gigantesca. Questa terziaria domenicana morta a trentatré anni, che sapeva appena leggere e scrivere e che il grosso delle sue lettere le dettava, parla a persone comuni, monaci e monache, sacerdoti, non fermandosi nemmeno davanti a vescovi, cardinali e papi, sbattendoli davanti ai loro errori senza alcuna soggezione e indirizzandoli sulla retta via; si occupa anche di politica, non sopporta chi pensa solo ai propri interessi a scapito del bene comune. Sa anche però essere dolce e materna, scrive ai carcerati chiamandoli “carissimi figli in Cristo dolce Gesù” e racconta nei particolari al suo padre spirituale come abbia assistito un condannato a morte, Niccolò di Toldo, arrivando ad accompagnarlo fin sul patibolo.
Pur agendo con l’autorità delle sue visioni, Caterina non si limita al semplice ruolo di “portalettere di Dio”: queste lettere scaturiscono anche dalla sua personale ricerca spirituale, che rende il suo sguardo più penetrante rispetto a quello di altri.  Insomma, Caterina si dimostra capace di portare un messaggio che è anche il suo, quello di una donna forte, perspicace e anche intelligente, perché, come ammette lei stessa in una delle sue lettere: «la conoscenza è necessaria per la nostra salvezza, perché ogni virtù deriva dalla conoscenza».

Cliccare sull'immagine per leggere il libro.

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E la messa iniziò a guardare in alto

di Roberto Beretta

La campanella, le orazioni mentali, l’adorazione… Ma è solo dal medioevo che l’elevazione è ritenuta il momento centrale del rito, «oscurando» persino la comunione. E all’inizio i vescovi temevano che innalzare l’ostia diventasse un gesto idolatrico o superstizioso. Due esperti ripercorrono la storia di un atto liturgico da ricomprendere.

E quando fu che, probabilmente a torto, l’elevazione divenne il punto centrale della messa? Lo sappiamo con esattezza: fu tra l’XI e il XIII secolo, in ambiente cluniacense, in Italia e Francia soprattutto; e – particolare da paradosso – all’inizio i vescovi ne erano parecchio preoccupati, poiché pensava­no che la cosa potesse degenerare in i­dolatria… Continua a leggere

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