Medicus

Sono molte le cose che ho imparato da quando pratico rievocazione storica, una delle quali è questa: solo un vero rievocatore può sapere cosa desidera un altro rievocatore (soprattutto se bibliofila patologica come me). Come il nostro marphais Talarico, presidente della Gens Langobardorum, e relativa consorte Cariperga, i quali un Natale mi onorarono di un libro, già il titolo del quale bastò per dare ai miei occhi un aspetto cuoriforme:
Cosa poteva desiderare di più un’aspirante medica salernitana?

Medicus, di Noah Gordon.

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C’era una volta… Trotula

Per cortesia di Federica Cafaro

Il maleficio di una strega malvagia ha rubato il sorriso ai bambini, e solo l’arte di una medica di nome Trotula può restituirglielo.
Così inizia il delizioso libro per bambini Trotula e il Giardino Incantato, una storia che ha per protagonista proprio la più nota rappresentante femminile della Scuola Medica Salernitana, la medica Trotta detta Trotula. Una storia con tutti gli ingredienti della fiaba, che racconta Trotula e la Scuola Medica Salernitana a misura di bambino, mescolando reale e immaginario, personaggi vissuti in epoche diverse come Alfano e Matteo Silvatico, una fata di nome Fusandola e una sirena venuta da lontano; d’altronde, anche nel Medioevo Trotula entrò nella tradizione poetica e popolare del Nord della Francia e dell’Inghilterra con il nome di Dame Trot.
Questo libro è opera collettiva di una intera squadra di autori, in primis il trio di soci Roberta Pastore, Anella Mastalia e Valerio Calabrese, ma coinvolge altre professionalità, come quella di Federica Cafaro, 31 anni, laureanda in Architettura all’Università Federico II di Napoli, autrice delle illustrazioni i cui colori mediterranei illuminano le pagine. Sono curiosa di sapere come ci sia finita in questo progetto.

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Dame e principesse: tutta la verità.

Gustave Doré – La Bella Addormentata, incisione – 1867.

Si può dire che negli ultimi anni il mondo delle fiabe sia stato attraversato da una vera e propria rivoluzione: la scomparsa della principessa.
Già, perché il pensiero femminista, mettendo la fiaba sotto la sua lente d’ingrandimento, ha finito per considerare la principessa uno stereotipo negativo per le future donne, una “fanciulla in pericolo”, ingenua e delicata, che per venire fuori dai guai in cui è finita ha bisogno del suo “principe azzurro” (un uomo) e il matrimonio con lui rappresenta la sua massima aspirazione. Un cliché che insomma dovrebbe essere demolito, a vantaggio di un’eroina che si salva da sola, niente affatto docile e che tiene il “principe azzurro” fuori dal suo orizzonte. La protagonista delle fiabe moderne, insomma, è la guerriera, che basta a se stessa, e per se stessa combatte.
Ma siamo sicuri che la principessa sia un personaggio oramai sorpassato, da relegare ai “brutti vecchi tempi”, quando la donna era sottomessa?

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Il “Virgilio mago” salernitano: Pietro Barliario

Simon Mago – mosaico, XII sec. – Palermo, Cappella Palatina

Un tempo lontano, nel 1100, nella città di Salerno, viveva un uomo illustre di nome Pietro Barliario: era medico e maestro di medicina, ma coltivava una passione particolare per la magia e la negromanzia. Con le formule contenute in alcuni libri trovò il modo di assoggettare i demoni ai suoi ordini, e di far fare loro tutto quello che voleva. Da loro fece costruire il porto di Salerno, ma poiché i demoni potevano lavorare solo fino al canto del gallo, Pietro Barliario diede ordine di sterminare tutti i galli della città; tuttavia uno ne scampò al massacro e una notte cantò, mettendo in fuga i demoni, e così il porto rimase incompiuto. In un’altra occasione fece costruire, in una sola notte, i cosiddetti “archi dei diavoli”, cioé l’acquedotto medievale che ancora oggi si può vedere tra via Velia e via Arce.
Un brutto giorno, però, due suoi due nipotini, approfittando di un momento in cui lo zio non era in casa, aprirono di nascosto i suoi libri di magia nera, e rimasero talmente terrorizzati da ciò che videro scritto da cadere morti tutti e due. Al suo ritorno, Barliario scoprì la disgrazia, e, divorato dal rimorso, bruciò tutti i suoi libri di negromanzia; si rinchiuse nel monastero di San Benedetto, dove rimase prostrato in preghiera davanti al crocifisso di legno dipinto implorando il perdono di Dio. Dopo tre giorni e tre notti, giunse la risposta: il crocifisso di legno chinò la testa in avanti suggellando la sua assoluzione. Pietro Barliario prese così i voti come monaco benedettino in quello stesso monasgtero, dove morì nel 1149 alla veneranda età di novantatré anni.

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Danzare nell’Oriente medievale: le danze arabo-andaluse

Musici e danzatrice arabi – legno dipinto, XII sec. – Palermo, soffitto della Cappella Palatina – Per cortesia del Gruppo Imperiales Friderici II.

Soltanto sentir risuonare queste due parole, danze arabe, perché compaia davanti ai nostri occhi un’immagine: quella di odalische discinte che eseguono i movimenti sinuosi della danza del ventre nell’atmosfera conturbante dell’harem, per il diletto del sultano, loro signore.
Niente di più sbagliato.
Anzitutto perché la bellydance, quella che noi chiamiamo “danza del ventre”, non ha niente a che vedere né con gli harem né con il Medioevo: è la rielaborazione di una danza egiziana compiuta in sostanza tra Ottocento e Novecento in Francia, come danza da cabaret e da teatro. E poi perché gli harem, i ginecei del mondo arabo, non sono affatto i “bordelli privati” degli uomini di casa, men che meno dei sovrani: sono le stanze delle signore, e signore colte in molti casi, vere e proprie mecenati, nelle quali si coltivano sì musica, poesia e danza, ma anche astronomia e medicina.
A dirmelo è un’esperta di cultura araba, Claudia Soheir, danzatrice e maestra dell’Accademia ASD Danze Orientali Salerno, che ha vissuto e studiato in Egitto e ora non perde occasione per abbattere luoghi comuni sulla cultura araba, come fa in quanto direttrice artistica della manifestazione “Un ponte sul Mediterraneo” ad Agropoli.
È dunque a lei che mi rivolgo per sapere qualcosa di più su come si danzasse davvero nel mondo arabo medievale.

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Dall’Abruzzo per la Scuola Medica Salernitana. Una classe a lavoro contro i pregiudizi.

Qualche piccolo problemino di connessione, ma alla fine ce l’abbiamo fatta: il 22 dicembre, al tempo della didattica a distanza causa Covid19, la Scuola Medica Salernitana è entrata nella classe III d del Liceo Classico Vittorio Emanuele II di Lanciano (CH). In pieno Abruzzo, dunque, nel XIII secolo comunque parte a tutti gli effetti del Regno di Sicilia, e di una storia che comunque i ragazzi sentono come loro.
E ancor più lo sente la loro professoressa di Latino e Greco Antonella Festa, che mi ha coinvolto in questa chiacchierata, con il computer a cercare di far sentire vicini una ventina di adolescenti, ragazze per la maggior parte, collegati dalle proprie case; un’insegnante di quelle appassionate, e che cerca di trasmettere la passione per il sapere, ancor prima che il sapere stesso, ai giovani a lei affidati. Aggiungiamoci che è anche membro della Società Italiana delle Letterate, dunque abituata a non offrire soltanto lo sguardo maschile sulla letteratura e sulla Storia.

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La Scuola Medica Salernitana diventerà patrimonio UNESCO?

Casa del medico – miniatura dal “Post Mundi Fabricam” di Ruggiero da Frugardo, XIII sec. – Londra, BL.

Lo scorso 6 novembre il Comune di Salerno, l’Università, la Soprintendenza e la Fondazione Scuola Medica Salernitana hanno firmato il protocollo d’intesa per varare tutta una serie di progetti che dovrebbero portare, entro il 22 marzo prossimo, a candidare ufficialmente all’UNESCO la Scuola Medica Salernitana come Patrimonio Immateriale dell’Umanità.
Tutto è cominciato lo scorso anno, durante la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, grazie all’incontro tra Erminia Pellecchia, giornalista del “Il Mattino” e storica dell’arte, e il prof. Luca Cerchiai, docente di Etruscologia e Archeologia Italica all’Università di Salerno; iniziativa appoggiata immediatamente dall’assessore alla cultura di Salerno, Antonia Willburger, di origine austriaca, organizzatrice di eventi di lunga data.
Finora sono stati scelti i delegati delle istituzioni coinvolte che faranno parte del Comitato Organizzatore; è già stato previsto, covid permettendo, un ciclo di conferenze nei luoghi della Scuola Medica; a gennaio, poi, si inizieranno a coinvolgere le scuole, con una ricerca sulla toponomastica; ci sono infine in cantiere una serie di attività di ricerca universitaria con studenti e laureandi, e la creazione di prodotti “pop” come un gioco da tavolo e un libro di fiabe. L’obiettivo? Creare fermento e coscienza tra i cittadini a proposito di un passato in cui Salerno era la Città della Medicina per eccellenza in Europa.

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Ildegarda: una “solista” tra Cura e Grazia

Ildegarda, la Città di Dio e le Virtù Teologali – miniatura dal “Liber Divinorum Operum”. XIII sec. – Lucca, Biblioteca Capitolare.

La storica Maria Giuseppina Muzzarelli ha definito il Medioevo l’epoca del “compossibile”: cioé l’epoca in cui, a dispetto di una società che in diversi contesti si trascina dietro l’eredità maschilista del diritto romano, la voce delle donne ha la possibilità di farsi sentire. Il più delle volte come una sorta di “basso ostinato”, un brusio di sottofondo alle voci maschili dominanti; ci sono, però, molte voci soliste femminili che hanno modo di emergere, e queste voci sono ascoltate.
E una di queste voci soliste è sicuramente Ildegarda di Bingen.
Non dobbiamo, però, commettere l’errore di porla su un altro piano rispetto al suo tempo, soprattutto quando si parla delle sue due opere di argomento medico, volgarmente note come Physica e Causae et curae.

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I “Langobardi” in un documentario: Alboino e la Storia Viva.

Procedono, nonostante le inevitabili restrizioni causa pandemia, i lavori per realizzare la nuova fatica del gruppo di rievocazione storica Invicti Lupi di Romans d’Isonzo: il documentario Langobardi. Alboino e Romans, prodotto dalla Base2 Video Factory e diretto dal regista Simone Vrech.

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“Mulieres Salernitanae” al Premio Italia Medievale

Dal 1 dicembre scorso chiunque può segnalare i propri candidati preferiti al Premio Italia Medievale 2021 semplicemente inviandoli per email all’Associazione Italia Medievale.

Dal 1 febbraio 2021 saranno online quelli che avranno ottenuto il maggior numero di segnalazioni insieme a quelli selezionati dal direttivo dell’Associazione Italia Medievale per la XVIII edizione del Premio Italia Medievale.

A me personalmente piacerebbe molto che “Mulieres Salernitanae” avesse la possibilità di essere tra i candidati al Premio per la sezione editoria: sarebbe una bella soddisfazione non tanto per me, ma per loro, per Trotta, Rebecca, Sabella, Margherita, Venturella e Costanza. Un bel riscatto dopo secoli di oblio.

Se anche voi la pensate come me, segnalate pure “Mulieres Salernitanae. Storie di donne e di cura” di Federica Garofalo (Torino, Robin 2020) per la sezione editoria all’indirizzo info@italiamedievale.org .

In bocca al lupo, Mulieres!

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