I Vichinghi – Richard Fleischer (1958)

“Vikings”, “Norsemen”, “The Last Kingdom”… In questi ultimi anni si stanno moltiplicando le serie televisive, soprattutto di provenienza anglosassone, dedicate agli “Uomini del Nord”. Il problema di queste serie televisive, però, è che non solo non hanno niente di storico, ma, pur presentandosi come come tali, e avendo a volte magari anche storici come consulenti, non hanno nessuna intenzione di sforzarsi, proponendo non solo costumi e scenografie che non c’entrano nulla con il periodo storico (sarebbe chieder troppo), ma riducendo una popolazione così complessa come quella dei cosiddetti “Vichinghi” (o meglio, “Scandinavi dell’Età Vichinga“) a un branco di selvaggi senza alcun tipo di legge, ma solo istinti che sembrano fatti apposta per solleticare quelli dell’ “audience”.
Null’altro che un’operazione di “marketing”, insomma, ma c’è marketing e marketing: e quando a promuoverlo è uno che pratica il cinema, quello con la C maiuscola, i risultati sono ben altri.
È il caso di un mostro sacro come Kirk Douglas, scomparso l’anno scorso, che nel 1958 si addossò la coproduzione di un film tratto dal romanzo The Viking di Edison Marshall che, nelle sue intenzioni, doveva essere un vero e proprio kolossal, in cui non bisognasse badare a spese per sorprendere il pubblico. A dirigerlo non esattamente un dilettante, Richard Fleischer, che anni dopo avrebbe firmato titoli come Barabba, Tora! Tora! Tora! e Conan il Distruttore. Il risultato fu I Vichinghi.

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“Mulieres Salernitanae” al Premio Italia Medievale – secondo round.

Contro ogni mia più rosea previsione, è successo: “Mulieres Salernitanae” è nella rosa dei candidati alla sezione A (editoria) del Premio Italia Medievale!!

Adesso però arriva il difficile: portare Trotta, Rebecca, Sabella, Margherita, Venturella e Costanza alla gloria del premio.
Il che è particolarmente difficile quest’anno, visti i concorrenti che si ritrovano, gente molto più titolata di me alla vittoria.

Ma io non dispero, e confido in voi.
Se anche voi, come me, volete far conoscere finalmente queste donne in tutta Italia, entrate nella pagina del Premio Italia Medievale, e, insieme ai vostri preferiti per le altre categorie, seguite le istruzioni per votare per la categoria A il n.1, “Mulieres Salernitanae”.

Avete di tempo fino al 31 agosto prossimo.
Forza, ce la possiamo fare!!

Per votare
Sito dell’Associazione Italia Medievale

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Scuola Medica Salernitana: il problema delle origini.

Al-Razi consegna la sua opera al re e al sultano – Miniatura dal “Liber Continens” di Al-Razi, XIIIsec.

La Chronica Elini riporta la Leggenda dei Quattro Medici di diverse provenienze che, insegnando rispettivamente in Latino (Salernus), in Greco (Pontus), in Ebraico (Helinus) e in Arabo (Adela), avrebbero dato vita alla Scuola Medica Salernitana. Si tratta però di una leggenda tarda, messa per iscritto non prima del Rinascimento.
Fatto sta che, a proposito delle origini della Scuola Medica Salernitana, c’è un vuoto, e tante domande rimangono senza risposta, a cominciare da una: perché proprio a Salerno? Certo, può aver contato molto l’humus culturale greco-bizantino, come il fatto che Salerno, fin dall’VIII secolo ha un ruolo politico importante, con uno sviluppo urbano di tutto rispetto, è una città ricca di acque, con un porto che la apre al Mediterraneo. Queste, però, non sono caratteristiche esclusive di Salerno. E allora?

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Medicus

Sono molte le cose che ho imparato da quando pratico rievocazione storica, una delle quali è questa: solo un vero rievocatore può sapere cosa desidera un altro rievocatore (soprattutto se bibliofila patologica come me). Come il nostro marphais Talarico, presidente della Gens Langobardorum, e relativa consorte Cariperga, i quali un Natale mi onorarono di un libro, già il titolo del quale bastò per dare ai miei occhi un aspetto cuoriforme:
Cosa poteva desiderare di più un’aspirante medica salernitana?

Medicus, di Noah Gordon.

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C’era una volta… Trotula

Per cortesia di Federica Cafaro

Il maleficio di una strega malvagia ha rubato il sorriso ai bambini, e solo l’arte di una medica di nome Trotula può restituirglielo.
Così inizia il delizioso libro per bambini Trotula e il Giardino Incantato, una storia che ha per protagonista proprio la più nota rappresentante femminile della Scuola Medica Salernitana, la medica Trotta detta Trotula. Una storia con tutti gli ingredienti della fiaba, che racconta Trotula e la Scuola Medica Salernitana a misura di bambino, mescolando reale e immaginario, personaggi vissuti in epoche diverse come Alfano e Matteo Silvatico, una fata di nome Fusandola e una sirena venuta da lontano; d’altronde, anche nel Medioevo Trotula entrò nella tradizione poetica e popolare del Nord della Francia e dell’Inghilterra con il nome di Dame Trot.
Questo libro è opera collettiva di una intera squadra di autori, in primis il trio di soci Roberta Pastore, Anella Mastalia e Valerio Calabrese, ma coinvolge altre professionalità, come quella di Federica Cafaro, 31 anni, laureanda in Architettura all’Università Federico II di Napoli, autrice delle illustrazioni i cui colori mediterranei illuminano le pagine. Sono curiosa di sapere come ci sia finita in questo progetto.

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Dame e principesse: tutta la verità.

Gustave Doré – La Bella Addormentata, incisione – 1867.

Si può dire che negli ultimi anni il mondo delle fiabe sia stato attraversato da una vera e propria rivoluzione: la scomparsa della principessa.
Già, perché il pensiero femminista, mettendo la fiaba sotto la sua lente d’ingrandimento, ha finito per considerare la principessa uno stereotipo negativo per le future donne, una “fanciulla in pericolo”, ingenua e delicata, che per venire fuori dai guai in cui è finita ha bisogno del suo “principe azzurro” (un uomo) e il matrimonio con lui rappresenta la sua massima aspirazione. Un cliché che insomma dovrebbe essere demolito, a vantaggio di un’eroina che si salva da sola, niente affatto docile e che tiene il “principe azzurro” fuori dal suo orizzonte. La protagonista delle fiabe moderne, insomma, è la guerriera, che basta a se stessa, e per se stessa combatte.
Ma siamo sicuri che la principessa sia un personaggio oramai sorpassato, da relegare ai “brutti vecchi tempi”, quando la donna era sottomessa?

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Il “Virgilio mago” salernitano: Pietro Barliario

Simon Mago – mosaico, XII sec. – Palermo, Cappella Palatina

Un tempo lontano, nel 1100, nella città di Salerno, viveva un uomo illustre di nome Pietro Barliario: era medico e maestro di medicina, ma coltivava una passione particolare per la magia e la negromanzia. Con le formule contenute in alcuni libri trovò il modo di assoggettare i demoni ai suoi ordini, e di far fare loro tutto quello che voleva. Da loro fece costruire il porto di Salerno, ma poiché i demoni potevano lavorare solo fino al canto del gallo, Pietro Barliario diede ordine di sterminare tutti i galli della città; tuttavia uno ne scampò al massacro e una notte cantò, mettendo in fuga i demoni, e così il porto rimase incompiuto. In un’altra occasione fece costruire, in una sola notte, i cosiddetti “archi dei diavoli”, cioé l’acquedotto medievale che ancora oggi si può vedere tra via Velia e via Arce.
Un brutto giorno, però, due suoi due nipotini, approfittando di un momento in cui lo zio non era in casa, aprirono di nascosto i suoi libri di magia nera, e rimasero talmente terrorizzati da ciò che videro scritto da cadere morti tutti e due. Al suo ritorno, Barliario scoprì la disgrazia, e, divorato dal rimorso, bruciò tutti i suoi libri di negromanzia; si rinchiuse nel monastero di San Benedetto, dove rimase prostrato in preghiera davanti al crocifisso di legno dipinto implorando il perdono di Dio. Dopo tre giorni e tre notti, giunse la risposta: il crocifisso di legno chinò la testa in avanti suggellando la sua assoluzione. Pietro Barliario prese così i voti come monaco benedettino in quello stesso monastero, dove morì nel 1149 alla veneranda età di novantatré anni.

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Danzare nell’Oriente medievale: le danze arabo-andaluse

Musici e danzatrice arabi – legno dipinto, XII sec. – Palermo, soffitto della Cappella Palatina – Per cortesia del Gruppo Imperiales Friderici II.

Ci basta solo sentir risuonare queste due parole, danze arabe, perché compaia davanti ai nostri occhi un’immagine: quella di odalische discinte che eseguono i movimenti sinuosi della danza del ventre nell’atmosfera conturbante dell’harem, per il diletto del sultano, loro signore.
Niente di più sbagliato.
Anzitutto perché la bellydance, quella che noi chiamiamo “danza del ventre”, non ha niente a che vedere né con gli harem né con il Medioevo: è la rielaborazione di una danza egiziana compiuta in sostanza tra Ottocento e Novecento in Francia, come danza da cabaret e da teatro. E poi perché gli harem, i ginecei del mondo arabo, non sono affatto i “bordelli privati” degli uomini di casa, men che meno dei sovrani: sono le stanze delle signore, e signore colte in molti casi, vere e proprie mecenati, nelle quali si coltivano sì musica, poesia e danza, ma anche astronomia e medicina.
A dirmelo è un’esperta di cultura araba, Claudia Soheir, danzatrice e maestra dell’Accademia ASD Danze Orientali Salerno, che ha vissuto e studiato in Egitto e ora non perde occasione per abbattere luoghi comuni sulla cultura araba, come fa in quanto direttrice artistica della manifestazione “Un ponte sul Mediterraneo” ad Agropoli.
È dunque a lei che mi rivolgo per sapere qualcosa di più su come si danzasse davvero nel mondo arabo medievale.

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Dall’Abruzzo per la Scuola Medica Salernitana. Una classe a lavoro contro i pregiudizi.

Qualche piccolo problemino di connessione, ma alla fine ce l’abbiamo fatta: il 22 dicembre, al tempo della didattica a distanza causa Covid19, la Scuola Medica Salernitana è entrata nella classe III d del Liceo Classico Vittorio Emanuele II di Lanciano (CH). In pieno Abruzzo, dunque, nel XIII secolo comunque parte a tutti gli effetti del Regno di Sicilia, e di una storia che comunque i ragazzi sentono come loro.
E ancor più lo sente la loro professoressa di Latino e Greco Antonella Festa, che mi ha coinvolto in questa chiacchierata, con il computer a cercare di far sentire vicini una ventina di adolescenti, ragazze per la maggior parte, collegati dalle proprie case; un’insegnante di quelle appassionate, e che cerca di trasmettere la passione per il sapere, ancor prima che il sapere stesso, ai giovani a lei affidati. Aggiungiamoci che è anche membro della Società Italiana delle Letterate, dunque abituata a non offrire soltanto lo sguardo maschile sulla letteratura e sulla Storia.

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La Scuola Medica Salernitana diventerà patrimonio UNESCO?

Casa del medico – miniatura dal “Post Mundi Fabricam” di Ruggiero da Frugardo, XIII sec. – Londra, BL.

Lo scorso 6 novembre il Comune di Salerno, l’Università, la Soprintendenza e la Fondazione Scuola Medica Salernitana hanno firmato il protocollo d’intesa per varare tutta una serie di progetti che dovrebbero portare, entro il 22 marzo prossimo, a candidare ufficialmente all’UNESCO la Scuola Medica Salernitana come Patrimonio Immateriale dell’Umanità.
Tutto è cominciato lo scorso anno, durante la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum, grazie all’incontro tra Erminia Pellecchia, giornalista del “Il Mattino” e storica dell’arte, e il prof. Luca Cerchiai, docente di Etruscologia e Archeologia Italica all’Università di Salerno; iniziativa appoggiata immediatamente dall’assessore alla cultura di Salerno, Antonia Willburger, di origine austriaca, organizzatrice di eventi di lunga data.
Finora sono stati scelti i delegati delle istituzioni coinvolte che faranno parte del Comitato Organizzatore; è già stato previsto, covid permettendo, un ciclo di conferenze nei luoghi della Scuola Medica; a gennaio, poi, si inizieranno a coinvolgere le scuole, con una ricerca sulla toponomastica; ci sono infine in cantiere una serie di attività di ricerca universitaria con studenti e laureandi, e la creazione di prodotti “pop” come un gioco da tavolo e un libro di fiabe. L’obiettivo? Creare fermento e coscienza tra i cittadini a proposito di un passato in cui Salerno era la Città della Medicina per eccellenza in Europa.

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