Un’abbazia mediterranea: Cava de’ Tirreni e il porto di Vietri

Antico porto etrusco di Punta Fuenti – Vietri sul Mare (SA) – foto per cortesia di Roberta Pecoraro.

Oggi è considerato un po’ la “porta” della Costiera Amalfitana, poco più di un sobborgo di Salerno che solo d’estate si affolla di turisti, con la sua spiaggetta di fronte alla quale si stagliano, emergendo dal mare, i due faraglioni noti come “i due fratelli”. Nessuno penserebbe che, dall’XI al XV secolo, Vietri sul Mare è stato il principale porto commerciale dell’abbazia della Santissima Trinità di Cava dei Tirreni, meta di navi da tutto il Mediterraneo.
Ad esserne convinto è Alfonso Mignone, studioso di navigazione già autore di un saggio sul porti del Regno di Sicilia dell’età di Federico II, che ora ha dato alle stampe uno studio specifico sul porto di Vietri e dei suoi rapporti con l’abbazia di Cava de’ Tirreni.

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Dalla camicia al mantello: il “made in Italy” nella prima metà del Quattrocento.

Entrare in una “camera delle signore”, quasi dal buco della serratura e seguire la vestizione di una dama della prima metà del Quattrocento, indumento per indumento: questo è l’obiettivo del libro L’eleganza femminile nella prima metà del Quattrocento, pubblicato dalle Edizioni Penne & Papiri di Tuscania. Un lavoro di squadra, cui hanno contribuito tre rievocatrici emiliane, Laura de la Fonte, Sara Trespidi e Camilla Zagnoni, provenienti da gruppi e da esperienze diverse, con competenze diverse che hanno deciso di mettere in comune per affrontare un periodo poco trattato dagli studi specialistici.

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Un premio per le Mulieres

A bordo di un treno ad alta velocità, con ben due mascherine in faccia, mentre in sei ore di viaggio sfila il paesaggio dell’intero Stivale.
Arrivate a Milano, il tempo di una doccia e di una rassettata generale, e poi via in tutta fretta, verso il centro storico; davanti agli occhi compare la presenza solida e rassicurante del Castello Sforzesco.
Destinazione? La Sacrestia del Bramante, nella basilica domenicana di Santa Maria delle Grazie (sì, proprio quella dell’Ultima Cena di Leonardo), con tanto di frate in bianco e nero all’esterno che controlla il certificato verde.
La scenografia scelta dall’Associazione Italia Medievale per la consegna dei Premi di quest’anno.

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Rime per scacciare le streghe

di Lorenzo Tomasin

Le formule magiche di epoca medievale segnalano anche la linea di frontiera tra scritto e parlato.

Significato dei sogni – miniatura dal “Liber Astrologiae” – I quarto XIII sec.

Una formula usata ancora oggi popolarmente nell’Italia meridionale – tra il serio e il faceto, forse – per scongiurare il mal di denti recita: «Mulu ca non faci figli, félicu ca nun caccia sumènta, io créru ca nge Ddiu Onniputente, famme passà stu male r’riente» (‘Mulo che non fa figli, felce che non emette semi, io credo che esiste Dio Onnipotente, fammi passare questo mal di denti’). Forma e contenuto di questo scongiuro sono quasi identici a quello che si legge in un testo che si legge in un manuale di veterinaria scritto in Toscana ai primi del Trecento: «In nome del Padre et del Filio et Spirito Sancto, amen. Secondo ke la felce no fiorisce et secondo ke lo mare non à conducitore et secondo ke lo pescie non à remi et secondo ke la mula non à fructo, et così possa scampare di questo dolore». E un incantesimo sostanzialmente identico si trova già nel trattato De medicamentis scritto tra il IV e il V secolo dall’alto funzionario imperiale Marcellus detto empiricus (medico): un testo in cui alle ricette mediche si mescolano i rimedi verbali, fondati sulla convinzione che la guarigione delle malattie si possa raggiungere sia con le erbe, sia con un carmen, cioè con l’aiuto di parole oscure e di formule capaci di agire sulla realtà modificandola, secondo uno dei principi ispiratori della magia in generale.

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Note del Medioevo meridionale: in viaggio con Guido Pagliano.

È uno dei fondatori dell’ensemble di musica antica Antica Consonanza, diplomato al conservatorio in flauto, insegnante di musica di lungo corso, ispiratore con la sua viella dell’ensemble Le Trotulae. Non avrei potuto trovare guida migliore del maestro Guido Pagliano, insomma, per addentrarmi alla scoperta di un argomento poco conosciuto: il Medioevo musicale del Sud Italia.

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Un monastero “termale”: San Nicola della Palma.

S. Nicola della Palma.

Inerpicandosi nel rione Canalone, a Via Salvatore de Renzi, ci si imbatte in un grande complesso da cui si gode un panorama mozzafiato, conosciuto al livello comune come l’ “ex orfanotrofio”, ossia quello che fin dai primi dell’Ottocento era il Reale Ospizio di S.Ferdinando, e, dopo l’Unità d’Italia, l’Orfanotrofio Maschile Umberto I; durante la seconda guerra mondiale, e in particolare durante gli scontri in seguito allo sbarco alleato nel 1943, fu perfino usato come ospedale da campo.
In realtà si tratta dell’antico monastero benedettino di San Nicola della Palma, le cui origini datano all’XI secolo.

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Le “Mulieres Salernitanae” debuttano in società

Una delle pagine che ricordo meglio di uno dei classici della mia infanzia, Piccole Donne, è quella in cui Meg, la maggiore, viene invitata al ballo per il debutto in società di una sua amica: e io, nella mia fantasia di bambina, mi figuravo lampadari di cristallo sfavillanti di candele, abiti di seta lunghi e fruscianti stile “Via Col Vento”, note di waltzer di Strauss.
Forse avrei voluto per le mie “Mulieres Salernitanae” un debutto di questo tipo in versione medievale, ma non credo proprio che si siano lamentate dell’accoglienza che hanno ricevuto durante la loro prima presentazione in presenza, l’8 settembre scorso al Convitto Nazionale Torquato Tasso di Salerno, dopo quasi un anno dalla pubblicazione e diverse presentazioni on-line causa COVID-19.

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Il suono di Trotula

L’Ensemble Hartmann al Bar Verdi

Si apre con un omaggio all’Afghanistan il concerto dell’ensemble Hartmann al bar Verdi di Salerno: gli accordi del robab, il liuto afghano così raro da trovare perché già da tempo i musicisti sono costretti a nasconderlo sotto terra, e ancor più oggi che i talebani (rinnegando le loro stesse radici) hanno proibito la musica, accompagnati dal tamburo e dalla dilruba indiana, gridano tutta la bellezza di una terra che ancora oggi non riesce a trovare pace.
E il pensiero corre subito alle donne afghane, ora di nuovo ridotte al silenzio da un regime di estremisti che usa il nome di Dio come un’ideologia; ma anche alle nostre donne italiane, delle quali, ogni tre giorni in media, una muore, di solito per mano dell’uomo che diceva di amarla.

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Le “Mulieres” premiate!!

Non ci volevo credere quando è arrivato quel messaggio sul cellulare, e vi assicuro che ho verificato più e più volte prima di convincermi che fosse vero.

Ma, a quanto pare, ce l’abbiamo fatta: “Mulieres Salernitanae” è stato insignito del Premio speciale della giuria del Premio Italia Medievale!

E il merito non è solo delle Mulieres che ho cercato di raccontare: è anche il vostro, che dopo tanti secoli, avete ancora creduto in loro.

Un passettino in più, sempre in avanti, perché la grandezza di queste donne sia conosciuta e riconosciuta.

Grazie a tutti!

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Dante secondo Napoli: “Lo ‘Nfierno” e ” ‘A Vita Nova”

Per cortesia di Irene Maria Nieves Profenna.

In questo settecentesimo anno dalla morte di “Durante Alighieri detto Dante”, per usare un’espressione dello storico Alessandro Barbero, molte sono le iniziative sorte per ricordare il “Sommo Poeta” della letteratura italiana.
Alcune molto particolari, che si inseriscono nel solco delle traduzioni dialettali della grande letteratura iniziata fin dal Seicento, e fiorita soprattutto nell’Ottocento, in particolare dopo l’Unità d’Italia, per avvicinare il “popolo basso” alle opere più importanti della letteratura italiana.

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