Le “Mulieres Salernitanae” debuttano in società

Una delle pagine che ricordo meglio di uno dei classici della mia infanzia, Piccole Donne, è quella in cui Meg, la maggiore, viene invitata al ballo per il debutto in società di una sua amica: e io, nella mia fantasia di bambina, mi figuravo lampadari di cristallo sfavillanti di candele, abiti di seta lunghi e fruscianti stile “Via Col Vento”, note di waltzer di Strauss.
Forse avrei voluto per le mie “Mulieres Salernitanae” un debutto di questo tipo in versione medievale, ma non credo proprio che si siano lamentate dell’accoglienza che hanno ricevuto durante la loro prima presentazione in presenza, l’8 settembre scorso al Convitto Nazionale Torquato Tasso di Salerno, dopo quasi un anno dalla pubblicazione e diverse presentazioni on-line causa COVID-19.

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Il suono di Trotula

L’Ensemble Hartmann al Bar Verdi

Si apre con un omaggio all’Afghanistan il concerto dell’ensemble Hartmann al bar Verdi di Salerno: gli accordi del robab, il liuto afghano così raro da trovare perché già da tempo i musicisti sono costretti a nasconderlo sotto terra, e ancor più oggi che i talebani (rinnegando le loro stesse radici) hanno proibito la musica, accompagnati dal tamburo e dalla dilruba indiana, gridano tutta la bellezza di una terra che ancora oggi non riesce a trovare pace.
E il pensiero corre subito alle donne afghane, ora di nuovo ridotte al silenzio da un regime di estremisti che usa il nome di Dio come un’ideologia; ma anche alle nostre donne italiane, delle quali, ogni tre giorni in media, una muore, di solito per mano dell’uomo che diceva di amarla.

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Le “Mulieres” premiate!!

Non ci volevo credere quando è arrivato quel messaggio sul cellulare, e vi assicuro che ho verificato più e più volte prima di convincermi che fosse vero.

Ma, a quanto pare, ce l’abbiamo fatta: “Mulieres Salernitanae” è stato insignito del Premio speciale della giuria del Premio Italia Medievale!

E il merito non è solo delle Mulieres che ho cercato di raccontare: è anche il vostro, che dopo tanti secoli, avete ancora creduto in loro.

Un passettino in più, sempre in avanti, perché la grandezza di queste donne sia conosciuta e riconosciuta.

Grazie a tutti!

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Dante secondo Napoli: “Lo ‘Nfierno” e ” ‘A Vita Nova”

Per cortesia di Irene Maria Nieves Profenna.

In questo settecentesimo anno dalla morte di “Durante Alighieri detto Dante”, per usare un’espressione dello storico Alessandro Barbero, molte sono le iniziative sorte per ricordare il “Sommo Poeta” della letteratura italiana.
Alcune molto particolari, che si inseriscono nel solco delle traduzioni dialettali della grande letteratura iniziata fin dal Seicento, e fiorita soprattutto nell’Ottocento, in particolare dopo l’Unità d’Italia, per avvicinare il “popolo basso” alle opere più importanti della letteratura italiana.

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I Vichinghi – Richard Fleischer (1958)

“Vikings”, “Norsemen”, “The Last Kingdom”… In questi ultimi anni si stanno moltiplicando le serie televisive, soprattutto di provenienza anglosassone, dedicate agli “Uomini del Nord”. Il problema di queste serie televisive, però, è che non solo non hanno niente di storico, ma, pur presentandosi come come tali, e avendo a volte magari anche storici come consulenti, non hanno nessuna intenzione di sforzarsi, proponendo non solo costumi e scenografie che non c’entrano nulla con il periodo storico (sarebbe chieder troppo), ma riducendo una popolazione così complessa come quella dei cosiddetti “Vichinghi” (o meglio, “Scandinavi dell’Età Vichinga“) a un branco di selvaggi senza alcun tipo di legge, ma solo istinti che sembrano fatti apposta per solleticare quelli dell’ “audience”.
Null’altro che un’operazione di “marketing”, insomma, ma c’è marketing e marketing: e quando a promuoverlo è uno che pratica il cinema, quello con la C maiuscola, i risultati sono ben altri.
È il caso di un mostro sacro come Kirk Douglas, scomparso l’anno scorso, che nel 1958 si addossò la coproduzione di un film tratto dal romanzo The Viking di Edison Marshall che, nelle sue intenzioni, doveva essere un vero e proprio kolossal, in cui non bisognasse badare a spese per sorprendere il pubblico. A dirigerlo non esattamente un dilettante, Richard Fleischer, che anni dopo avrebbe firmato titoli come Barabba, Tora! Tora! Tora! e Conan il Distruttore. Il risultato fu I Vichinghi.

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“Mulieres Salernitanae” al Premio Italia Medievale – secondo round.

Contro ogni mia più rosea previsione, è successo: “Mulieres Salernitanae” è nella rosa dei candidati alla sezione A (editoria) del Premio Italia Medievale!!

Adesso però arriva il difficile: portare Trotta, Rebecca, Sabella, Margherita, Venturella e Costanza alla gloria del premio.
Il che è particolarmente difficile quest’anno, visti i concorrenti che si ritrovano, gente molto più titolata di me alla vittoria.

Ma io non dispero, e confido in voi.
Se anche voi, come me, volete far conoscere finalmente queste donne in tutta Italia, entrate nella pagina del Premio Italia Medievale, e, insieme ai vostri preferiti per le altre categorie, seguite le istruzioni per votare per la categoria A il n.1, “Mulieres Salernitanae”.

Avete di tempo fino al 31 agosto prossimo.
Forza, ce la possiamo fare!!

Per votare
Sito dell’Associazione Italia Medievale

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Scuola Medica Salernitana: il problema delle origini.

Al-Razi consegna la sua opera al re e al sultano – Miniatura dal “Liber Continens” di Al-Razi, XIIIsec.

La Chronica Elini riporta la Leggenda dei Quattro Medici di diverse provenienze che, insegnando rispettivamente in Latino (Salernus), in Greco (Pontus), in Ebraico (Helinus) e in Arabo (Adela), avrebbero dato vita alla Scuola Medica Salernitana. Si tratta però di una leggenda tarda, messa per iscritto non prima del Rinascimento.
Fatto sta che, a proposito delle origini della Scuola Medica Salernitana, c’è un vuoto, e tante domande rimangono senza risposta, a cominciare da una: perché proprio a Salerno? Certo, può aver contato molto l’humus culturale greco-bizantino, come il fatto che Salerno, fin dall’VIII secolo ha un ruolo politico importante, con uno sviluppo urbano di tutto rispetto, è una città ricca di acque, con un porto che la apre al Mediterraneo. Queste, però, non sono caratteristiche esclusive di Salerno. E allora?

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Medicus

Sono molte le cose che ho imparato da quando pratico rievocazione storica, una delle quali è questa: solo un vero rievocatore può sapere cosa desidera un altro rievocatore (soprattutto se bibliofila patologica come me). Come il nostro marphais Talarico, presidente della Gens Langobardorum, e relativa consorte Cariperga, i quali un Natale mi onorarono di un libro, già il titolo del quale bastò per dare ai miei occhi un aspetto cuoriforme:
Cosa poteva desiderare di più un’aspirante medica salernitana?

Medicus, di Noah Gordon.

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C’era una volta… Trotula

Per cortesia di Federica Cafaro

Il maleficio di una strega malvagia ha rubato il sorriso ai bambini, e solo l’arte di una medica di nome Trotula può restituirglielo.
Così inizia il delizioso libro per bambini Trotula e il Giardino Incantato, una storia che ha per protagonista proprio la più nota rappresentante femminile della Scuola Medica Salernitana, la medica Trotta detta Trotula. Una storia con tutti gli ingredienti della fiaba, che racconta Trotula e la Scuola Medica Salernitana a misura di bambino, mescolando reale e immaginario, personaggi vissuti in epoche diverse come Alfano e Matteo Silvatico, una fata di nome Fusandola e una sirena venuta da lontano; d’altronde, anche nel Medioevo Trotula entrò nella tradizione poetica e popolare del Nord della Francia e dell’Inghilterra con il nome di Dame Trot.
Questo libro è opera collettiva di una intera squadra di autori, in primis il trio di soci Roberta Pastore, Anella Mastalia e Valerio Calabrese, ma coinvolge altre professionalità, come quella di Federica Cafaro, 31 anni, laureanda in Architettura all’Università Federico II di Napoli, autrice delle illustrazioni i cui colori mediterranei illuminano le pagine. Sono curiosa di sapere come ci sia finita in questo progetto.

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Dame e principesse: tutta la verità.

Gustave Doré – La Bella Addormentata, incisione – 1867.

Si può dire che negli ultimi anni il mondo delle fiabe sia stato attraversato da una vera e propria rivoluzione: la scomparsa della principessa.
Già, perché il pensiero femminista, mettendo la fiaba sotto la sua lente d’ingrandimento, ha finito per considerare la principessa uno stereotipo negativo per le future donne, una “fanciulla in pericolo”, ingenua e delicata, che per venire fuori dai guai in cui è finita ha bisogno del suo “principe azzurro” (un uomo) e il matrimonio con lui rappresenta la sua massima aspirazione. Un cliché che insomma dovrebbe essere demolito, a vantaggio di un’eroina che si salva da sola, niente affatto docile e che tiene il “principe azzurro” fuori dal suo orizzonte. La protagonista delle fiabe moderne, insomma, è la guerriera, che basta a se stessa, e per se stessa combatte.
Ma siamo sicuri che la principessa sia un personaggio oramai sorpassato, da relegare ai “brutti vecchi tempi”, quando la donna era sottomessa?

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