L’Italia del Trecento era già «global»

di Alessandro Barbero

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Paolo Uccello, Monumento a Giovanni Acuto, affresco, 1436, Firenze, S. Maria del Fiore.

Immaginate un mondo in cui gli Stati vanno perdendo la loro capacità di controllare quello che avviene sul loro territorio; dove il vero potere non è gestito dai governi, ma da compagnie extra-territoriali e multinazionali, che non hanno un paese da difendere o un popolo da proteggere, ma rispondono soltanto ai loro soci; dove l’andamento quotidiano dell’economia è stravolto dalla rapacità di queste compagnie e dei loro capi, gente abile e senza scrupoli che ha un unico obiettivo, risucchiare a proprio vantaggio i risparmi della gente. Continua a leggere

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La tosse secondo Giovanni Plateario: la Scuola Medica Salernitana e le malattie polmonari.

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Maestro medico – miniatura da “Medicina Antiqua”, Codex Vindobonensis 93, Italia meridionale, inizio XIII sec. – Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.

Di solito, davanti ad un’opera medica medievale, si tende più a considerare gli aspetti storici, filologici o paleografici che il contenuto in sé: eppure il bagaglio culturale del medico in questione, il suo agire sul campo, il rapporto con il paziente, i suoi metodi di diagnosi e terapia, è un campo tutto da esplorare e da scoprire. Quando si parla di medicina medievale,  spesso viene posta in primo piano la figura del medico-filosofo, più incline a ragionamenti teologici o astrologici che alla realtà di sofferenza del paziente. E invece la Practica Brevis di Giovanni Plateario, di cui un codice è conservato a Salerno, ci mostra una realtà diversa, almeno per la Scuola Medica Salernitana: un manuale appunto eminentemente pratico, una sintesi che il medico potesse sempre avere a portata di mano con spiegati, in modo chiaro e conciso, tutti i metodi di diagnosi e terapia, da quelli abituali a quelli meno comuni. Metodi meno lontani dalla nostra medicina moderna di quel che possiamo pensare. A questo tema è stato dedicato il convegno Rimedi antichi, evidenze attuali: la Practica Brevis di Plateario Salernitano, tenutosi l’11 febbraio scorso alla sede dell’Ordine dei Medici di Salerno. Coniugando storia e scienza, Medioevo e attualità, si è cercato proprio di mettere in luce la modernità di questo medico salernitano di XII secolo. Continua a leggere

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Il ritorno dei trovatori

di Cesare Segre

Un’antologia di poeti medioevali.

Chi è l’iniziatore della poesia dei trovatori? In problemi di questo genere è sempre difficile risalire al momento autorale, anche perché il tempo ci ha sottratto troppi documenti. Comunque, il primo autore che s’incontra è un personaggio di eccezionale rilievo: se anche non fosse l’inventore effettivo di questa poesia, certo le ha dato una spinta decisiva. Si tratta di Guglielmo IX (1071-1126), duca d’Aquitania, cioè della principale regione francese del sud-ovest, con una cultura allora fiorente e una lingua, l’occitanico, diversa da quella del nord. Continua a leggere

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Ildegarda, l’umanesimo ante litteram.

di Carlo Ossola

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Ildegarda di Bingen – la Trinità che abbraccia l’Universo con al centro l’Uomo – miniatura dal “Liber Divinorum Operum”. XIII sec. – Lucca, Biblioteca Capitolare.

Breve fu il Medioevo, tra la fine della romanità e la Rinascita carolingia: il rifiorire delle cattedrali e dei monasteri, dei commerci e degli studi, è nuovamente la restituzione alla parola della «leggibilità del mondo», come ha scritto Hans Blumenberg.
Il Medioevo sembra già ricordo alla corte di Carlo Magno, tra fine VIII e inizio IX secolo: le strade tornano percorribili, i boschi e i fiumi meno insidiosi; sì che Alcuino può persino scrivere, della sua lettera, alla sua Cartula: «O fogliettino, presto, corri sui flutti oltre il mare,/ giungi coi venti all’impetuosa foce del pescoso Reno/ tuffandoti nel vorticoso flusso delle onde marine/ […] / Verrà forse a incontrarti il mio caro Albrico lungo il fiume» (Alcuino, Carmi dalla corte e dal convento). E Hildegard von Bingen (1097-1179) fece poesia di tutte le feste dell’anno liturgico, Symphonia degli angeli e delle vergini, in dignità di impalpabile lume dipingendo l’umanità di Maria: O flos, tu non germinasti de rore… «O fiore, non sei germogliato da rugiada/ né da gocce di pioggia e neppure l’aria/ t’ha sfiorato: a produrti sboccio di virgulto/ fu il divino splendore». Continua a leggere

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Svelato il mistero del codice: è Boccaccio

Di Paolo di Stefano

Scoperto un testo autobiografico del celebre scrittore. L’autore, già anziano, scrisse un libro d’amore su richiesta di un amico.

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Petrarca offre a Boccaccio una copia latina della “Griselda”, miniatura, XIV sec. – Firenze, Biblioteca Riccardiana.

Può capitare al filologo quel che capita spesso al detective: che si imbatta in indizi che lo portano su piste inattese rispetto a quelle previste. Prendiamo il caso di Beatrice Barbiellini Amidei, ricercatrice di Filologia romanza alla Statale di Milano. Aveva cominciato, qualche anno fa, a studiare la novella di Griselda per verificare in che misura il capolavoro di Boccaccio fosse debitore di un famoso trattatello in latino del XII secolo, il De Amore di Andrea Cappellano, una sorta di vademecum laico sul comportamento amoroso. Su questa pista, la Barbiellini si è casualmente imbattuta in un manoscritto cartaceo vergato prima del 1372 e conservato alla Biblioteca Riccardiana di Firenze (con la segnatura 2317). Continua a leggere

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La vita “segreta” di Lucrezia Borgia tra bufale e luoghi comuni

di Paolo Stefanato

Un libro di Maria Paola Zanoboni sulle donne al lavoro nel Medioevo rivede i luoghi comuni sul ruolo femminile nella società dell’epoca.

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Il fabbro e sua moglie – miniatura dalla Bibbia di Holkham, Gran Bretagna 1327-1340 – Londra, BL.

Quanti luoghi comuni. Non è vero che nel Medioevo le donne lavorassero solo in casa o, al massimo, nella tessitura. Non è vero che la loro qualità professionale godesse di scarsa considerazione, che non avessero accesso alle corporazioni o che non esercitassero ruoli da imprenditore. Continua a leggere

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François, il poeta ladro e assassino

di Cesare Segre

Il “Meridiano” di Villon

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Pierre Levet, François Villon – Xilografia dalla prima edizione delle sue opere, 1489.

Poeta grandissimo, autore di poche composizioni straordinarie, Francois Villon è anche un esponente di quel “maledettismo” che aveva già una lunga tradizione (si pensi ai goliardi o a Cecco Angiolieri) e continuerà sino all’Ottocento, quando in clima decadentistico si perfezionerà la figura del “poete maudit“, violatore della morale comune, amico del vizio, della droga e delle perversioni, magari anche del crimine; ma appunto per questo capace di esplorare zone sconosciute della coscienza letteraria. E si deve dire che lo stile di vita poco encomiabile di Villon fa sì che gli archivi criminali del tempo ci offrano informazioni supplementari alle poche fornite da lui stesso nei suoi versi. Poco più che ventenne (1455) uccide un prete. Fugge lontano da Parigi, dove presto rientra (1456), avendo ottenuto la grazia dal re: pare proprio che il prete, il quale lo perdonò prima di morire, lo avesse provocato. Ma lo stesso anno Villon commette, con altri due malviventi, un furto con scasso nel Collegio di Navarra. Nel 1461 si trova nella prigione di Meung, per motivi a noi ignoti; ne esce grazie a un’amnistia. Lo incontriamo l’anno dopo nel carcere parigino dello Chatelet (1462), dove deve scontare la pena per un nuovo furto; e intanto deve risarcire i danni di quello del 1456. Rilasciato, eccolo partecipare a una rissa di taverna, per la quale viene condannato, dati i precedenti, all’impiccagione. Quando la condanna viene commutata, dopo poco, in dieci anni di esilio, Villon sparisce, e non sappiamo più nulla di lui. Continua a leggere

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