Dame con furetto

Leonardo, Dama con ermellino, olio su tavola, 1490 ca. – Cracovia, Museo Nazionale di Cracovia.

Tutti conosciamo lo splendido dipinto a olio su tavola di Leonardo da Vinci detto “Dama con Ermellino”, eseguito intorno al 1490 e oggi custodito al Museo Nazionale di Cracovia: il ritratto della sedicenne Cecilia Gallerani, favorita del duca di Milano Ludovico il Moro, con in braccio la bestiola, nei bestiari medievali simbolo di purezza e di equilibrio.
Solo che l’ermellino, in realtà… non è un ermellino.
A dircelo è Laura Richiardi, vice presidente del gruppo di Ciriè (Torino) “I Credendari del Cerro”, specializzato nella ricostruzione della realtà del Piemonte a cavallo fra Tre e Quattrocento.
«Si tratta di un furetto maschio albino. È chiaramente visibile nella morfologia dell’animale, e nel colore del pelo bianco sporco, il cosiddetto “bianco Isabella” che denuncia il carattere albino, quello più ricercato negli incroci fin dal Medioevo; in più, un ermellino è difficilmente addomesticabile, mentre il furetto, già a quel tempo era un animale domestico, tenuto sia come animale da caccia (appositamente affamato e usato per far uscire allo scoperto le prede da tana come i conigli selvatici) sia come animale da compagnia.»

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Il reliquiario della badessa, ovvero la carne dell’Infinito

Questa volta il nostro amico lucano Dario dei Tempora Medievalis ha davvero superato se stesso: il corredo della nostra badessa Agata si arricchisce di un vero e proprio pezzo da collezione, il reliquiario.
Si tratta della copia più fedele possibile di un reliquiario a cofanetto proveniente da Susa e datato tra il VI e il VII secolo, in legno rivestito da placchette di osso incise e dipinte.
Farlo riprodurre è stata una buona occasione per constatare il lavoraccio che fosse realizzare un oggetto del genere: è vero che all’epoca l’osso era più facile da trovare, ma ridurre il tutto a placchette perfettamente lisce e diritte lunghe almeno tredici centimetri e mezzo non è esattamente uno scherzo. Poi c’è la lavorazione, e lì bisogna andare di fino con lima, bulino e sega per ottenere righe, scanalature e incisioni a occhio di dado e a croce; poi il colore, che va steso con punte molto sottili; e infine le placchette sono fissate con chiodi fatti a mano, posizionati nei punti originali. Il tutto ha richiesto non meno di un anno e mezzo di lavoro.

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I Longobardi e gli altri: “barbari” a Marle.

Per cortesia di Alain Nice

Sarà un’edizione un po’ sottotono quella del 2019 del “Festival International d’Histoire Vivante” che si tiene ogni due anni al Musée des Temps Barbares di Marle, cittadina di circa 2200 abitanti situata nella regione dell’Alta Francia. Sono previsti circa 200 partecipanti (contro i 400 presenti di solito): di conseguenza non ci sarà la grande battaglia che abitualmente oppone i “Romani” del Tardoantico ai “Barbari”. L’evento non perderà comunque la sua dimensione europea, e sono previste altri tipi di animazione con gruppi di ricostruzione storica provenienti da ogni angolo del continente: Franchi, Alemanni, Visigoti, Svevi, Burgundi, Longobardi, Sassoni.
Non ci sarà, però, il gruppo piemontese Presenze Longobarde capitanato da Yuri Godino.
«Ci siamo presi un anno sabbatico,» scherza Yuri, «ma non vediamo l’ora di ritornarci perché per noi è ormai un evento di routine, come stare in famiglia.»

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Tutti vogliono Razi

Rāzī porge la sua opera al re Almansor – miniatura dal Liber medicinalis Almansoris, prima metà XIV sec. – Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana.

È stato presentato il 28 giugno scorso alla sede della Fondazione Filiberto e Bianca Menna di Salerno, a cura dell’Associazione Eutòpia e dell’Ordine dei Medici della città, l’edizione critica del Liber Medicinalis Almansoris, l’opera più importante del medico persiano Rāzī (865-925), edita dalla Aracne e curata dall’illustre filologo di origine egiziana, allievo di Contini e docente all’Università di Firenze, Mahmoud Salem Elsheikh. il quale tra l’altro si era già occupato di altri illustri esponenti della medicina araba come Albucasis. Si tratta di un lavoro mastodontico in due volumi, più un glossario che rappresenta un vero e proprio lessico della medicina in Arabo, Latino e volgare toscano. Un lavoro che ha richiesto, a detta del curatore, ben venticinque anni di studio, e che due anni fa è stato insignito del premio Giamil Ghuqayr come miglior opera nell’ambito della civiltà arabo-islamica.

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La metamorfosi di una città: Salerno dai Longobardi ai Normanni.

Scorcio di S. Maria de Lama – Salerno, IX-X sec.

Ogni città che si rispetti ha bisogno di un mito di fondazione.
E quello di Salerno non si colloca, come si potrebbe pensare, in età longobarda, con la rifondazione da parte di Arechi: avviene invece in età normanna, nel momento in cui vengono “ritrovate” le reliquie di San Matteo, e i nuovi padroni di Salerno le traslano nella cattedrale appena costruita, ponendo così la città sotto la protezione dell’Apostolo.

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Terlizzi 2019 ovvero le affinità elettive

Mercuriade e Floresenda

La mia avventura con il progetto “Scuola Medica Salernitana” sta iniziando, e comincia a portarmi fuori dalle mura della mia città.
Così Maestra Mercuriade, da Salerno, è partita alla volta della Puglia, di Terlizzi per la precisione, a qualche chilometro da Bari, dove un’associazione volenterosa e appassionata da sei anni valorizza una chiesetta di XI secolo, Santa Maria di Cesano organizzando le Notti Medievali, ogni anno con un tema diverso. L’argomento portante di quest’anno era le invenzioni che il Medioevo ci ha lasciato: gli occhiali, i bottoni, l’università, i mulini a vento, la banca, le mutande, la carta, un nome alle note musicali… molte più di quanto pensiamo. Un ottimo modo per demolire miti e stereotipi sul Medioevo, non solo attraverso gli allestimenti di gruppi di qualità come gli Stratos di Bari o i neonati Cives Regni Siciliae di Lucera, ma anche attraverso scenette teatrali con attori e figuranti abbigliati in modo almeno credibile per il XIII secolo, con uomini in calzebraghe e donne con la testa coperta (miracolo!!!). Certo, qualche piccolo compromesso qua e là c’era sempre, ma non si tentava di farlo passare per quello che non era: ad esempio, i venditori di gioielli fantasy & simili c’erano, ma erano separati dal campo storico, in modo che i visitatori si accorgessero che si trattava di altro. E il coinvolgimento del pubblico era totale, trascinato nella sfrenata carola che ha chiuso la prima serata come nel banchetto della seconda giornata, inframezzato dalle facezie e dalle storielle piccanti del giullare Gianluca delle Fontane, come quella delle mutande del monaco che ci ha fatto ridere fino alle lacrime!!

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La mia Costanza

Costanza Calenda pronta per la Notte dei Musei

Vi ricordate di Costanza Calenda, l’ultima delle grandi mediche salernitane, che un po’ di tempo fa era stata invitata nientedimeno che in Piemonte dal cavaliere Bonifacio de Challant?
Ebbene, rieccola qua, in quello che all’inizio del XV secolo era stato il palazzo della regina Margherita di Durazzo a Salerno, ad insegnare le virtù e gli usi della salvia, secondo il Regimen Sanitatis l’erba della salvezza che ci riconcilia con la natura.
Certo, con qualche ritocco in più per renderla più consona al suo rango di figlia del medico personale della regina Giovanna II d’Angiò, Maestro Salvatore Calenda, e di moglie del cavaliere Baldassarre Santomango, compresa una scarsella da urlo con il suo stemma di famiglia (d’azzurro alla fascia d’argento con in capo un montante crescente d’argento accostato da due stelle d’oro di sei raggi), e una fantastica cintura di seta con tanto di fibbia e puntale di bronzo cesellato.
Questo per il suo aspetto, per la sua apparenza, ma al di là di questo, Costanza Calenda chi è?

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