Ildegarda, angeli e demoni

I cerchi angelici – riproduzione di miniatura dallo “Scivias” – Dresda, Landesbibliothek.

A più riprese Ildegarda di Bingen si proclama “indocta” (“non istruita”), “donna semplice e miserella”; a dispetto di questa sua professione di ignoranza, però, la badessa prima di Disibodenberg e poi di Bingen dimostra una fine conoscenza di Latino e di filosofia, nei suoi scritti si trovano perfino termini che, nel Latino dell’epoca, non sono facilmente rintracciabili. E questo non solo grazie alle approfondite letture che possiamo leggere in filigrana attraverso la terminologia che usa nelle sue opere, tra le quali Gellio e Dionigi Areopagita, ma anche attraverso i contatti con gli intellettuali del suo tempo e con le varie correnti filosofiche che popolavano il XII secolo. Tra queste, una delle più importanti era quella che faceva capo alla cattedrale di Chartres, la quale, basandosi soprattutto sul Timeo di Platone, insiste molto sulla corrispondenza tra l’uomo e l’universo, tra microcosmo e macrocosmo; concetto, questo, molto caro a Ildegarda, e ancor di più in un periodo in cui, in Europa, si sta diffondendo l’eresia catara, di stampo dualista, che sostiene la netta divisione tra spirito e materia, a vantaggio del primo. Ildegarda, invece, sottolinea con forza l’interazione tra le due dimensioni, e questo emerge in modo particolare quando parla della donna, del suo ciclo mestruale, del suo piacere sessuale. Non solo: secondo Ildegarda, quello dell’uomo di comprendere la dimensione naturale e quella spirituale è addirittura un privilegio, perché vuol dire riassumere in sé i vari gradi di perfezione ed essere in pratica un “sunto” dell’universo.
È soprattutto nell’interpretazione delle Scritture che Ildegarda rivela la sua originalità, in modo particolare nello Scivias, proponendo altre interpretazioni rispetto a quelle tradizionali su molti temi, a volte addirittura in contrasto in alcuni punti; e non soltanto attraverso il testo, ma anche attraverso le immagini realizzate sotto la sua supervisione. Come quando parla degli angeli. Continua a leggere

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Medioevo fantastico

di Lorenzo Tomasin

Fu nei primi decenni del XII secolo che il meraviglioso invase il romanzesco.

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La leggenda di Melusina – miniatura dal “Roman de Melusine” di Guillaume Larcheveque, 2a metà XV sec. – Parigi, BnF.

Il fantastico nella letteratura medievale, opera postuma di Alberto Varvaro (1934-2014, uno dei più grandi filologi romanzi europei all’alba di questo secolo), è un libricino di appena 144 pagine, indici compresi, con un titolo molto accattivante frutto, forse, di una rielaborazione in casa editrice (Il Mulino) di quello d’un corso universitario su L’irruzione del fantastico nella letteratura francese del secolo XII, l’ultimo tenuto da Varvaro a Napoli, dieci anni fa. Accattivante, sì, ma non ingannevole, giacché l’estremo capolavoro dell’autore consiste qui nel sintetizzare con un’efficacia e un’energia espositiva prodigiose una materia potenzialmente ingovernabile. Continua a leggere

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La possessione diabolica tra simbolo e realtà.

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Il diavolo, folio introduttivo della sezione dedicata agli esorcismi – miniatura dal Codex Gigas, Boemia, I trentennio del XIII sec. – Stoccolma, Biblioteca Nazionale Svedese.

Non si può parlare di esorcismo senza tener conto di un particolare fondamentale: il fatto che il diavolo possa possedere il corpo di una persona è contemplato già nelle Sacre Scritture, fin dall’Antico Testamento. Nel Libro di Tobia è descritto l’esorcismo con cui Tobia, con l’aiuto dell’arcangelo Raffaele, caccia i demoni dalla camera di Sara; ed è Gesù stesso che libera indemoniati come l’energumeno di Gerasa, e agli apostoli dà il comando, tra le altre cose, di cacciare i demoni. La mania diabolica è dunque già nota e consolidata nella tradizione ebraico-cristiana.
Nel mondo tardoantico, almeno dal II secolo, però, si assiste a veri e propri elementi di sincretismo tra la cultura cristiana e la tarda cultura pagana, soprattutto con il movimento neoplatonico, e questo a dispetto della posizione nicena, che tende a far rientrare tutta l’esperienza cristiana nei binari dell’ufficialità e a guardare con sospetto ogni tipo di “disordine”, anche fisico.
In particolare la danza estatica, che nei culti antichi aveva conosciuto una grande fortuna (soprattutto in quelli misterici), ora viene assimilata sì alla danza dello Spirito Santo, quella di Davide, ma sempre sul filo del rasoio tra ordine e disordine, tra divino e diabolico; questo, però, accade non solo in ambito cristiano, ma anche in quello pagano, tant’è vero che l’imperatore Giuliano manifesta l’intenzione di proibire ai sacerdoti di aver contatti con i danzatori. La danza in sé non è considerata un fatto “pagano”, e troviamo espressioni di tolleranza fin oltre l’età carolingia. È anche vero che ruolo della danza nel mondo cristiano è stato molto trascurato dalla storiografia contemporanea, perfino da un fine indagatore come Schmidtt. Anche per i pagani, la koreia, quando è autentica, non è disordinata, ma forma un movimento circolare rotatorio. Lo stesso Platone nel Timeo assimila la iora alla danza del cosmo, e per i neoplatonici era elemento fondamentale della teurgia, presenza nella realtà terrena di simboli che conducono alla dimensione del divino, disseminati dal demiurgo. Continua a leggere

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Se finisce il paradosso dell’interiorità

di Lucetta Scaraffia

Nell’ultimo libro di Jérôme Baschet le origini cristiane dell’idea di persona.

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L’anima di Orlando portata dagli angeli in Paradiso – miniatura dalle “Grandes Chroniques de France”, 1375-1400 – Parigi, BnF.

Non succede spesso che uno storico medievista ponga al suo ambito di studi domande che nascono dall’attualità, e cerchi di rispondere attraverso una ponderosa e approfondita ricerca. Questo approccio inedito fa dell’ultima opera di Jérôme Baschet (Corps et âmes. Une histoire de la personne au Moyen Âge, Paris, Flammarion, 2016, pagine 408, euro 26), importante studioso francese che è stato allievo di Le Goff, un libro particolarmente interessante. L’interesse si fa ancora più forte vedendo che la domanda riguarda un tema essenziale, la concezione di persona, e le sue origini cristiane. Quanto di questa radice religiosa ha influito nel creare la specificità della cultura occidentale? Quanto ha determinato quella separazione fra spirito e materia che rende diversa questa cultura da tutte le altre che si basano invece su concezioni moniste dell’essere umano? Separazione decisiva perché poi corrisponde a una netta divisione fra l’essere umano e il mondo animale e, più in generale, fra l’essere umano e il mondo naturale, che diventa così campo libero da conquistare con la tecnica. Continua a leggere

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Vestirsi nel Medioevo: teoria e pratica.

Per cortesia di Maria Grazia di Stefano.

Negli ultimi anni, all’interno del mondo dell’editoria storica, soprattutto quella dedicata al Medioevo, si è assistito ad un crescente interesse per lo studio dell’abbigliamento e della moda: si tratta però soprattutto di lavori dedicati agli aspetti storico-sociali del vestire, all’evoluzione del gusto e al bagaglio di concetti ad esso sottintesi, in saggi di studiosi di tutto rispetto come Maria Giuseppina Muzzarelli in Italia e di Michel Pastoureau in Francia. Nell’ambito della rievocazione storica un simile approccio è certamente utilissimo per inquadrare i vari significati del vestirsi in un mondo totalmente diverso dal nostro, ma si ha l’impressione che il discorso resti sul piano puramente teorico, senza toccare alcuni aspetti pratici che ai rievocatori interessano molto: qual era la forma esatta di una cotta o di una giornea? Quali stoffe erano usate per confezionarle? Come venivano indossate?
Per questo, ultimamente hanno visto la luce una serie di pubblicazioni sull’argomento esplicitamente rivolte ad un pubblico di rievocatori, oppure scritti direttamente da loro, come nel caso del pionieristico volume Adla Magione del Tau di Andrea Guerzoni e Remo Buosi edito nel 2000 e poi nei 2004. Alla prima categoria appartiene il lavoro di Loredana Imperio, Vestire nel Medioevo, appena pubblicato dalle Edizioni Penne & Papiri nella seconda ristampa aggiornata. Continua a leggere

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Viaggiare tra banditi e unicorni

di Franco Cardini

Nel Medioevo non si muovevano solo pellegrini e mercanti ma pure mercenari, sbandati, curiosi.

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Marco Polo lascia Kubilaï Khan – miniatura da “Il Milione”, Parigi, 1410-1412 – Parigi, BnF.

Non sono troppi, in Italia, gli storici à part entière: quelli che dominano seriamente la ricerca d’archivio ma non per questo trascurano la dialettica storiografica; che mostrano di sapersi avventurare nei pericolosi meandri della storia generale ma al tempo stesso accettano la sfida della microstoria; che si mostrano fedeli alla storia delle strutture socioeconomiche ma nondimeno avvertono il fascino della storia della cultura e delle idee, perfino di quella che per breve intenso periodo è stata definita «delle mentalità». Da noi, ad esempio, il compianto Vito Fumagalli ne era un esempio splendido. E oggi, se ne dovessi cercare altri almeno tra i medievisti, penserei a pochi nomi tra cui senza dubbio Maria Serena Mazzi. Pistoiese, laureatasi con un’impegnativa tesi di storia della storiografia che nel giorno della discussione la condusse a un serrato dibattito nientemeno che con Ernesto Sestan, la Mazzi ha poi scritto di storia della sanità e dei costumi sessuali, di questioni della corte estense quattrocentesca, di esecuzioni capitali, di cose toscane e anche di viaggi medievali: non solo pellegrinaggi, non esclusivamente viaggi di mercatura o di avventura. Continua a leggere

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Il cammino delle ortiche

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Per una giovane e ancora inesperta rhizotomoe in erba, intraprendere il cammino delle ortiche significa addentrarsi in un sentiero rischioso.
Non solo perché, fresche, pungono dannatamente e dunque bisogna fare molta pratica nel raccoglierle a mani nude se non ci si vuole ritrovare pieni di bolle il giorno dopo, ma perché, per una donna che aspira a radicarsi profondamente nel femminile, rappresenta la prova suprema: l’incontro con il maschile.
L’ortica è infatti la pianta virile per eccellenza: calda e secca come il seme dell’uomo, legata all’elemento del fuoco e al sole d’estate, posta sotto la protezione di Marte, l’essenza della guerra e della virilità stessa. Tutte cose che una donna deve maneggiare con cautela, o possono rivoltarsi contro di lei. Credo non fosse un caso se le donne che la raccoglievano, prima di andare, recitassero un’Ave Maria e, se capitava loro di pungersi, si difendevano con la giaculatoria «in sconto dei miei peccati». Continua a leggere

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