Ildegarda: una “solista” tra Cura e Grazia

Ildegarda, la Città di Dio e le Virtù Teologali – miniatura dal “Liber Divinorum Operum”. XIII sec. – Lucca, Biblioteca Capitolare.

La storica Maria Giuseppina Muzzarelli ha definito il Medioevo l’epoca del “compossibile”: cioé l’epoca in cui, a dispetto di una società che in diversi contesti si trascina dietro l’eredità maschilista del diritto romano, la voce delle donne ha la possibilità di farsi sentire. Il più delle volte come una sorta di “basso ostinato”, un brusio di sottofondo alle voci maschili dominanti; ci sono, però, molte voci soliste femminili che hanno modo di emergere, e queste voci sono ascoltate.
E una di queste voci soliste è sicuramente Ildegarda di Bingen.
Non dobbiamo, però, commettere l’errore di porla su un altro piano rispetto al suo tempo, soprattutto quando si parla delle sue due opere di argomento medico, volgarmente note come Physica e Causae et curae.

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I “Langobardi” in un documentario: Alboino e la Storia Viva.

Procedono, nonostante le inevitabili restrizioni causa pandemia, i lavori per realizzare la nuova fatica del gruppo di rievocazione storica Invicti Lupi di Romans d’Isonzo: il documentario Langobardi. Alboino e Romans, prodotto dalla Base2 Video Factory e diretto dal regista Simone Vrech.

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“Mulieres Salernitanae” al Premio Italia Medievale

Dal 1 dicembre scorso chiunque può segnalare i propri candidati preferiti al Premio Italia Medievale 2021 semplicemente inviandoli per email all’Associazione Italia Medievale.

Dal 1 febbraio 2021 saranno online quelli che avranno ottenuto il maggior numero di segnalazioni insieme a quelli selezionati dal direttivo dell’Associazione Italia Medievale per la XVIII edizione del Premio Italia Medievale.

A me personalmente piacerebbe molto che “Mulieres Salernitanae” avesse la possibilità di essere tra i candidati al Premio per la sezione editoria: sarebbe una bella soddisfazione non tanto per me, ma per loro, per Trotta, Rebecca, Sabella, Margherita, Venturella e Costanza. Un bel riscatto dopo secoli di oblio.

Se anche voi la pensate come me, segnalate pure “Mulieres Salernitanae. Storie di donne e di cura” di Federica Garofalo (Torino, Robin 2020) per la sezione editoria all’indirizzo info@italiamedievale.org .

In bocca al lupo, Mulieres!

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Medioevo, donne che curano e pregiudizi.

Ora che mi è capitato per un numero sufficiente di volte, posso ben dirlo: pochi momenti, nella vita di una tranquilla storica di formazione, possono superare l’emozione di quello in cui ti ritrovi tra le mani il pacco postale che contiene un libro che contiene qualcosa scritto da te.
Solo che questa volta, a differenza delle altre, il libro era TUTTO mio, dall’inizio alla fine: e stringerlo tra le mani, in tutta la sua materialità, con le tre giraffe rosa, blu e nere sulla copertina liscia curata dalla Robin Edizioni di Torino, e con ancora l’odore della tipografia tra le pagine, è davvero un po’ come stringere un figlio.
Anzi, sei figlie: perché quelle cui ho “dato la vita”, per la seconda volta, anche se con le mie parole, sono loro, le “Mulieres Salernitanae“, il cui nome finalmente potrà viaggiare al di là della città e della regione che le ha viste vivere e operare. Donne realmente esistite, dai nomi al tempo stesso così lontani e così vicini alla realtà della mia terra: Trotta, Rebecca, Sabella, Margherita, Venturella, Costanza.

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Lavori in corso…

Cliccare sull’immagine per accedere alla pagina facebook,

Carissimi tutti, il grande momento è arrivato: ho cominciato con la Robin Edizioni di Torino il lavoro di editing per il mio racconto a episodi “Mulieres Salernitanae“, dedicato non solo a Trotta detta Trotula, ma a tutte le donne medico che in cinquecento anni sono state parte integrante della Scuola Medica Salernitana
Inserisco qui la pagina facebook dedicata al libro, per chi vorrà saperne di più, in attesa della pubblicazione. Naturalmente non mancheranno aggiornamenti anche da qui,
Vi aspetto numerosi!!

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Il sesso secondo la Scuola Medica Salernitana: Costantino l’Africano e il “De Coitu”.

Donna che si rade il pube, bassorilievo da Porta Tosa, XII secolo – Milano, Museo d’arte antica del Castello Sforzesco.

Nell’immaginario collettivo, e nella cultura popolare, se c’è mai stato nella Storia un periodo sessuofobo, quello è stato il Medioevo. Un tempo dominato dalla Chiesa, il quale non avrebbe risparmiato nessuno sforzo per reprimere e proibire, anzitutto demonizzando l’eros, e la donna, veicolo di lussuria: l’unico ambito in cui il sesso potesse essere tollerato sarebbe stato il matrimonio, ma solo tollerato, in quanto, come afferma una frase molto citata (tra l’altro estrapolandola dal suo contesto, ovvero la lettera successiva al sinodo di Roma tra il 380 e il 390), sono le nozze a fornire i vergini.

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La regina e il filosofo: Matilde di Scozia e Anselmo d’Aosta.

Matilde di Scozia e Anselmo d’Aosta – Miniatura, XII sec.

E pensare che non è nato esattamente sotto i migliori auspici, il rapporto tra Matilde di Scozia, regina d’Inghilterra, e il grande filosofo Anselmo d’Aosta, arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa inglese.
Nel 1093, il re di Scozia Malcom III lavora ad un accordo di pace con Guglielmo II il Rosso, re d’Inghilterra, e pensa di suggellare l’accordo promettendo sua figlia in sposa ad Alano il Rosso, signore di Richmond, forse l’uomo più potente del Nord dell’Inghilterra. La ragazzina, di nome Edith, allora tredicenne, viene dunque fatta uscire dal monastero femminile di Wilton, nel Wiltshire, nel Sud dell’Inghilterra, dove ha studiato e dove ha preso il nome di Matilde. Il matrimonio, però, non ha luogo, perché Malcom entra in conflitto con Guglielmo, invade il Nord dell’Inghilterra, ma trova ad affrontarlo il conte di Northumbria, Roberto di Mowbray, e rimane ucciso insieme al figlio Edoardo. La moglie, la regina Margherita del Wessex, li seguirà dopo poco.
Matilde, rimasta orfana, però, non rientra in monastero, e la cosa non piace per niente ad Anselmo, che proprio nel 1093 era stato nominato arcivescovo di Canterbury. Egli scrive dunque l’anno successivo una lettera severissima a Osmundo, vescovo di Salisbury, nella cui diocesi si trova il monastero di Wilton, perché costringa Matilde a indossare di nuovo l’abito monacale. Non sappiamo se Anselmo conosca già Matilde di persona, ma quel che è certo è che egli, già abate di Bec, è un monaco fino al midollo delle ossa, e considera la vita monastica come la via privilegiata per la santità, a fronte di un mondo violento e spregiudicato.
Pare però che la lettera non abbia sortito alcun effetto. Tant’è vero che quando, alla morte di Guglielmo, nel 1100, sale al trono suo fratello Enrico, pensa subito di ricucire lo strappo con la Scozia sposando la principessa Matilde. Resta un problema: la ventenne candidata al trono di regina consorte d’Inghilterra ha preso i voti oppure no? Per esserne certi, viene convocato un sinodo di vescovi nella chiesa di Sant’Andrea a Lambeth presieduto proprio da Anselmo. Alla fine, si decide che non c’è nulla da fare: Matilde non ha mai emesso i voti, anzi, ella stessa ha dichiarato di aver sempre odiato quel panniculum nigrum che era costretta a portare in testa, e dunque l’arcivescovo di Canterbury è costretto a dichiarare il suo stato libero. Sarà egli stesso, d’altronde a celebrare il matrimonio tra la principessa scozzese e re Enrico, l’11 novembre del 1100, nella cattedrale di Westminster.

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Francesco – Liliana Cavani (1989)

Si era fatto un gran parlare, qualche anno fa, nel 2014, dell’ultimo dei tre film dedicati a Francesco d’Assisi firmati dalla regista Liliana Cavani, questa volta per la televisione. Francamente, ne rimasi abbastanza delusa: non aggiungeva granché ai due film precedenti, dai quali anzi aveva preso molto, anche le battute, mentre mi sarei aspettata qualcosa di nuovo, un nuovo punto di vista, o la stessa storia raccontata in un altro modo.
Cosa che d’altronde la regista aveva fatto nel 1989 con il suo Francesco, radicalmente diverso dal precedente Francesco d’Assisi del 1966 (nitido e rigoroso nel suo bianco e nero come nell’adesione alle fonti storiche), dipingendolo con le tinte drammatiche di una storia d’amore.

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Da Santa Maria de Domno a Santa Maria de Mare – la Judeca di Salerno.

Vico Giudaica – Salerno

È poco noto, ma nel Medioevo la più grande comunità ebraica del Sud Italia era localizzata a Salerno, e questa presenza ha lasciato tracce nella cultura e nella topografia della città. D’altronde, uno dei mitici quattro fondatori della Scuola Medica Salernitana è proprio l’Ebreo Elino.

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Cuore normanno

Un piccolo chiarimento per iniziare, a scanso di equivoci: non sono un’amante del genere rosa. Ma proprio per niente. Lo trovo banale, prevedibile, quasi morboso nell’illustrare un gioco a due in cui il resto del mondo pare tagliato fuori. Da adolescente mi feci prestare da mia zia qualche romanzo di Liala, e li lessi più per l’eleganza dello stile letterario che per altro. Per giunta la mia formazione da medievista mi rende alquanto diffidente verso quelli che chiamo i “rosa-confetto-pseudo-storici”, cioè quei romanzetti stile harmony che si spacciano per storici ma che di storico non hanno assolutamente niente, specie se si tratta di Medioevo (in particolare quelli più recenti, dove, quale che sia la loro epoca di ambientazione, è molto più curata la parte tra le lenzuola che la parte al di fuori).
In questo caso, però, è partito tutto dall’incontro casuale su internet con una dottoressa di ricerca in archeologia medievale, italianissima nonostante lo pseudonimo, e dall’informazione altrettanto casuale che stesse per uscire la sua opera prima, un romanzo ambientato nella Puglia dell’XI secolo, durante la conquista normanna. Che volete farci, l’ambientazione era così insolita e stuzzicante per un romanzo storico e l’autrice così convincente nella sua concretezza che mi sono lasciata coinvolgere, e, superando la repulsione per la copertina decisamente stucchevole, ho acquistato il libro.

Cuore normanno, di Anna Joy French, Milano, Mondadori, 2015.

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