I Longobardi, conquistatori sfortunati in crisi d’identità

 di Matteo Metta

Barbari che affossarono definitivamente la civiltà classica. Anzi no, un popolo che si inserì nel solco della decadenza, già “profondo” due secoli, se non di più. Comunque li si voglia vedere, i Longobardi e la loro invasione (o migrazione, per tenere buone le due teorie) dell’Italia, la questione rimane irrisolta: sono cinque secoli che il dibattito storiografico è di fronte allo stesso bivio.
Neanche la mostra che Palazzo Bricherasio dedica loro fino al 6 gennaio (I Longobardi, dalla caduta dell’impero all’alba dell’Italia), sfila l’asso per dirimere la “questione longobarda”. Le file dei loro fan sono tutt’altro che sparute: dalla riabilitazione dei Visconti, signori di Milano, che li elessero a loro mitici progenitori, fino a Giocchino Volpe, che vedeva le loro istituzioni come fondamento per la nascita della nazione moderna, passando per Machiavelli, che li riteneva degli apocalittici-integrati e tali da non aver «di forestieri altro che il nome». Altrettanto folte le file dei detrattori. Manzoni nell’Adelchi non aveva usato mezzi termini, i Longobardi sono una «rea progenie». Di più: degli oppressori «cui fu ragion l’offesa, e dritto il sangue, e gloria il non aver pietà». E c’è anche chi si spinge oltre, cerchiando di nero sull’almanacco della Storia il 568, l’anno in cui, guidati da Alboino, i Longobardi arrivano in Italia dalla Pannonia (Ungheria). Giovanni Vitolo non ha esitato a scrivere, nel suo manuale di storia medievale, che proprio quell’anno «segna l’inizio di una nuova era, il Medioevo», nonostante a scuola ci abbiano sempre insegnato che l’Età di mezzo non inizia con alcuna data. Recentemente anche lo storico e archeologo inglese Bryan Ward Perkins ha rinfocolato gli animi tornando alla versione – in verità proprio dagli storici di scuola inglese e tedesca archiviata da tempo – che addebita alle invasioni dei popoli germanici la vera colpa per la drammatica dissoluzione dell’Impero romano (nel saggio The Fall of Rome and the End of Civilization).
L’esposizione torinese sceglie un approccio più braudeliano, preferendo giocare sugli aspetti di “longue durée” e del confronto – non sempre scontro – tra culture e attori diversi. I Longobardi arrivano in una Penisola dilaniata da vent’anni di guerra greco-gotica (535-553) e governata da un’autorità bizantina debole. E tuttavia sono incapaci di sconfiggerla e unificare l’Italia sotto il loro dominio. Per due secoli ci proveranno, fino al 774, senza successo. Di questo progetto oggi ci resta solo un’idea, un Desiderio, come il nome – ironia della sorte – del loro ultimo re. Tentano di assimilarsi ai Romani, ma sono troppo rozzi e incolti per riuscirci. Simbolo di questo tentativo è la lamina di Agilulfo in bronzo dorato (dal Museo del Bargello), un frontale d’elmo largo otto centimetri. È il capolavoro dell’oreficeria longobarda, il pezzo più bello in mostra, in cui si nota la tensione dell’arte germanica verso il plasticismo tardo-antico e la sintassi di derivazione classica nella rappresentazione del trionfo del re.
Anche il rapporto con la Chiesa è tutt’altro che facile. Inziata con Teodolinda e il battesimo con il rito cattolico dell’erede al trono Adaloaldo, la conversione dall’arianesimo al cattolicesimo può dirsi completata con Liutprando (712-744). L’aristocrazia longobarda comincia presto ad esprimere i suoi vescovi, sui quali il papato eserciterà comunque molta influenza, con l’obiettivo – riuscito – di ostacolare quel sodalizio tra potere regio ed episcopato che invece rende robusti il regno dei Visigoti in Spagna e quello dei Franchi in Gallia. Gli ultimi re longobardi – Liutprando, Astolfo e Desiderio – non erano certo meno pii e devoti dei franchi Pipino il Breve e Carlomagno, invitati dal Papa nella Penisola per liquidare definitivamente la questione longobarda. Più semplicemente, il disegno della Chiesa evidentemente non si sposa con la loro politica espansionistica. Il ruolo dei vescovi e il potere delle reliquie è sviluppato in una sezione dell’esposizione in cui è presente il bel reliquiario di San Sebastiano (dai Musei Vaticani).
L’allestimento giustamente privilegia più la ricostruzione dei contesti piuttosto che la raccolta degli oggetti. Che sia un orientamento archeologico, e non storico artistico, a dettare legge nell’allestimento è fuori di dubbio. E solo un archeologo, quale è Gian Pietro Brogiolo, curatore della mostra, poteva dare – a ragione – tanto spazio ai contesti di scavo. Esempi ne sono le ricostruzioni multimediali delle trasformazioni delle strutture insediative, dall’impoverimento fino abbandono delle lussuose ville romane, presentando anche risultati di scavo inediti, come quelli della villa di Faragola nel Foggiano. Così i tesoretti, piatti d’argento e utensili liturgici non figurano in mostra solo per la loro bellezza – e basterebbe – quanto per spiegare il clima di incertezza che induceva uomini e donne a seppellire oggetti preziosi per recuperarli in momenti più propizi. E non avevano tutti i torti, dal momento che, se sono giunti fino a noi, evidentemente è per un solo motivo: è stata loro negata la possibilità di recuperarli. E, per rimanere in tema, come in ogni mostra archeologica che si rispetti, grande spazio trovano i rituali della morte e i corredi funerari. In particolare sono presentati oggetti di oreficeria e alto artigianato, scoperti nella necropoli longobarda di Collegno, alle porte di Torino, che è stata scavata in anni recenti dalla Soprintendenza archeologica del Piemonte.
Se pensiamo ai criteri con cui è stata concepita l’esposizione, appare meno vistosa l’assenza di capolavori notissimi dell’oreficeria longobarda, conservati a Monza, che la tradizione fa risalire a Teodolinda – la principessa bavarese andata in sposa prima ad Autari e poi ad Agilulfo –, come la Corona Ferrea, la Chioccia con i pulcini, la Croce di Agilulfo (detta anche di Adaloaldo), l’Evangeliario di Teodolinda. Manca anche la bellissima croce gemmata di Desiderio, che invece si trova a Brescia, così come riferimenti al tempietto di Cividale del Friuli e alle incantevoli figure di sante in stucco che ne adornano l’interno. In questo senso la mostra Il futuro dei Longobardi, curata dello stesso Brogiolo, tenutasi a Brescia nel 2000 (Museo di Santa Giulia), era sicuramente più generosa e riusciva maggiormente a colpire la fantasia dei più.

da “Il Sole 24Ore”, 19/10/2007

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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6 risposte a I Longobardi, conquistatori sfortunati in crisi d’identità

  1. costa ha detto:

    salve dama salernitana leggo volentieri il suo blog ricco di notizie , sui longobardi non le sembra eccessiva questa rivalutazione? nel sud le guerre endemiche,le faide, si moriva per una parola fuori posto, nella pompei romana si circolava senza armi e si risolveva le questioni dal magistrato ,dopo 5 secoli una letteratura misera eccc
    cordialmente

    • mercuriade ha detto:

      Non era tutto così nero, i documenti ci parlano di una vita molto più “normale”: nella Salerno altomedievale si risolvevano le questioni davanti ai giudici, e c’era una vita culturale abbastanza vivace da portare alla nascita della Scuola Medica Salernitana.

      • costa ha detto:

        ovviamente non era un inferno, si andava dai giudici ma ricordo che le faide erano tollerate pagando in denaro ,ma non sono un esperto, erchemperto narra di un livello costante di guerre con uso di saraceni contro i nemici e la scuole medica non è letteratura ,saghe nordiche ,quella gloriosa francese, non mi avrebbero dato le parole giuste per rivolgermi a una dama come lei ….incomincio ad essere quasi filobizantino ma sulla scelta occidentale (latino,chiesa romana ecc)dei longobardi forse fu scelta saggia e bisogna rendergli merito…..

      • mercuriade ha detto:

        Bisogna intenderci sul momento storico, e sui luoghi.
        L’Alto Medioevo non è un unicum, e i Longobardi di VII secolo non sono quelli di IX-X secolo e viceversa. Così come le faide sono più diffuse all’inizio della storia longobarda che non quando si stabilizzano e cercano di usare (non riuscendoci sempre), metodi più “civili” per risolvere i problemi.
        Così come ci sono contesti di guerra e di pace. I cronachisti si concentrano a raccontare soprattutto quelle di guerra che sono i più “interessanti” per uno scrittore, ma non dobbiamo dimenticare che ci furono larghi spazi di relativa tranquillità che permisero lo sviluppo di un commercio fiorente: basti pensare che Salerno, sotto il governo di Arechi, importava vetri pregiati dalla Siria e seta da Costantinopoli.
        La letteratura altomedievale non sono solo le saghe nordiche: ci sono autori importantissimi, purtroppo poco studiati. Ennodio di Pavia autore di alcuni dei primi inni alla Vergine; Venanzio Fortunato, che dedicò versi bellissimi direi quasi d’amore platonico alla badessa Radegonda di Poitiers. Per non parlare della filosofia, che conta geni come Isidoro di Siviglia nel VII secolo, o (ancora meglio) Giovanni Scoto Eriugena nel IX.

  2. costa ha detto:

    Giovanni Scoto Eriugena non era irlandese? se pensiamo alla letteratura e cultura del sud prima del medioevo i secoli longobardi sbiadiscono ,forse rimanendo nell’impero bizantino ci sarebbe stato un legame, una continuità con il passato classico ,si sarebbe rinforzata la nostra identità magari sarebbe nata un epica di cui i meridionali avrebbero tanto bisogno ….ma la storia non si fa con i se e forse sto scrivendo troppi post….

    cordialmente

    • mercuriade ha detto:

      Sì, era irlandese, e parlavo dell’Alto Medioevo in generale.
      La continuità con il passato classico c’era, tant’è vero che, ad esempio, a Benevento esisteva una scuola di grammatica (=letteratura) e retorica di cui parla lo stesso Paolo Diacono. Gran parte della letteratura latina medievale si modella sostanzialmente su quella latina classica, che semplicemente si trasforma.
      E la stessa scuola carolingia ebbe inizio con la chiamata dall’Italia di un grande intellettuale, Pietro da Pisa, che divenne il precettore di Carlo Magno.

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