Becket e il suo re – Peter Glenville (1964)

Tommaso Becket sembra aver incontrato il favore del Novecento: la vicenda dell’arcivescovo di Canterbury ucciso nella sua stessa cattedrale durante i Vespri del 29 dicembre 1170 da quattro cavalieri, forse per ordine del re d’Inghilterra Enrico II Plantageneto, dopo essere stata praticamente trascurata dalla letteratura precedente, ha ispirato alcune delle più belle pagine della drammaturgia contemporanea. Forse perché, almeno come appare nelle descrizioni dei suoi contemporanei, la figura di Tommaso Becket è certamente molto moderna: prima cancelliere e «unico consigliere» del re, dandy amante dello sfarzo e i cui banchetti erano proverbiali, nominato arcivescovo di Canterbury proprio dal re che credeva così di riuscire a controllare meglio la Chiesa inglese; e, appena divenuto vescovo cambia completamente vita, dà tutti i suoi beni ai poveri, veste un semplice abito agostiniano, invita i mendicanti alla sua tavola, e soprattutto si oppone in ogni modo alle ingerenze del re nella vita della Chiesa d’Inghilterra, e in modo tanto deciso da venire prima esiliato e poi ucciso.
Per primo l’Inglese Thomas Eliot, nel 1935, lo aveva reso protagonista di uno dei drammi più intensi del XX secolo, Assassinio nella cattedrale, in cui l’arcivescovo di Canterbury diveniva il campione della resistenza contro lo Stato onnivoro, una sorta di Catone Uticense che stoicamente si fa ammazzare pur di affermare fino in fondo il diritto alla libertà; e l’allusione ai regimi dittatoriali che all’epoca sembravano avere in pugno l’Europa era più che evidente.
Tutto un altro Becket, invece, è quello tratteggiato dal grande drammaturgo francese Jean Anouilh nel dramma del 1959 dal quale, nel 1964, il regista inglese Peter Glenville trasse questo film: Becket e il suo re.
È chiarissimo che il cinema ha esigenze diverse dal palcoscenico, e un regista deve saper portar bene sullo schermo un pezzo di teatro puro come questo, altrimenti può risultare prolisso; cosa che qui non avviene, certo grazie a Glenville, specialista del teatro di celluloide, ma soprattutto grazie ai due autentici mostri che lo interpretano, Peter ‘O Toole (Enrico II) e Richard Burton (Becket), capaci di rendere appieno tutta la tensione di questo meraviglioso dramma.
Il titolo originale dell’opera di Anouilh è Becket ou l’honneur de Dieu, e la chiave di lettura di questo Becket che qui vediamo incarnato da Burton è proprio questo “onore di Dio” che così tante volte ricorre nel film, ma anche nelle lettere autentiche dell’arcivescovo di Canterbury. Sulla penna del vero Becket, però, l’onore di Dio era la libertà della Chiesa, che andava difesa da qualunque tentativo del potere terreno di assoggettarla ai suoi capricci. Nel dramma di Anouilh, e in questo film, assume un diverso significato, e legato a doppio filo con la figura di Enrico II; Anouilh (e Glenville con lui) non essendo uno storico, commette diversi errori, come ricondurre il conflitto al livello politico allo scontro tra Sassoni e Normanni, e fare dello stesso Becket un Sassone, dimenticando che in realtà l’arcivescovo di Canterbury era di famiglia normanna.
Il dramma di Eliot metteva l’accento su ciò che Becket ed Enrico rappresentavano: lo Stato e ciò che gli resiste. Qui invece sono gli uomini che contano, e il rapporto diretto che intercorre tra i due, descritto, almeno da parte di Enrico, come un attaccamento quasi morboso. Che fosse o meno intenzione di Anouilh o del regista, alcuni vi hanno voluto vedere un’allusione ad un rapporto omosessuale tra i due, cosa che per me semplifica un tantino troppo qualcosa di molto più complesso, e che, soprattutto, ci riguarda tutti molto da vicino.
Non c’è bisogno di essere innamorati di qualcuno per diventarne dipendenti, e per desiderare che questo qualcuno esista solo in funzione di noi. Quello che re Enrico manifesta nei confronti di Tommaso Becket, infatti, è desiderio di possesso: qualcosa che permette la degenerazione anche di quello che sembrerebbe il meno degenerabile dei sentimenti umani, l’amicizia. Enrico aspira al possesso dell’amico, ad essere la sua unica ragione di vita, togliendogli con sottile crudeltà tutto ciò che potrebbe permettergli di vivere una vita propria, compresa la donna che Tommaso ama, la principessa gallese Guendalina. Ci riuscirà solo finché Becket non avrà conosciuto appunto “l’onore di Dio”, trovando dunque una sua propria ragione di vita, che è intenzionato a difendere anche a costo della morte fisica. Cosa che Enrico non gli perdona, fino al punto di doverlo uccidere per poterlo avere tutto per sé.
In effetti, Enrico è caratterizzato in modo molto “psichiatrico”, tanto da essere contraddistinto da un tic: l’ossessione per il freddo. Un freddo più del cuore che del corpo, a mio parere: Enrico sembra indifferente a tutto, alla madre, alla moglie Eleonora, ai figli, alle sue tante amanti. Anzi, griderà di non essere stato mai amato da nessuno, tranne che da Tommaso, che egli definisce un “amico caldo”: amico che tale rimarrà anche quando il re vorrà la sua morte.
Una curiosità: nella scena in cui Becket va a Sens a perorare la sua causa davanti a papa Alessandro III, ad interpretare il pontefice è il nostro Paolo Stoppa, e, nel ruolo di uno dei cardinali c’è… Gino Cervi! Chissà cosa avrebbe detto il suo Peppone…

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a Becket e il suo re – Peter Glenville (1964)

  1. Paolo Marini ha detto:

    Gentile Mercuriade, sto indagando – coi mezzi che posso permettermi – sul passaggio di Thomas Becket in Italia durante l’esilio, e in particolare in Toscana. Anche se le ricerche finora compiute mi portano a precisare: il presunto passaggio, dato che, nonostante una tradizione voglia sia lui il fondatore della prioria di S. Bartolommeo a Gagliano nel 1163, in nessuna sua biografia finora esaminata ne ho trovato conferma. Mi sa indicare qualche riferimento al proposito? Gliene sarei esageratamente grato. Lo so che è difficile, ma…
    Con grande stima & complimentoni per il blog
    Paolo Marini

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