Bisanzio italiana

di Maurizia Tazartes

Preziose testimonianze di nove secoli in mostra a Ravenna.

Giustiniano, il vescovo Massimiano e il loro seguito - Mosaico dal catino absidale della Basilica di San Vitale, Ravenna - 547 ca.

Giustiniano, il vescovo Massimiano e il loro seguito – Mosaico dal catino absidale della Basilica di San Vitale, Ravenna – 547 ca.

Ori lucenti, sete preziose, prati come velluti, figure ieratiche sospese nello spazio e nel tempo, eppure dense di storia e di atmosfera, capaci di rivelare ruoli e caratteri. L’imperatore Giustiniano, la moglie Teodora, il vescovo Massimiano, ancelle e dignitari fissano, solenni ed enigmatici, la folla di visitatori stranieri protesi a naso in su nella basilica di S. Vitale.
Una visita sempre emozionante, che permette, a distanza di secoli, di leggere brani di storia sacra e profana del Cinquecento nei mosaici del catino e dell’abside, risparmiati dalle distruzioni del tempo. E di cogliere nelle eleganti trine scolpite dei capitelli, nei giochi astratti delle venature dei pilastri provenienti dall’Asia Minore, nella luce e nella leggerezza dell’architettura, l’impronta di Bisanzio mescolata a Roma.
Iniziata nel 525, completata nel 547 con l’arcivescovo Massimiano, S. Vitale è un documento eccezionale, simbolo della Ravenna bizantina. Nel 540 Giustiniano, imperatore d’Oriente, l’ha riconquistata e ne ha fatto la capitale dell’esarcato alla periferia del suo grande impero. La città, dal 409 capitale di quello romano d’Occidente, dal 476 del regno goto di Teodorico, gli riconosce il primato immortalandolo nel 546-8 sui muri della basilica. È colto nell’atto di offrire i vasi liturgici nella cerimonia di consacrazione dell’edificio, accanto al vescovo: Ravenna si vota così a Bisanzio e il potere politico e religioso si legano indissolubilmente.

L'imperatrice Teodora e il suo seguito - Mosaico dal catino absidale della Basilica di San Vitale, Ravenna - 547 ca.

L’imperatrice Teodora e il suo seguito – Mosaico dal catino absidale della Basilica di San Vitale, Ravenna – 547 ca.

A questa capitale, ponte tra Oriente e Occidente, è dedicata l’importante mostra «Splendori di Bisanzio. Testimonianze e riflessi d’arte e cultura bizantina nelle chiese d’Italia», appena inaugurata al monastero di S. Vitale (fino al 4 novembre). Oltre 100 preziosi oggetti dal V al XIV secolo, sistemati in un’ala settecentesca del convento ristrutturato, per la prima volta aperta al pubblico, delineano la storia di comuni radici dell’Europa, di cui Ravenna è una tappa fondamentale, con Venezia, Roma e alcuni centri meridionali.

Mandylion di Genova - icona da Costantinopoli, XIII sec. - Genova, San Bartolomeo degli Armeni.

Mandylion di Genova – icona da Costantinopoli, XIII sec. – Genova, San Bartolomeo degli Armeni.

Dopo la visita a S. Vitale, al vicino mausoleo di Galla Placidia (rigurgitante di turisti) e, se vogliamo, ad altri significativi monumenti del V-IV secolo (Battistero degli Ortodossi, S. Apollinare Nuovo, Mausoleo di Teodorico, S. Apollinare in Classe), la mostra diventa un viaggio sorprendente. È organizzata da Muse S.r.l. con un prestigioso comitato scientifico (catalogo Fabbri Editori). Grandi pannelli azzurri e vetrine sofisticate contengono gli oggetti (monete, epigrafi, icone, reliquiari, manoscritti, mosaici, marmi e arredi sacri), divisi per generi. Provengono eccezionalmente da chiese e musei diocesani italiani, da luoghi famosi come la Procuratoria della Basilica di S. Marco a Venezia, il Museo del Duomo di Monza, la Biblioteca Apostolica Vaticana e da sedi meno note. Testimoniano la rete complessa e caleidoscopica degli scambi tra Oriente e Occidente. Prodotti a Costantinopoli, Antiochia, Alessandria, Cesarea di Palestina, Gerusalemme e in altre città, raggiungevano l’Ovest via mare.

Icona di San Demetrio - mosaico su supporto ligneo rivestito in lamina d’argento sbalzato e dorato, fine XIV sec. - Sassoferrato, Museo Civico.

Icona di San Demetrio – mosaico su supporto ligneo rivestito in lamina d’argento sbalzato e dorato, fine XIV sec. – Sassoferrato, Museo Civico.

Spesso però erano «made in Italy», a Ravenna, Roma, Puglia e Basilicata, province periferiche più aggiornate della stessa Costantinopoli come spiega in catalogo Giovanni Morello. Diversi tra loro per genere, forma, materiali, sono legati dal filo di una cultura comune, che sopravvive alla caduta nel 1453 dell’Impero d’Oriente ed in alcune zone della Grecia e dell’Europa Orientale, anche oggi: un carattere sacro e magico, reso con materiali pregiati, in grado di alludere simbolicamente al divino (il cristianesimo era allora l’unico elemento unificatore dell’impero).

Cristo Pantocratore - Mosaico e rame dorato, inizio XIV sec. - Galatina (Lecce), S. Caterina d'Alessandria, Museo del Tesoro.

Cristo Pantocratore – Mosaico e rame dorato, inizio XIV sec. – Galatina (Lecce), S. Caterina d’Alessandria, Museo del Tesoro.

Le icone con Cristo, Madonna, santi, nel mondo bizantino sono quasi reliquie, che si portano dietro alla nascita storie e leggende, spesso in sintonia al di qua e al di là del mare, come sostiene Carlo Bertelli nel suo saggio.
Oggetti non di ammirazione estetica, ma di venerazione, quale un tempo si riservava ai ritratti imperiali. Con tale funzione le ritroviamo in Occidente, insieme al termine greco «icona» che sembra alludere ad immagine di devozione fino al 1200-1300, quando si carica anche di significati estetici: nei contrasti del tempo si ordinano «iconas pulcherrimas» (icone bellissime) per altari e cappelle. Ma come stabilire il sottile confine tra immagine sacra e opera d’arte? Non è sempre facile, come dimostrano le testimonianze esposte.

Madonna con bambino, particolare - icola di legno dipinto, XIII secolo - Andria, Episcopio.

Madonna con bambino, particolare – icola di legno dipinto, XIII secolo – Andria, Episcopio.

Il «Santo Mandylion» (fazzoletto) della chiesa genovese di San Bartolomeo degli Armeni, un enigmatico volto di Cristo realizzato a Costantinopoli forse nel XIII secolo, appartiene al culto. Secondo la leggenda si trattava del viso fatto imprimere dallo stesso Gesù in un fazzoletto per il re dell’Osroene, Abgaro V, che aveva ordinato ad un pittore di ritrarlo durante una predica. Con questo marchio carismatico al Mandylion compie una serie di miracoli fino al suo arrivo in Occidente, come dono dell’imperatore Giovanni V al capitano Leonardo Montaldo, poi doge di Genova, morto nel 1384.

San Nicola Pellegrino - tempera su tavola, XIII-XIV sec. - Trani, Museo Diocesano

San Nicola Pellegrino – tempera su tavola, XIII-XIV sec. – Trani, Museo Diocesano

Strumenti di preghiera sono anche i piccoli mosaici portatili, spesso chiusi da eleganti cornici di rame dorato o di argento, come l’«Icona di San Demetrio» (santo di Salonicco) del museo civico di Sassoferrato, appartenuta ad un umanista del 1400, o il «Cristo Pantocratore» di Galatina, fabbricato a Costantinopoli nei primi decenni del 1300 e portato in Occidente da Raimondello del Balzo Orsini: simili a esemplari greci del XIII-XIV secolo proteggevano con iscrizioni miracolose i proprietari nei lunghi pellegrinaggi.
Ma altre icone dell’Italia meridionale, come la misteriosa «Madonna col bambino» di Andria, dipinta su tavola nel 1200, modello di quelle prodotte a Zara o a Cipro, o il bel «San Nicola Pellegrino» di Trani, di poco successivo, sembrano tavole d’altari occidentali, con intenti artistici.

Reliquiario con terra e pietre della Terra Santa - Legno dipinto con scene della Vita di Cristo, VI sec. - Roma, Musei Vaticani.

Reliquiario con terra e pietre della Terra Santa – Legno dipinto con scene della Vita di Cristo, VI sec. – Roma, Musei Vaticani.

Affini alle icone sono i numerosi reliquiari esposti, dai tipi correnti prodotti in serie negli ateliers dei santuari d’Oriente e diffusi in Occidente dal IV secolo, a quelli più rari fabbricati nel palazzo di Costantinopoli. Croci e trittici, smaltati, dorati, in avorio, contenenti pezzi della croce di Cristo, crocette da portarsi al collo contro le malattie del corpo e dell’anima, ampolle souvenirs con oli particolari, cassette lignee dipinte, per raccogliere pietre della Terra Santa, come quella bellissima del VI secolo con vivaci scene della «Vita di Cristo» della Vaticana.

Ultima Cena e Lavanda dei Piedi - dal Codice Purpureo di Rossano, t. 5, VI sec. - Rossano Calabro, Museo Diocesano.

Ultima Cena e Lavanda dei Piedi – dal Codice Purpureo di Rossano, t. 5, VI sec. – Rossano Calabro, Museo Diocesano.

L’aura sacra accompagna anche i manoscritti colorati e luminosi. Secondo la mentalità bizantina, dell’imperatore come dell’uomo comune, dice Guglielmo Cavallo, tutti dovevano poterne usufruire ed era un gran merito restaurare quelli rovinati per renderli leggibili. Monaci e laici possedevano grandi biblioteche e spesso donavano i libri ad un’istituzione per la salvezza della loro anima. Ce n’erano di tutti i tipi: di magia, astrologia, alchimia. Quelli in mostra sono di soggetto sacro: il «Codex Purpureus» del museo arcivescovile di Rossano Calabro, di fattura siriaca o palestinese del VI secolo è un capolavoro: scritto in oro e argento su una base purpurea, si portava in processione. Il «Libro di Giobbe» della Vaticana è invece un esempio greco del IX secolo realizzato forse a Roma, con cinquantacinque poetiche miniature. Poi ci sono i minuscoli libri di pergamena per la devozione privata, scritti con inchiostri preziosi, e i lunghi rotoli rituali bizantini, come quello prodotto a Salerno tra il 1085 e il 1121.

Giobbe malato - dal Libro di Giobbe, IX sec. - Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Giobbe malato – dal Libro di Giobbe, IX sec. – Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana.

Dai libri ai marmi ai mosaici fino al pezzo forte della mostra, che troneggia in una vetrina: la cattedra del museo arcivescovile di Ravenna appartenuta a Massimiano, primo vescovo della città insignito da Giustiniano del titolo di «archiepiscopus».

Cattedra di Massimiano - avorio intagliato, VI sec. - Ravenna, Museo Arcivescovile.

Cattedra di Massimiano – avorio intagliato, VI sec. – Ravenna, Museo Arcivescovile.

Scolpita finemente in avorio in una importante bottega di Costantinopoli è opera di quattro abilissimi maestri, diversi per cultura, ma capaci di dare un risultato omogeneo e originale. Possiamo immaginarvi seduto l’arcivescovo, guance scavate e occhi intelligenti, come appare nei mosaici di San Vitale. In fondo, con la sua propaganda filobizantina, una bella cattedra se l’era meritata.

da “La Stampa”, 04/08/1990

Per saperne di più:
Splendori di Bisanzio: testimonianze e riflessi d’arte e cultura bizantina nelle chiese d’Italia; catalogo della mostra: Ravenna 1990, a cura di Giovanni Morello, Milano, Fabbri Editori, 1990.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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