La fortuna del gioco tra antichità e medioevo

di Ezio Zanini

Gioco delle tavole con l’astronomia, versione particolare della tavola reale per sette giocatori, in questo caso, sempre descritto nel “libro de los Juegos” vengono rappresentati simbolicamente i sette corpi celesti all’epoca creduti pianeti.

Parlando di “storia del gioco” occorre innanzitutto mettere a fuoco i differenti significati che questo rito sociale ha assunto in diverse epoche e la cosa non è sempre facile; ma, ripercorrere la sua storia, può offrire l’occasione di indagare, in modo particolare ed originale, sia la natura umana che i valori che hanno contraddistinto le differenti culture che si sono succedute nel tempo.
Sembra che il gioco sia presente nella vita dell’uomo da sempre e che si sia arricchito, fin dall’antichità, di molteplici e affascinanti valori simbolici per poi svilirsi, nel corso degli ultimi secoli della nostra epoca, fino a perdere, quasi, un’identità precisa.
Per questo occorre in primo luogo riappropriarsi dei corretti termini che ci permettano, sia di tracciare attributi e caratteristiche, che di tentare classificazioni e definizioni all’interno di questo mondo.
La parola “gioco” risulta infatti abbastanza vaga, vista l’ampiezza dei suoi differenti significati odierni, e viene usata, a mio avviso, per lo più impropriamente.
Seppur la definizione che riporto non abbia la pretesa di essere assoluta o univoca (sarà così comunque in questo contesto) il gioco è, secondo me, un passatempo per il quale si utilizzano strumenti specifici, che si svolge in uno spazio temporale ben preciso, caratterizzato da un inizio ed una fine: nello spazio identificato da questi due limiti, il tempo e le azioni dei giocatori sono disciplinate da una struttura o una sequenza di regole inequivocabili.
Questa definizione tende ad evidenziare la differenza con altri strumenti ricreativi, come i giocattoli per esempio, in cui l’azione ludica non è regolata né strutturata: l’unico limite, in questo secondo caso, è dato dalla fantasia dell’individuo che vi si approccia.
Il gioco non è, quindi, un arnese o un attrezzo, ma un’entità strutturata di regole che non sempre necessita di strumenti.
Esso non è, però, completamente estraneo all’attività di chi, come me, si occupa di ricostruire le antiche tecniche utilizzate dall’uomo per mediare il proprio rapporto con l’ambiente circostante, proprio perché il gioco è parte integrante e necessaria all’equilibrio di questo rapporto.
Concetto difficile, quest’ultimo, da assimilare in un’epoca bulimica di ogni tipo di svago, ma proviamo ad immaginare di calarci in un periodo storico dove la musica non si ritrovi amplificata in ogni ambiente possibile, senza tv né monitor, senza cinema, films o partite su canali satellitari, senza mp3 né concerti, niente libri né teatro alla portata di tutti.
In un simile periodo arti come la letteratura, la poesia, la musica o la drammaturgia divengono esperienze rare ed essenziali, ricercate proprio per la loro capacità di rapire l’individuo in mondi lontani, distraendo e portando sollievo: “stille di redenzione” nei confronti di una quotidianità spesso brutale ed avvilente.

Tavola del gioco delle quattro stagioni detto anche “El Mundo”, si tratta di una versione particolare del gioco per quattro giocatori, realizzabile anche sulla tavola reale e descritta nel “libro de los Juegos”. Nel susseguirsi delle azioni di gioco la pedine introdotte nel cerchio in base al risultato del tiro di dadi rappresentavano simbolicamente ed allegoricamente lo scorrere delle stagioni.

Nell’antichità queste arti si elevano a mito e culto religioso proprio come avviene per il gioco che si ammanta di una sua ritualità mistica.
Il gioco da tavolo in particolare diviene l’archetipo del gioco per eccellenza in cui molte allegorie e simbolismi trovano la loro giusta collocazione: la tavola ricrea nella sua struttura un sistema cosmologico nel quale le pedine, espressione simbolica di ciclicità degli eventi, si muovono secondo il risultato del tiro di dadi, assimilabile alla volontà espressa da un oracolo.
Non è un caso infatti che i ritrovamenti più antichi di tavole da gioco siano avvenuti in templi, in spazi dediti al culto delle divinità o in santuari e che nelle raffigurazioni antiche i giochi di questo tipo siano rappresentati come disputati al cospetto delle divinità stesse.

Particolare di tavola reale con pedine e dadi, la tavola da gioco in uso ancora oggi si ritrova in diverse testimonianze di epoca medievale con il nome di Tabula, Taula o Tavli e sembra derivare attraverso modelli di gioco di epoca classica direttamente da giochi praticati dalle antiche civiltà del passato. Viene descritta nel “libro de los Juegos” dove sono citati, esponendone le regole, 14 giochi differenti che si possono realizzare sulla stessa tavola. Le pedine si muovono sulle caselle realizzate lungo i bordi in base al risultato del tiro di dadi, le finalità ed alcune piccole regole particolari variano a seconda del tipo di gioco.

Successivamente, nel periodo classico, il gioco tende ad affrancarsi dall’influenza soprannaturale, aprendosi ad una umanizzazione progressiva che lo porta a “collassare” gradualmente passando dall’essere la rappresentazione del cosmo a quella del mondo (l’ecumene) prima e della società civile poi: la società stessa è vista come un grande gioco in cui ogni pezzo si muove con regole prestabilite.
Quindi, sulla tavola da gioco, gli dei, i cui princípi si credevano espressione delle azioni del gioco, cedono progressivamente il passo ai gesti di cittadini finalmente liberi.
L’avversità della sorte, rappresentata dalla sentenza dei dadi, in questo nuovo contesto, è da considerarsi pienamente superabile grazie all’abilità del giocatore, e la società esalta, quali virtù fondamentali per l’individuo, l’erudizione e la conoscenza necessarie a sviluppare una strategia vincente indipendentemente dalla componente dettata dal fato.

Particolare di tavola da gioco oggi conosciuta col nome di Trea o Mulino. In epoca medievale si giocava anche con l’utilizzo di dadi che, con determinati punteggi davano il diritto di eliminare una pedina avversaria dal campo di gioco. Le pedine inizialmente venivano introdotte sulla tavola sulle intersezioni del reticolo ed in una seconda fase di gioco si potevano spostare lungo i segmenti con lo scopo di realizzare file di tre pedine dello stesso colore adiacenti.

In epoca medievale si perderà progressivamente questo tipo di partecipazione viscerale, dovuta a valori ampiamente condivisi ed esaltati all’interno della società, e, come sempre accade quando manca una corretta cultura al gioco, il giusto coinvolgimento del giocatore verrà garantito da una componente economica corrisposta al vincitore.
Nonostante quest’ultimo fattore potrebbe portarci a pensare che l’interesse fosse esclusivamente dovuto alla contropartita finanziaria, esistono precise testimonianze, tanto nell’antichità che in epoca medievale, di quanto la capacità di “animos relaxare” del gioco venisse presa in altissima considerazione anche a quei tempi.

Particolare della tavola del gioco con l’astronomia relativo allo spicchio con rappresentato Saturno. La divinità legata all’omonimo pianeta eredita dal mondo classico la sua affinità col mondo del gioco oltre a diverse simbologie ad esso legate. In epoca romana era protagonista indiscusso dei saturnali, festività ad esso dedicati in cui il gioco tornava ad avere valenze simboliche e rituali.

Sicuramente la più interessante tra tutte si trova nel “libro de los Juegos” scritto da Alfonso X di Castiglia e Leon attorno al 1283 d. C. che descrive una stato di “allegria” che l’uomo, per volontà divina, continuamente ricerca per poter meglio sopportare le avversità qualora esse sopravvenissero.
I giochi da tavolo, che il sovrano inserisce nel trattato, sono importanti, secondo le sue stesse parole, proprio perché possono portare sollievo (questa “allegria”) a tutte quelle persone che ne hanno più bisogno, trovandosi magari in prigionia o cattivo stato di salute tali da non permettere loro altri tipi di svago.
Con le sue parole Alfonso X (non a caso detto Il Saggio) sembra voler elevare il gioco allo status di “diritto irrinunciabile” per l’equilibrio dell’individuo.
Nonostante non ci sia più l’estrema esaltazione dell’abilità strategica che si era verificata nel periodo classico, in epoca medievale le qualità culturali che fanno di un individuo un buon giocatore vengono comunque riconosciute e tenute in altissima considerazione tanto che praticare il gioco degli scacchi diviene una probitas (virtù) essenziale per un buon cavaliere.
Successivamente, con esiti altalenanti, il gioco è identificato più o meno quale fonte di ammaestramenti morali o occasione di perdizione; le forme di gioco che, con una forte componente d’azzardo, creano problemi di ordine pubblico, vengano gradualmente assoggettati a divieti e norme sempre più restrittive.

Particolare di istoriazione de “Galvano e la scacchiera volante” racconto appartenente al ciclo arturiano scritto da anonimo olandese del XIII sec. in cui una magica scacchiera volante funge da espediente narrativo per inanellare le avventure vissute da Galvano nel tentativo di riportare la magica scacchiera ad Artù ed ereditare così il suo regno.

Così come nell’antichità il gioco è sempre andato a braccetto con la matematica, grazie alle strutture logiche che costituiscono la sua ossatura, in tutto il medioevo europeo, esso venne inserito, a pieno diritto, in ogni trattato di matematica, come per esempio nei “Problemi per rendere acuta la mente dei giovani” di Alcuino da York e nel “Liber Abaci” di Leonardo Fibonacci, ma a partire dal rinascimento sembra che il fortunato connubio sia destinato a frantumarsi.
Nel 1478 Luca Pacioli, durante la stesura di un codice (Vaticano Latino 3129), sconosciuto ai più ed arrivato fino a noi, nell’introdurre la parte dedicata ai giochi, di suo pugno, esordisce: “[…] Ben mi pare, per amore de molti idioti, dover ponere fra queste cose speculative qualche piacievilezza, aciò anche loro s’abino a recordare […]” asserendo, quasi a titolo di scusa, che quella parte del trattato è stata inserita per amore di “molti idioti” che altrimenti non avrebbero apprezzato gli argomenti eri del trattato.
Si tratta di un’espressione sicuramente infelice che, penso, ricalchi un’opinione ormai largamente diffusa nell’immaginario del tempo.
Il gioco inizia ad essere così considerato come un’arte inferiore rispetto alle sorelle con cui ha condiviso i passi fino a questo momento della storia dell’uomo; giungerà ad essere considerato, a fine ottocento, come perdita di tempo, fonte di depravazione e corruzione, ma questa, per fortuna, è già un’altra storia.

Per saperne di più:
Ezio Zanini, Il labirinto dei giochi perduti. Giochi da tavolo dal mondo antico al Medioevo, Rimini, Il Cerchio, 2012.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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11 risposte a La fortuna del gioco tra antichità e medioevo

  1. Luca Maria Balli ha detto:

    molto interessante, esiste una copia consultabile da internet de “libro de los Juegos” scritto da Alfonso X di Castiglia e Leon consultabile via internet? Ringraziando, Luca Maria Balli

  2. marcella ha detto:

    E sapreste darmi invece indicazioni su come reperire delle copie in cartaceo(possibilmente in italiano) del Libro de Juegos di Alfonso X? Grazie

  3. iphone ha detto:

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