Un’abbazia mediterranea: Cava de’ Tirreni e il porto di Vietri

Antico porto etrusco di Punta Fuenti – Vietri sul Mare (SA) – foto per cortesia di Roberta Pecoraro.

Oggi è considerato un po’ la “porta” della Costiera Amalfitana, poco più di un sobborgo di Salerno che solo d’estate si affolla di turisti, con la sua spiaggetta di fronte alla quale si stagliano, emergendo dal mare, i due faraglioni noti come “i due fratelli”. Nessuno penserebbe che, dall’XI al XV secolo, Vietri sul Mare è stato il principale porto commerciale dell’abbazia della Santissima Trinità di Cava dei Tirreni, meta di navi da tutto il Mediterraneo.
Ad esserne convinto è Alfonso Mignone, studioso di navigazione già autore di un saggio sul porti del Regno di Sicilia dell’età di Federico II, che ora ha dato alle stampe uno studio specifico sul porto di Vietri e dei suoi rapporti con l’abbazia di Cava de’ Tirreni.

Abbazia che, e lui ci tiene molto a chiarirlo, aveva una dimensione “internazionale”, anzi, mediterranea:
«L’abate di Cava era molto legato al papato,» chiarisce, «e sono convinto che il monastero sia stato il più importante d’Italia al livello di economia e di relazioni con regni e città. Aveva infatti contatti diplomatici e commerciali, oltre che con Salerno e Amalfi, con Genova, Pisa, Napoli, Ischia, Roma, Gaeta, e con le città calabresi e siciliane, cui dobbiamo aggiungere il Nord Africa, e il Regno latino di Gerusalemme quasi fin dalla sua fondazione, nel quale poteva contare perfino su un porto franco a Tiro, concesso all’abate Benincasa da Baldovino IV nel 1181.»
Attenzione, però: il commercio dell’abbazia non è quello che intendiamo noi di solito.
«L’abbazia non aveva fondaci in queste città, e gli scambi avvenivano con gli ospedali gestiti dai benedettini o, in Terrasanta, dai cavalieri di San Giovanni in Gerusalemme: non vi era l’utilizzo di moneta, e i suoi prodotti come castagne, vino, cereali, piastrelle di maiolica (molto apprezzate per rivestire le pareti dei bagni, anche in Oriente) e pescato lavorato come il tonno (detto nei documenti tonnina) venivano scambiati con quanto necessitava al monastero per le cerimonie, ad esempio incenso, seta per i paramenti, spezie e avorio. Se ne deduce che l’abbazia era in ottimi rapporti con il mondo arabo.»
Pochi sanno che lo splendido duomo di Monreale, con la sua Abbazia dei Cento Monaci, deriva proprio da Cava dei Tirreni:
«Era desiderio dello stesso sovrano Guglielmo II, notoriamente molto devoto, avere nella sua Monreale una “filiale” dell’abbazia: così, nel 1176, l’abate Benincasa inviò cento monaci a popolare il nuovo monastero, in cambio dell’ormeggio perpetuo di cinque saettie nel porto di Palermo e di una tonnara nell’Isola delle Femmine.»
Un capitolo interessante è appunto quello della pesca e della lavorazione del tonno, voce importante nell’economia dell’abbazia.
«Il monastero aveva concessioni di pesca, che poi dava in affitto ai pescatori in cambio di una decima, praticamente in tutta l’Italia meridionale. Le più importanti erano a Palinudo (Palinuro) e nella località detta allora di Gallocanta, tra Cetara e Vietri; Cetara era d’altronde anche il porto peschereccio dell’abbazia, e anche il luogo più importante di lavorazione del pescato insieme a Castellabate, nel Cilento.»
Sotto l’abate Balsamo (1208-1232), Cava de’ Tirreni attraversa il periodo di massimo splendore ed espansione territoriale. Il suo registro riporta un’intensa attività di traffici di cabotaggio lungo tutto il Tirreno, soprattutto attraverso i porti di Fonti, Vietri e Cetara.
« La base operativa dell’abbazia nel Mediterraneo era a Palermo, punto di collegamento diretto con gli scali di Madia e Tiro. Anche il Cilento, però, era costellato di porti appartenenti al monastero, grazie alle concessioni dei re normanni: la sola Castellabate contava tre porti, in località allora detta Santa Maria de Gulia, a Porto del Traverso e a Pozzillo. Altri porti erano ad Acciaroli, Pioppi e Casalvelino.»
In questo discorso, il porto di Vietri aveva un ruolo chiave:
«Il porto di Vietri, detto Veteri nei documenti, era già utilizzato dai Romani, nella località di Fonti, ed entra nell’orbita dell’abbazia nel 1058 con una concessione dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II, concessione confermata da Ruggiero Borsa nel 1086. Era il porto utilizzato dall’abate per i suoi spostamenti, e lì si svolgevano tutte le attività di imbarco e sbarco della merce, con pagamento di relativi dazi: sono documentate diverse tariffe a seconda della provenienza e della grandezza del naviglio. Fino al XVIII secolo, il porto di Vietri non era ubicato nella località attuale, ma sulla spiaggia.»
Per brevi lassi di tempo, nel 1239 sotto Federico II e nel 1255 sotto Manfredi, il porto di Vietri ritorna al demanio, ma la vera grande crisi dell’abbazia dal punto di vista commerciale si ha alla fine del Duecento: prima la Guerra del Vespro, a partire dal 1282, devasta buona parte del Cilento, poi la caduta di San Giovanni d’Acri nel 1291 dà un colpo non indifferente ai traffici del monastero. Cava de’ Tirreni comincia a indebitarsi con i re angioini, finché, sotto Ladislao di Durazzo, allo’inizio del XV secolo, l’abbazia perde i porti cilentani; Vietri, invece, tornerà al demanio con l’arrivo degli Aragonesi, nella seconda metà del secolo.

Per saperne di più:
Alfonso Mignone, Navi e porti della badia di Cava, Gaeta (Lt), Passerino Editore, 2021.


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Buongiorno a tutti! Sono una paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città. Nel 2020 ho pubblicato con la Robin "Mulieres Salernitanae. Storie di donne e di cura".
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