Il richiamo di Orlando: l’olifante.

Con gran pesanza e affanno e con gran duolo
soffia ne l’olifante Orlando. Il sangue
spiccia da la sua bocca e pulsan forte
a le tempia le vene; il suono vola
lontano, acuto, altissimo. Il re Carlo
l’ode a le fonde gole, e Namo e i Franchi.

(La canzone d’Orlando, traduzione di Giuseppe Lando Passerini, Città di Castello, Soc. Tip. Editrice Cooperativa, 1909, vv. 1753-58.)

Olifante detto "Corno di Orlando" (Salerno?, XI secolo), Tolosa, musée Paul-Dupuy.

Così la Chanson de Roland (scritta forse tra il 1098 e il 1100) descrive il momento intenso e drammatico in cui Orlando, caduto vittima dell’imboscata dei musulmani a Roncisvalle, finalmente si decide a mettere da parte l’orgoglio e a suonare l’olifante, il suo corno d’avorio, per chiamare in aiuto Carlo Magno; troppo tardi. E’ palpabile la disperata forza che Orlando soffia nello strumento, che qui diventa un oggetto quasi magico, il cui suono si può sentire anche a grande distanza. Evidente richiamo, questo, ad antiche tradizioni che riguardavano corni d’avorio con poteri magici; leggende sulla figura di Alessandro Magno, o, ben più noto agli ascoltatori dell’epoca, l’episodio biblico della presa di Gerico, in cui i corni suonati dai sacerdoti danno il segnale al grido di guerra che farà crollare le mura della città. Il che aureola ancor più il paladino Orlando di sacro, associandolo al condottiero Giosuè. E infatti, il suo olifante divenne quasi una reliquia: la Chanson de Roland ci dice che, dopo la tragica morte del paladino a Roncisvalle, Carlo Magno abbia deposto il corno, riempito d’oro e cristalli, sull’altare della chiesa di Saint-Seurin a Bordeaux. Di qui passeranno, nei secoli successivi, migliaia di pellegrini, tanto che anche la Guida di Santiago di XII secolo ne fa menzione.
La Chanson de Roland è il testo in cui troviamo per la prima volta la parola olifante, ma non certo l’unica testimonianza sull’uso di questo strumento: ad esempio, lo ritroviamo come attributo degli angeli in alcune rappresentazioni del Giudizio Universale.

La Resurrezione dei Morti - ricostruzione di miniatura dall'Hortus Deliciarum di Herrada di Hohenburg, XII secolo.

Questi corni d’avorio, nati per essere utilizzati come strumenti a fiato durante le battute di caccia o in caso di emergenze militari, finiscono per diventare oggetti di grande lusso e prestigio, veri e propri simboli di potere; in speciali occasioni possono essere addirittura usati come corni potori. Il nome stesso indica che vengono ricavate dalle costosissime zanne di elefante, decisamente alla portata di pochi; così le diversissime tradizioni culturali che menzionano questo strumento ne enfatizzano sempre il carattere individuale e insolito. La maggior parte degli olifanti che sono arrivati fino a noi provengono da tesori di monasteri e cattedrali, e non a caso: infatti hanno anche usi liturgici, vengono suonati ad esempio durante la Passione, o nei tre giorni precedenti il Venerdì Santo, quando le campane sono proibite.

Olifante - Italia meridionale, XI secolo - Londra, British Museum

Sono stati censiti circa 75 olifanti medievali, sparsi tra vari musei del mondo; ma, scorrendo gli inventari delle principali chiese medievali, sembra che i cosiddetti cornua eburnea fossero molti di più. Se quelli che ancora possediamo sono stati salvati dalla distruzione, dobbiamo ringraziare i collezionisti del Cinquecento e del Seicento, soprattutto nel Nord Europa, che stimarono questi oggetti abbastanza bizzarri e pregiati da arricchire le loro “stanze delle meraviglie” (wunderkammern) così di moda all’epoca.
La maggior parte degli olifanti che conosciamo si aggirano tra i 50 e i 70 cm di lunghezza per 5-13 cm di diametro, e non superano il chilogrammo di peso. Abbiamo pochi esemplari lisci, proprio quelli che, nel Medioevo, dovevano costituire la maggioranza; l’attrattiva principale per i collezionisti di Età Moderna era il fatto che gli olifanti più preziosi fossero intagliati con scene di caccia, animali selvatici e creature fantastiche.

Olifante in avorio - probabile provenienza siciliana, XI-XII sec. - Firenze, Museo del Bargello.

Il primo a studiare gli olifanti in modo sistematico fu, negli anni ’20, lo storico tedesco Otto von Falke che, sulla base dello stile, li collocò tra i secoli XI e XI, e li suddivise in quattro gruppi principali:

  1. Gruppo saraceno – comprende circa 30 pezzi che sarebbero stati eseguiti da maestranze islamiche o artigiani occidentali influenzati dagli avori dell’Egitto fatimida;
  2. gruppo bizantino – provenienti da Costantinopoli;
  3. gruppo europeo – prodotti a nord delle Alpi, in Inghilterra o Scandinavia;
  4. gruppo eterogeneo – esemplari non classificabili entro i primi tre gruppi.

Il primo gruppo in particolare, suscitò, tra gli anni ’50 e gli anni ’60, l’interesse di un altro storico tedesco, uno specialista dell’arte islamica, Ernst Kühnel; questi si era accorto che la maggior parte degli olifanti del primo gruppo, più che appartenere all’arte islamica propriamente detta, era il risultato di una fusione di stili e decorazioni diverse, sia bizantine, sia islamiche, sia squisitamente occidentali. Ora, l’unico luogo dove una simile mescolanza sarebbe stata possibile, ed è di fatto documentata, è l’Italia meridionale normanna. Kühnel individuò infatti Amalfi come centro manifatturiero principale.
Gli olifanti del secondo gruppo, quelli che von Falke aveva classificato come “bizantini”, riscossero interesse solo più tardi: in particolare, l’americano Robert Bergman si accorse della somiglianza degli intagli di questi olifanti con gli avori di Salerno, dei quali è uno dei maggiori esperti. Dunque, più che a Costantinopoli, questo gruppo poteva essere più verosimilmente collocato ad Amalfi.
Quel che oggi si può dire, alla luce delle ricerche più recenti, è che la maggior parte degli olifanti superstiti sia stata prodotta in un centro del Mediterraneo sotto grande influsso fatimida: Amalfi è la candidata più probabile, anche se non si possono escludere altri centri cosmopoliti come Venezia o la Spagna; un altro gruppo proviene invece dalla Sicilia normanna, forse da Palermo. Purtroppo abbiamo iscrizioni o testimonianze scritte in grado di darci indizi più precisi.

Olifante d'avorio - Italia meridionale, fine XI sec. - Parigi, Louvre.

Non conosciamo molto sulla tecnica d’intaglio dell’avorio medievale: non abbiamo testimonianze scritte, e quel poco che sappiamo lo dobbiamo quasi esclusivamente all’osservazione dei dettagli.
Per ottenere un olifante di lusso, anzitutto la zanna dell’elefante va pulita e segata alla base per conferirle un orlo smussato: non sappiamo niente su come la zanna venisse pulita all’interno dai tessuti molli per trasformarla in olifante, ma sappiamo che si tratta di una fase particolarmente delicata perché la sua struttura a strati concentrici può provocare fratture o sfaldature durante il lavoro. Anche la punta dev’essere accuratamente lavorata, perché lì va collocato il bocchino di metallo per favorire l’adesione alle labbra. La fase più difficile è comunque quella dell’intaglio della decorazione a rilievo: si inizia col tracciare un disegno sulla superficie esterna, disegnato a tratto, o inciso, oppure riportato da un altro olifante per mezzo di una lastrina di piombo forata. Poi si procede all’intaglio, con piccoli scalpelli e con il trapano. Alla fine, la superficie intagliata dell’olifante viene levigata per conferire lucentezza all’avorio.

Gli angeli del Giudizio - particolare dal portale della cattedrale di Saint-Trophime, Arles - XII sec.

Ma cosa possiamo dire sugli olifanti come strumenti musicali? Venivano di solito impugnati a due mani, come mostrano molto bene gli angeli scolpiti sul portale della cattedrale di Arles, e, se vogliamo dar retta alla Chanson de Roland, per suonarlo ci vuole molta fatica e fiato.
Alcuni archeomusicologi hanno tentato di far suonare gli olifanti, e ne hanno tratto alcune conclusioni. Anzitutto, il suono non viene fuori se il fiato non è correttamente impostato; il suono è limitato ad una nota, o al massimo una nota e mezza. Ed è un suono tutto particolare quello dell’olifante, intenso e caldo.

Bibliografia:
Avinoam Shalem, The oliphant: Islamic objects in historical context, Brill Academic Publishers, Leiden 2004;
Otto von Falke, Elfenbeinhorner, l: Agypten und Italien, in Pantheon, vol. I (1929), p. 517;
Ernst Kühnel, Die sarazenischen Olifanthorner, in “Jahrbuch der Berliner Museen”, n. 1 (1959), pp. 33-50;
Robert Bergman, A School of Romanesque Ivory Carving in Amalfi, in “Metropolitan Museum of Art Journal”, n. 9 (1974), pp.163-185;
Lionel Dieu, Les cors romans.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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4 risposte a Il richiamo di Orlando: l’olifante.

  1. Non immaginavo ci fossero tanti olifanti in giro. Sull’olifante di Orlando e Carlo Magno ti lascio il link del mio articolo
    http://nicolettadematthaeis.wordpress.com/2013/04/16/la-scacchiera-di-carlo-magno/

  2. panzarsork ha detto:

    Interesting article! Thank you for sharing! 🙂

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