Fusione di culture: i portali di bronzo da Amalfi alla Puglia

Porta bronzea della grotta - 1076 ca. - Monte Sant'Angelo, santuario dell'Arcangelo Michele.

Nell’economia del tempio, la porta ha sempre avuto, fin dall’Antichità, un valore simbolico molto forte, proprio in quanto punto di rottura tra lo “spazio normale” allo “spazio del sacro”; valore che doveva essere reso ben chiaro a chi vi passava, attraverso la presenza di “guardiani della soglia”, statue di arcieri, draghi, leoni o sfingi. Questa idea viene ereditata dal Cristianesimo, e arricchita da un’ulteriore connotazione simbolica, ricavata da una frase del Cristo stesso in un passo del Vangelo di Giovanni: “Io sono la porta. Chi entrerà per me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascoli” (Gv. 10, 9). La porta diviene dunque immagine simbolica del Cristo stesso, attraverso cui si deve passare per giungere alla salvezza.
Premesso questo, appare chiaro che, nella progettazione di una cattedrale come di una semplicissima pieve di campagna, un’attenzione particolare venga dedicata proprio alla porta e ad avvertire il fedele del passaggio che sta per compiere, inserendola in un portale scolpito e dotandola di battenti figurati.
L’uso dei battenti di bronzo, ricomparso in epoca carolingia, in età romanica diventa il non plus ultra del lusso, soprattutto in area transalpina, perché si richiama alle leggendarie porte degli edifici romani, la cui tradizione è ancora viva nell’Impero d’Oriente.
E proprio dalle officine di Costantinopoli provengono i primi portali di bronzo che l’Italia Meridionale normanna comincia a importare attorno al 1065. Il primo edificio a commissionare battenti di bronzo dall’Oriente è la cattedrale di Amalfi, seguita dal monastero di Montecassino, appena ricostruito; poi è la volta della basilica di San Paolo Fuori le Mura a Roma, del monastero di Monte Sant’Angelo sul Gargano, e infine della Cattedrale di Salerno (1099). L’uso rimane vivo per un quarto di secolo. Ma non ci si limita all’importazione: si cerca di riattivare questa tecnologia perduta, con botteghe in loco che contano sulla presenza di artefici bizantini, come avviene per esempio per il monastero di Montecassino, che, ancor prima di Desiderio, aveva prodotto i portali di bronzo per la nuova chiesa di San Martino, inaugurata nel 1090.

Formella della porta, 1066 ca. - Amalfi, duomo.

Il portale di bronzo della cattedrale di Amalfi fa parte appunto di questo primo periodo; anzi, Amalfi è la prima a commissionare un portale di bronzo a maestranze bizantine, attraverso la mediazione di un ricchissimo mercante, un vero e proprio magnate, il conte Pantaleone di Mauro, capo della colonia commerciale amalfitana a Costantinopoli e che vantava legami con la corte e con l’imperatore Costantino stesso. Verso il 1066, egli donò un prezioso portale di bronzo alla cattedrale della sua madrepatria; l’iscrizione sugli stessi battenti ci informa che Pantaleone li abbia fatti eseguire a Costantinopoli, a titolo di ex-voto, per la salvezza della sua anima e di quella dei suoi figli.
E si tratta di una manifattura di gran pregio ed estremamente costosa: il materiale infatti non è propriamente bronzo, ma oricalco, una lega di rame e zinco con l’aggiunta di ottone. L’effetto doveva essere impressionante: oggi vediamo i battenti scoloriti e tinti di verde dall’azione di ossidi di rame o di carbonati, cloruri e solfati di rame che li hanno aggrediti nel corso dei secoli, ma nell’XI secolo brillavano come fossero d’oro! La decorazione è realizzata con il sistema della fusione a stampo, con formelle applicate ad un’anima di legno. La decorazione consiste in riquadri con figure ageminate  della Vergine e dei Santi, intervallate da croci inserite in tralci di vite, simbolo evidente della Passione e della Resurrezione; interessante poi il fatto che le maniglie siano inserite in protomi leonine di evidente derivazione classica. Tutti particolari, questi, tipicamente bizantini. Una cosa, però, ci dice che questo non è un portale bizantino nel vero senso della parola: le iscrizioni non sono in greco, ma in latino. Siamo di fronte, dunque, ad un pezzo unico, fabbricato appositamente per la cattedrale di Amalfi e che, per questo, affianca nel linguaggio Oriente e Occidente. Ciò a sottolineare, una volta di più, l’importanza della committenza di Pantaleone.
Fu la stessa famiglia di magnati amalfitani a finanziare altri monumentali portali di oricalco, come quello della stessa abbazia di Montecassino, su richiesta dell’abate Desiderio (1066), o quelli della basilica San Paolo fuori le mura a Roma (1070), e del Santuario di Monte Sant’Angelo (1078); tutti caratterizzati da figure raffinatissime e da questo splendore che doveva rappresentare per i visitatori un assaggio delle leggendarie porte d’oro e d’argento di Costantinopoli. Le valve della porta di Monte Sant’Angelo, oltre al bellissimo ciclo di rilievi con le storie di San Michele Arcangelo, presentano una curiosità: un’iscrizione che prega i rettori del santuario “affinché una volta all’anno facciate pulire queste porte… perché siano sempre lucide e splendenti”.

Porta di Boemondo d'Altavilla - 1120 ca. - Canosa di Puglia

Tra il primo e il secondo decennio del XII secolo, i portali di bronzo non vengono più importati ma prodotti in loco.
Ne è un chiaro esempio il mausoleo di Boemondo d’Altavilla, figlio di primo letto di Roberto il Guiscardo, sepolto verso il 1111 a Canosa di Puglia, i cui battenti furono realizzati verso il 1120. Conosciamo il nome dell’autore, perché sui battenti leggiamo la firma di un certo Ruggiero da Melfi detto “Delle campane”; appellativo, questo, che vale per “specialista della fusione delle campane”, cioé di fusione monumentale. Delle due ante che oggi si possono vedere all’ingresso del mausoleo, solo una è originale: l’altra proviene dalla cattedrale di San Sabino, ma è opera dello stesso artefice, come pure un candelabro di bronzo all’interno della chiesa.
La differenza con i portali bizantini del periodo precedente è evidente: non si guarda più indietro, alla Roma imperiale, ma al Mediterraneo delle prime crociate, o meglio alla coesistenza di varie etnie che costituisce l’Italia Meridionale di XII secolo; le figure ageminate sui battenti richiamano modelli arabi, ma le protomi leonine espressive, ferine, plastiche, sono di chiarissima espressione transalpina. È una chiarissima autocelebrazione della dinastia regnante degli Altavilla, che non a caso si fa rappresentare al gran completo sui battenti in atteggiamento di preghiera.

Oderisio da Benevento e Bernardo, particolare del portale maggiore - 1119 ca. - Troia, Cattedrale.

Al 1119 si può datare con sicurezza il portale maggiore (detta Porta della Prosperità) della nuova cattedrale di Santa Maria Assunta, voluta per la città pugliese di Troia (oggi in provincia di Foggia) dal nuovo vescovo, Guglielmo: questi, come la maggior parte dei vescovi dell’Italia Meridionale dell’epoca, era di provenienza forestiera (probabilmente francese), e vantava stretti legami con Roma, al punto che la città di Troia dipendeva direttamente dalla Santa Sede.
Anche in questo caso siamo certi sul nome dell’autore, o meglio degli autori, dato che i personaggi che vediamo rappresentati e il cui nome compare in una delle formelle ageminate sono due: Oderisio da Benevento e Bernardo. Forse il primo è il bronzista, il secondo il modellatore.
Questo portale venne restaurato più volte, tra XVI e XVII secolo, ma la maggior parte degli elementi originali è ancora intatta. Siamo di fronte ad uno stile che non ha quasi precedenti. La superficie non è nitida né lineare, ma esprime un continuo movimento; le 28 formelle ageminate sono modellate con altissima qualità plastica, e non imitano più la scultura monumentale come quelle dei portali bizantini, ma le miniature d’Oltralpe, con le loro linee di movimento e le forme irregolari e caricate. Sono ricorrenti le figure dei Santi Pietro e Paolo, quasi a sottolineare lo stretto legame del vescovo Guglielmo con la Santa Sede.
La caratteristica unica di questo straordinario portale, però, è quella di combinare l’effetto pittorico dato dalle formelle ageminate con gli scultorei elementi decorativi: draghi fusi a parte e saldati successivamente, che animano perfino le cerniere che assicurano le ante all’architrave, gli anelli delle maniglie inseriti in otto mascheroni leonini di una qualità e di una fantasia eccezionali ottenuti da otto stampi diversi, che avvertono il fedele e gli ricordano l’importanza della soglia che sta per varcare.
Tutto questo ci ricorda che, all’inizio del XII secolo, con i primi successori di Roberto il Guiscardo, i contatti tra il Sud Italia e il mondo transalpino si fanno più forti; arrivano così nel Meridione normanno nuovi manoscritti, che diffondono lo stile francese della miniatura, e vengono imitati dai codici fatti commissionare dagli Altavilla; ne è un chiaro esempio il Chronicon Sanctae Sophiae di Benevento, datato anch’esso al 1119, che presenta due miniature di ispirazione nordica di stile molto simile alle formelle ageminate del portale di Troia. Il dialogo avviene anche con la grande scultura transalpina, come dimostra la cattedra dell’abate Elia nella basilica di San Nicola a Bari, che risale al 1105: un capolavoro di plasticità ed espressività.

Cattedra dell'abate Elia - Basilica di San Nicola, Bari - 1105 ca.

Sono state attribuite a Oderisio da Benevento anche le valve del portale del fianco destro dello stesso Duomo di Troia (1127), oltre alle ormai perdute porte delle chiese di San Giovanni Battista delle Monache a Capua (1122) e di San Bartolomeo a Benevento (1150); forse gli si può attribuire anche una delle due ante del portale del duomo di Benevento, ma la data è abbastanza incerta.

Oderisio da Benevento - portale del fianco destro del Duomo di Troia - 1127 ca.

Al 1127 risale dunque il portale del fianco destro del duomo di Troia. Ha il significativo soprannome di Porta della Libertà: ben 7 delle 24 formelle riportano un’iscrizione in caratteri capitali che documenta la decisione del popolo di Troia di difendere l’autonomia della città contro le pretese del re Ruggiero II. Decisione, questa, a quanto pare caldeggiata dal vescovo Guglielmo, che commissionò questo portale-manifesto, ma che a Troia costerà caro: nello stesso anno verrà assediata ed espugnata con la forza.
La qualità del lavoro è notevolmente più bassa rispetto al portale principale. La parte a rilievo perde plasticità, perfino nelle protomi leonine: questo vuol dire che, forse, era venuto a mancare Bernardo, l’abile modellatore, e infatti qui è soltanto Oderisio che si firma. I 4 mascheroni sono quasi tutti uguali, segno che furono ricavati tutti da un solo stampo.
Ma anche il modo di rendere le figure ageminate cambia registro. I corpi sembrano animati da una strana tensione, espressa con movenze quasi di danza: le spalle sono cascanti, le gambe rese a stento. Non possiamo non associare questa visibile drammaticità al momento terribile vissuto dalla città di Troia. Ma un simile mutamento delle forme denuncia ben altro: Oderisio si affranca ancor più dai modelli bizantini rispetto al portale principale, e accoglie l’influenza della pittura transalpina dell’XI secolo. In effetti, lo stile sembra quasi sovrapponibile a quello delle miniature dell’Exultet di provenienza beneventana oggi conservato alla Biblioteca Casanatense di Roma (1117-25), segno che entrambi si ispirano ad un modello comune. Ciò vuol dire che Oderisio non è un semplice artigiano, ma la sua abilità è tanto grafica quanto intellettuale: è un magister, un artigiano colto, probabilmente a capo di un’intera bottega.

Monogramma con Cristo Pantocratore - Miniatura da Exultet proveniente da Benevento, 1117 ca. - Roma, Biblioteca Casanatense.

Questa esplosione del dinamismo delle forme, agli antipodi dell’immobilità che aveva caratterizzato il periodo altomedievale, frutto del vivace scambio culturale con l’Europa al di là delle Alpi, verrà però interrotta di lì a poco dalle scelte filobizantine del re Ruggiero II. Gli esperimenti fatti sotto i suoi successori non avranno la stessa audacia di fusione culturale, ma si limiteranno ad importare lo stile della madrepatria francese. Ne sono esempi chiarissimi le vetrate della chiesa della Santissima Trinità di Mileto, in Calabria, realizzate addirittura da maestranze francesi, e la nuova cattedrale della Santissima Trinità di Venosa, in Basilicata, iniziata alla metà del XII secolo e rimasta incompiuta, che imita alla perfezione il linguaggio architettonico francese.

Chiesa Nuova Incompiuta - Complesso della Santissima Trinità, Venosa (Pz) - XII secolo.

Bibliografia:
Francesco Aceto, Una traccia per Oderisio da Benevento, in “Napoli, l’Europa: ricerche di storia dell’arte in onore di Ferdinando Bologna”, a cura di Francesco Abbate e Fiorella Sricchia Santoro, Catanzaro 1995, pp.3-7.
Id., Una fucina di cultura araba nel XII secolo: la bottega di Ruggiero da Melfi, in “Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana”, vol. 19, 17 (1999), pp. 85-112;
Le porte di bronzo: dall’antichità al secolo XIII, a cura di Salvatorino Salomi, Roma, Istituto della enciclopedia Italiana, 1990, 2 voll.;
Antonio Iacobini, Le porte del paradiso: arte e tecnologia bizantina tra Italia e Mediterraneo, Roma, Campisano editore, 2009.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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