Boccoli e profumi

Donna che si pettina – decorazione dai margini del Salterio di Luttrell, Inghilterra, XIV secolo.

I medici raccomandano, soprattutto alle donne, di lavarsi spesso i capelli: con tutti i pidocchi che ci sono in giro… E per il modo in cui lavarli, c’è solo l’imbarazzo della scelta: un erbario del XIII secolo consiglia di usare il succo di bietola o di fiori di ginestra mescolato all’aceto per eliminare la forfora, e le foglie di noce o di quercia per ottenere una bella chioma. Non mancano poi le tinture, soprattutto per ottenere il colore allora più alla moda, il biondo, e nelle cui ricette troviamo spesso le costosissime spezie orientali. Il metodo più famoso è molto utilizzato a Venezia, e ottiene una tonalità di biondo cangiante, più tardi noto appunto come “biondo veneziano”: 2 libbre di albume, 6 once di zolfo nero e 4 once di miele distillato con acqua; si lavano i capelli con questa miscela e li si lascia esposti al sole per molto tempo. A mettere per iscritto questa ricetta sarà nel Cinquecento nientedimeno che il pittore Tiziano Vecellio, che d’altronde “fotograferà” questa operazione nel suo quadro Donna allo specchio.

Tiziano, Donna allo specchio, 1512 – Parigi, Louvre.

Un’altra ricetta la dà la medica salernitana Trotula nell’XI secolo nel De Ornatu: si tratta di una “maschera colorante” saracena a base di ceneri di rami di vite e di frassino cotti nell’aceto insieme alla noce di galla; va applicata dopo aver lavato i capelli con la liscivia e lasciata agire per una notte intera. Trotula consiglia anche delle lozioni per coprire i capelli bianchi: per i capelli castani, bisogna lavarli con uno “shampoo” composto da gomma adragante, noci di galla tostate o estratto di castagne cotti in un infuso di acqua piovana e foglie di noce; i capelli neri invece vanno lavati con acqua e raccolti per due giorni e due notti con una maschera a base di ruggine, noce di galla, noci e allume bolliti nell’aceto.
Non importa se i capelli sono coperti dal velo o soggolo o copricapo che distingue le donne sposate dalle signorine en cheveux (“in capigliatura”): si sbriglia la fantasia e si raccolgono i capelli in trecce e chignons. L’importante, raccomandano i vari galatei, è che siano sempre in ordine e ben pettinati: i pettini possono essere d’avorio, d’osso o di bosso. Alcuni sono sopravvissuti fino a noi, e ci sono dei veri capolavori.

Pettine lombardo in avorio inciso, XIV secolo – Londra, Victoria & Albert Museum.

La stessa cura è riservata anche al resto del corpo. Di prodotti di bellezza ce ne sono di tutti i tipi: creme varie a base di sugna, olio o latte di mandorla, balsami fatti di malva, violetta o foglie di salvia bollite nel vino. Il De Ornatu di Trotula vi dedica ampio spazio, dando ricette per prevenire le rughe, guarire le impetigini, rendere i denti più bianchi, rimediare alla caduta dei capelli, ecc.; vi si trovano anche ricette di “fard” a base di biacca (carbonato di piombo) e rossetti ottenuti dalla polvere di robbia o dalla resina di pernambuco. La cosa interessante è che molti degli ingredienti descritti da Trotula vengono usati ancora oggi nell’industria cosmetica.
Altre preziose fonti sono i predicatori, che scagliano tuoni e fulmini contro il maquillage.

Per togliersi il pelo fanno un cemento
di viva calce e d’opimento

commenta storcendo il naso Etienne de Fougéres, vescovo di Rennes nel XII secolo, nemico giurato delle vanità:

Dame e damigelle
cameriere e ancelle…
da brutte si fanno belle,
e da puttane verginelle.

Non era stato da meno il suo predecessore, Marbodo, che, nelle sue lettere a Matilde, regina d’Inghilterra, lodava la sua bellezza paragonandola alle altre che per sembrare belle devono truccarsi. Marbodo ci fornisce così qualche particolare sulle “diavolerie” più alla moda:

Queste simulano ciò che la natura ha loro rifiutato, dipingono con bianco latte le guance troppo rosse, il volto è colorato con tinte artificiali; una benda comprime il seno troppo pesante di alcune di loro, e abiti adatti allungano la statura; certune depilano i capelli sulla fronte fatta più ampia e tentano di piacere con le loro pettinature arricciate.

I brontolii dei moralisti si rivelano quindi spesso delle ottime “cronache di moda”, e ci rivelano il gran fermento che avviene nelle corti del XII secolo. Orderico Vitale rimpiange i “bei tempi” in cui i nobili amavano vestirsi come i contadini, ora che l’ostentazione è divenuta la regola. Cosa che fa inorridire il povero Orderico, almeno quanto la nuova moda, appena arrivata dall’Inghilterra, dei capelli lunghi per gli uomini. Una gioventù di capelloni e narcisi!

Una volta la barba e i capelli lunghi li portavano soltanto i penitenti, i prigionieri, i pellegrini (…) adesso quasi tutta la gente del popolo va con i capelli a cascata, la barba a volontà (…) si arriccia i capelli col ferro, si copre la testa col turbante, senza berretto…

Monumento funebre di Goffredo Plantageneto, conte d’Angiò, prima metà del XII secolo – Le Mans, cattedrale di Saint-Julien

Interessante il fatto che si tratta di civetterie tipicamente femminili; e nel XII secolo, “il secolo della dominanza femminile” per usare le parole di Georges Duby, vengono adottati anche dagli uomini, proprio per far colpo sulle donne. Sono le donne, dunque, a dettar legge in questo campo, imponendo i loro canoni di bellezza: bellezza che vuol dire raffinatezza, che vuol dire attenzione ai dettagli. Lo nota anche il monaco e cronista Guglielmo di Malmesbury, che guarda in cagnesco i cavalieri di cui si circonda il re d’Inghilterra Enrico I: che razza di virilità può avere questa gente che, con quei capelli lunghi, sembrano altrettante fanciulle? Un aneddoto grazioso racconta che Serlone, vescovo di Séeges, il “predicatore di corte” di Enrico I, strapazzò a tal punto il re per la sua ossessione per la moda da convincerlo a farsi tagliare i capelli con le forbici che si era nascosto nelle maniche!

Donna che si pettina – disegno a inchiostro, XV secolo.

Anche gli uomini, però, dettano legge in fatto di moda. La bellezza ideale dell’epoca ha la pelle candida e i capelli biondi: in un tempo in cui la vita all’aria aperta è la regola, in cui si viaggia moltissimo, in cui ci si espone molto ai raggi del sole, è ovvio che la pelle bianca fosse più rara, dunque molto ricercata. Caratteristiche comuni delle eroine dei romanzi sono i fianchi stretti e snelli, così come i capelli ricci e biondi. Una per tutti, Enide, descritta da Chretien de Troyes nel suo romanzo Erec ed Enide:

In verità vi dico che Isotta la Bionda
non ebbe capelli così belli e lucenti:
accanto a questi sarebbero nulla.
Aveva più di fiordaliso
chiari e bianchi la fronte e il viso;
sul bianco, per gran meraviglia,
d’un colore fresco e vermiglio
che la natura le ebbe dato
era il volto miniato.
Gli occhi davano tanta luce
che sembravano due stelle (…)
Perciò Enide era più bella
di ogni donna o donzella
che ci fosse in tutto il mondo.

Naso ben fatto, denti d’avorio, fronte di latte, collo di neve, occhi di stelle, labbra di rose ispireranno tutti i poeti medievali, dai primi trovatori come Baudri de Bourgueil fino agli stilnovisti e Dante.

Specchietto da borsa, Inghilterra, XV secolo – Museum of London.

Continuando il nostro viaggio nella “trousse” della donna medievale, diamo uno sguardo agli oggetti che non mancano mai nella borsetta delle signore borghesi: oltre al pettine, l’indispensabile specchio, spesso racchiuso in eleganti custodie di bronzo, d’avorio per gli esemplari più di lusso. Ma troviamo anche le pinzette per le sopracciglia, praticamente identiche a quelle che conosciamo, o un piccolo strumento d’osso o di metallo per la manicure, spesso montato all’altra estremità di uno stuzzicadenti per togliere i residui di cibo o di una spatolina per pulire le orecchie.

Riproduzione moderna di un “accessorio da toilette” in osso del XV secolo conservato al Museo di Cluny (Parigi) – l’estremità a forma di mano serve per la manicure, l’altra per la pulizia delle orecchie.

Dulcis in fundo, i profumi. Il Medioevo ha ereditato dall’Antichità i profumi ottenuti per macerazione delle essenze in olio di olive acerbe, ma anche la tecnica della distillazione “a bagnomaria”, di cui parla già nel IV secolo l’alessandrino Zosimo di Panopoli, con cui si ottengono l’acqua di rose, l’acqua di fiori d’arancio… Un’acqua di rose particolarmente pregiata, tanto da essere esportata anche nei paesi arabi, è quella di Amalfi: questo fa nascere intere coltivazioni di roseti sulla Costiera Amalfitana, in particolare ad Agerola. Le varietà di rose allora conosciute sono principalmente la rosa gallica e la rosa canina; la più pregiata è la rosa damascena, d’importazione orientale, cosiddetta per la credenza che sia originaria di Damasco. Vanno usate solo le rose fresche e odorose, colte di buon mattino, quando sono ancora bagnate di rugiada e conservano tutto il loro profumo; devono essere ripulite dalle foglie e dallo stelo e pestate in un mortaio per ottenere un succo che viene lasciato poi riposare per due giorni, chiuso in un recipiente ermetico; in ultimo, avviene la distillazione, a bagnomaria o a vapore.

Rosa damascena bifera.

I profumi a base di alcool, ottenuti tramite distillazione con alambicco, compaiono in Medio Oriente attorno al X secolo, e fanno parte delle merci di lusso che arrivano in Occidente principalmente per Venezia: profumi dagli aromi intensi ed esotici come il muschio e il gelsomino. Solo a partire dal XII secolo si comincerà a produrre profumi a base di alcool distillato anche in Europa. Il più conosciuto, citato anche da Boccaccio, è l’acqua nanfa, ottenuta dalla distillazione di fiori d’arancio amaro e il cui profumo somiglia molto al bergamotto. Il boom nella distillazione dei profumi si ha con la grande ondata della Peste Nera nel 1348. Impotenti davanti a un morbo che uccide in pochi giorni, i medici non si stancano di ripetere che l’unico modo di combattere la peste è prevenirla: tra le altre cose, raccomandano di strofinarsi spesso la pelle con distillati di alcool, proprio per il loro effetto antisettico e astringente. Alcuni di questi distillati hanno dato origine a profumi noti ancora oggi, come l’Acqua della Regina d’Ungheria (rosmarino macerato nell’acquavite) e l’Acqua di Colonia (a base di bergamotto).
Nello stesso periodo e per la stessa ragione si diffonde l’uso di pomi odoriferi (detti in Francese pomander) da farsi preparare dai farmacisti e da portarsi addosso. Li utilizzano specialmente i medici nel momento in cui si trovano in situazioni a rischio di contagio: annusandoli, si evita di respirare aria infetta. All’inizio composti da una semplice pallina d’ambra grigia racchiusa in un contenitore di metallo, divengono con il tempo dei veri e propri pezzi di oreficeria: i più complicati sono globi apribili a spicchi, ognuno dei quali è uno scomparto da riempire di polvere profumata.

Pomo odoroso di fabbricazione italiana, 1350 – Londra, Victoria & Albert Museum.

 Ma i profumi “solidi” non hanno solo quest’utilizzo legato alla peste, una situazione che oggi (almeno in Occidente) non conosciamo più. E’ curioso che venissero utilizzati anche come… deodoranti! Nell’alta società si prende l’abitudine di cucire sugli abiti due sacchetti di polvere di radice di iris all’altezza delle ascelle per profumarle e assorbire il sudore. Abitudini molto meno lontane da noi di quanto pensiamo.

Bibliografia
The first cosmetic treatise of history. A female point of view, in “International Journal of Cosmetic Science”, 2008, n. 30, pp. 79–86
Regine Pernoud, La donna al tempo delle cattedrali, Rizzoli 1994;
Danièle Alexandre-Bidon e Françoise Piponnier, Gestes et objets de la toilette aux XIVe et XVe siècles, in “Les Soins de beauté au Moyen Âge (Actes du IIIe colloque international de Grasse, 26-28 avril 1985) Nice Faculté des Lettres et Sciences Humaines”, 1987, pp. 211-244;
Le bain et le miroir Soins du corps et cosmetiques de l’Antiquité a la Renaissance (catalogue d’exposition), Paris Gallimard, 2009.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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6 risposte a Boccoli e profumi

  1. Alessandro Lantero ha detto:

    Faccio i miei complimenti a mercuriade: veramente un bell’articolo, scritto in maniera semplice ma piacevole e documentata .. brava! 🙂
    -Janus-

  2. camerafulgens ha detto:

    complimenti per il blog! continua così mercuriade! 😉

  3. mary ha detto:

    la faccenda dei capelli lunghi maschili è più complicata di così! Celti e spartani ritenevano che i capelli lughi di cui occuparsi fossero una buona distrazione per i guerrieri, che nell’imminenza della battaglia, invece d’innervosirsi, si rilassavano pettinandosi: Carlo magno è stato il primo a tagliarsi i capelli a scodella, in spregio alle tradizioni; adesso sembra strano, ma ritorni alla moda dei “cappelloni” sono ricorrenti nella storia!

  4. Pingback: Il «Lamento della sposa padovana» | Padova e dintorni

  5. Bianca Maria Rizzoli ha detto:

    Ciao, devo farti i complimenti per questo sito, ben scritto e accuratamente documentato. Mi occupo tra l’altro anche di storia della moda e collaboro con la rivista on-line L’Undici. Visto che hai menzionato Trotula ti invito a leggere- se ne hai voglia – il mio articolo sulla medichessa salernitana.
    http://www.lundici.it/2016/02/trotula-la-medichessa-medievale-dalla-parte-delle-donne-2/

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