Metrodora e le donne medico nell’Alto Medioevo.

Intervento dal convegno “La donna longobarda tra storia, mito e leggenda”, in “Luglio Longobardo” – Nocera Umbra, 12/07/2015.

Gruppo di donne - miniatura dalla

Gruppo di donne – miniatura dalla “Genesi di Vienna”, Siria, VI sec. – Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.

Il tema delle donne medico costituisce senza dubbio una delle più grandi attrattive della Storia, soprattutto della Storia Medievale, e non solo di quella legata alla medicina: il motivo principale è che per secoli gli storici si sono domandati come sia potuto accadere che, ad esempio, in una città come Salerno, nel Medioevo centro di attrazione al livello europeo per chiunque volesse studiare medicina, vi sia stato il singolare fenomeno di poter trovare donne che, come Trotta detta Trotula, non solo esercitano la medicina, ma che la insegnano. E questo già dal IX secolo: sappiamo dal Chronicon Salernitanum che verso l’860 Sawdan, l’emiro di Bari in quel momento sotto il dominio islamico, inviò degli ambasciatori a Salerno e le cronache islamiche aggiungono che al loro seguito vi erano anche medici venuti a perfezionarsi, tra cui una donna di nome Sibilla, definita “esperta nella cura delle ferite”.
Per spiegarlo si è spesso ricorso all’assunto che la Scuola Medica Salernitana fosse un’eccezione.
In realtà, per andare alle radici di questo fenomeno, dobbiamo sgombrare il campo da una serie di pregiudizi che derivano purtroppo dai manuali scolastici, e che soltanto da una quarantina d’anni a questa parte si sta cominciando a sfatare. Per molto tempo, si è creduto che, fino a quando, nella seconda metà dell’Ottocento, Elisabeth Garrett Anderson non prese tra mille difficoltà la sua laurea in medicina, le uniche attività permesse alle donne all’interno della medicina ufficiale fossero: la levatrice e l’infermiera. Punto. C’erano poi quelle conoscenze di medicina elementare che ogni madre di famiglia che si rispetti doveva possedere, e quelle figure di vecchia paesana che mescola rimedi empirici, amuleti e formule di vario tipo, e che viene così spesso associata alla caccia alle streghe.
Fino ad un certo punto è vero, ma a partire da un’epoca molto più recente di quanto si pensi.
Per scoprire perché facciamo un passo indietro.

La cosiddetta

La cosiddetta “Bella Profumiera” – affresco dal Cubicolo E della Villa della Farnesina – Roma, metà I sec. d.C. – Roma, Museo Nazionale Romano.

Tra gli studiosi è ormai assodato che la presenza di donne tra i medici fosse un dato di fatto, sia nel mondo greco che nel mondo latino.
Per quanto riguarda il mondo greco, Galeno ne nomina più di una, e ne cita i rimedi trattandole come autorità. La più importante di esse sembra essere una certa Cleopatra (da non confondere con l’omonima regina d’Egitto), autrice di un Gynecia, un trattato di ginecologia, e un altro sulla cosmesi (Kosmetikon), e rimasta per secoli un’autorità in materia. Ezio di Amida, dal canto suo, cita una certa quantità di frammenti provenienti da un’opera sulle malattie delle donne della quale sarebbe stata autrice una tale Aspasia omonima dell’amante di Pericle, vissuta forse nel I o II secolo d.C. Questi, però sono solo frammenti citati da altri, le loro opere originali non ci sono arrivate.
Anche l’epigrafia ci viene in aiuto: diverse epigrafi sepolcrali provenienti soprattutto dall’Asia Minore specificano che in vita le defunte avevano esercitato la professione di medico. E non si tratta solo di màiai, cioè “levatrici”: alcune vengono definite con il termine iatròs, “medico”, al maschile, ma ricaviamo che questo termine aveva anche il femminile, iatrìnes o eiatrìnes.
Passando al mondo latino, Teodoro Prisciano ne ricorda ben due: Vittoria, cui dedica il libro della sua opera medica in cui tratta delle malattie delle donne, e Leoparda. Non basta: anche in Latino, come in Greco, medicus aveva il femminile, medica. Lo si trova in Marziale, in Apuleio, e nelle epigrafi tombali.
Medica, e non medichessa. Quest’ultimo termine nasce in età moderna, ed è già in se stesso un termine “anomalo”: in età moderna il medico, per definizione, è uomo. Fino a XV secolo inoltrato, invece, in latino e nelle lingue volgari, “medico” si declina anche al femminile; fatto che è già di per sé significativo.
Cosa intendevano a quell’epoca per “scuola”? Un maestro con i suoi discepoli, che fosse un semplice laico che insegnasse a casa sua o un vescovo che insegnasse in cattedrale o un abate o una badessa che insegnassero in monastero. In questo contesto, dunque, una donna avere varie possibilità di apprendere quest’arte: in famiglia perché figlia, sorella, moglie o vedova di un medico, o seguendo un apprendistato presso un medico. La figura del medico, d’altronde, rimane nell’Alto Medioevo, tanto da esser citata perfino nell’editto di Rotari, e il caso di Sibilia nominato all’inizio, nonché le donne medico che troveremo diffuse in tutta Europa nel Basso Medioevo, potrebbero suggerire che questo costume, come tanti altri, si sia semplicemente conservato.
Nel caso specifico delle donne, però, le medicae rappresentano la classica punta dell’iceberg. Quello del contributo femminile alla cultura, e nella specie alla medicina occidentale, attraverso la trasmissione all’interno della cerchia delle donne, è un discorso molto più ampio. A cominciare dal fatto che, se si dà un’occhiata ai testi letterari, e anche storici altomedievali, si vede che in qualche modo la donna è vista come colei cui spetta la cura dei feriti e dei malati della casa; il che ha anche il suo lato negativo, che non è (attenzione) la stregoneria, ma l’avvelenamento e l’aborto, come insinuano i testi, da Gregorio di Tours a Paolo Diacono.

Ritratto di donna - Fayyum, Egitto, II sec. d.C. - Berlino, Ägyptisches Museum.

Ritratto di donna – Fayyum, Egitto, II sec. d.C. – Berlino, Ägyptisches Museum.

Andando al mondo cristiano, tra i santi dei primi secoli, e nello specifico tra quelli che si diceva avessero esercitato la professione di medico, troviamo due donne: santa Teodosia, madre di San Procopio martire e martire anche lei, e santa Nicerata (detta nel mondo greco Nicarete) la cui figura è collocata a Costantinopoli sotto il regno dell’imperatore Arcadio, e che si diceva avesse guarito San Giovanni Crisostomo da una grave malattia.
Senza contare un altro fatto non trascurabile: proprio una donna, la nobile Fabiola, è sempre stata onorata dal mondo cristiano, a partire da San Girolamo, per aver fondato il primo ospedale, il nosokòmion di Roma, non limitandosi tra l’altro a fare la “dirigente”, ma assumendo mansioni mediche. Nella lettera al marito di lei, Oceano, in occasione della morte di questa sua amica, Girolamo entra nei dettagli senza pudore alcuno:

Fu la prima a fondare un ospedale, nel quale ricoverava tutti i sofferenti raccolti per le strade, e accudiva le vittime sfortunate di malattie e di indigenza. […] Quante volte ella si è caricata sulle proprie spalle i lebbrosi! E quanto spesso ha pulito il pus prodotto da piaghe la cui vista gli altri (nemmeno gli uomini) non potevano sostenere. Nutriva i pazienti personalmente, e bagnava le labbra dei moribondi con gocce d’acqua.

Anicia Giuliana - miniatura dal

Anicia Giuliana – miniatura dal “Dioscoride di Vienna”, 512-513 ca. – Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.

Non dobbiamo stupirci che una matrona romana, donna ricca e nobile, s’intendesse di medicina o avesse una certa conoscenza delle erbe: le fonti romane ci informano che già in età classica era un vezzo dell’élite femminile, e delle signore della famiglia imperiale, cimentarsi nella preparazione di composti di erbe, e, soprattutto, di cosmetici e profumi. Una tradizione che sarebbe poi continuata nel mondo altomedievale: ad esempio, il Dioscoride di Vienna, datato all’inizio del VI secolo, fu scritto per Anicia Giuliana, la figlia dell’imperatore d’Occidente Anicio Olibrio. Allo stesso modo, il cronachista Michele Psello ci informa che l’imperatrice Zoe (980-1050), insieme a sua sorella, aveva creato un vero e proprio laboratorio per i profumi. Per non parlare del Chronicon Salernitanum, dove nobildonne longobarde con la passione per i profumi vengono nominate continuamente.
E attenzione a non banalizzare: realizzare un profumo è un procedimento chimico a tutti gli effetti, e dunque aveva molto a che fare con l’alchimia, quella particolare branca della filosofia della natura che mira al dominio dell’uomo sulla materia. Non a caso uno dei fondatori di questa disciplina era riconosciuta in una donna, Maria l’Ebrea, di cui ci parla il filosofo della natura Zosimo di Panopoli, vissuto nell’Egitto del IV secolo. A lei è attribuita l’invenzione di quella tecnica di cottura a doppio bollitore chiamata proprio in suo onore Balneum Mariae (“bagnomaria”), nonché la creazione di due tipi di alambicco, il kerotàkis e il trìbikos, guardacaso molto utilizzati in profumeria.
Il Cristianesimo ha dato semplicemente l’occasione a tutto questo di uscire dalle “camere delle signore” e di esser messo al servizio degli altri. Basta guardare quei capolavori di arte e funzionalità che sono diventati gli edifici ospedalieri in età medievale. Già gli ospedali bizantini prevedevano fin dal VII secolo un reparto femminile gestito da una medica che aveva un suo stipendio, oltre a infermiere che affiancavano i colleghi uomini.

Esorcismo di Santa Radegonda - miniatura da Scene della Vita di Santa Radegonda, XI secolo - Poitiers, Biblioteca Municipale.

Esorcismo di Santa Radegonda – miniatura da Scene della Vita di Santa Radegonda, XI secolo – Poitiers, Biblioteca Municipale.

Senza contare un’altra innovazione introdotta dal Cristianesimo: quella del monachesimo come esperienza anche femminile. E sappiamo bene cosa il monastero abbia rappresentato per la cultura occidentale, compresa quella legata alla medicina: è stato grazie ai monasteri che i testi medici dell’Antichità, da Dioscoride a Galeno, sono stati tramandati con un lavoro davvero certosino di copia e ricopia su pergamena. Ma non solo: ora si tende a vedere la realtà culturale del monastero come ben più complessa rispetto a un semplice centro di conservazione e di copia di testi. Tanto per cominciare, viene tenuta viva con l’insegnamento la lingua che serve per comprendere quei testi, il latino (e anche il greco, nei molti monasteri greci dell’Italia meridionale); poi non si deve dimenticare che la Regola di San Benedetto obbliga i monasteri a fornire assistenza ai pellegrini e ai malati. Dunque bisogna supporre l’esistenza di una conoscenza della medicina da parte dei monaci che fosse dinamica, e infatti troviamo molti erbari di provenienza monastica, che presentano variazioni a seconda della collocazione geografica, e molti testi medici dell’antichità corredati da glosse e aggiunte, risultato di un “aggiornamento” del monaco che li usava.
Ebbene, questo era vero non solo per i monasteri maschili, ma anche per quelli femminili; Venanzio Fortunato ci rende testimonianza di Radegonda di Poitiers, badessa del monastero di Sainte-Croix, una delle cui attività principali era l’assistenza dei malati. Anche Venanzio Fortunato descrive con dovizia di particolari lo “sporcarsi le mani” di Radegonda:

Oltre al pasto quotidiano con cui rifocillava i poveri da lei soccorsi, sempre nei due giorni alterni di mercoledì e sabato, preparato un bagno, lei stessa cinta di un panno lavava le teste ai poveri, puliva qualsiasi cosa vi era, croste, scabbia, tigna, non infastidendosi delle piaghe piene di pus; nel frattempo estraeva anche i vermi, puliva le putredini della pelle e lei stessa pettinava ad una ad una le teste che aveva lavato. Inoltre leniva le ulcere delle cicatrici che la pelle staccata aveva messo allo scoperto e che le unghie avevano irritato e calmava l’infezione della malattia con olio sparsovi sopra, secondo quanto dice il Vangelo.

Dioscoride dipinge una mandragora - miniatura dal

Dioscoride dipinge una mandragora – miniatura dal “Dioscoride di Vienna”, 512-513 ca. – Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.

Disponiamo perfino di un testo intero sicuramente scritto da una donna, il Peri tòn giunaikéion pathòn (“Delle malattie delle donne”), opera di una certa Metrodora, della quale non sappiamo altro che il nome, e il fatto che sia forse vissuta a Costantinopoli nel VI secolo. A dispetto del titolo, non si tratta di un mero trattato di ginecologia, ma di un’opera di medicina a tuttotondo: ci troviamo infatti di fronte ad una donna che conosce bene i maestri di medicina, sia quelli antichi come Galeno e Andromaco, sia quelli a lei contemporanei come un tale Nichepso l’Egiziano.
Non è una semplice levatrice, dunque, ma una medica vera e propria, e una medica di tutto il corpo, che, all’occorrenza, sa ricorrere anche alla chirurgia: sul paragrafo sull’utero caduto, ad esempio, si serve della siringa per iniettare il rimedio e consiglia la posizione che poi è stata definita di Trendelenburg, con i piedi più in alto rispetto alla testa per evitare shock.
Non possiamo negare, però, che i 108 capitoli del suo trattato hanno un approccio che noi definiremmo “empirico”, certamente al di qua del metodo scientifico, come lo sarà d’altronde quello di Trotula, tanto che alcune ricette sono dichiaratamente ricavate “dall’esperienza” personale dell’autrice.

La Conoscenza consegna la mandragora a Dioscoride - miniatura dal

La Conoscenza consegna la mandragora a Dioscoride – miniatura dal “Dioscoride di Vienna”, 512-513 ca. – Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.

Metrodora non si occupa solo del benessere dell’apparato riproduttivo femminile, ma anche di problemi di stomaco, di febbre, di malaria, di emottisi, di dolori reumatici e traumi, e almeno trenta ricette sono dedicate alla cosmetica e alla profumeria.
Ciò che ci sorprende di più, però, è che, come farà poi Trotula, s’interessi anche dei problemi intimi maschili, perfino con ricette afrodisiache a base di erbe e altre per favorire l’erezione. Si tratta soprattutto di sostanze ad azione stimolante e revulsiva, come pepe, zenzero, euforbia e crescione, come questo unguento:

Euforbia, seme di ruca, pepe, satirio scrupoli 6; succo di balsamo di alloro anadramme 4; spalma sui fianchi, sul basso ventre e sulle cosce.

Metrodora sembra contare soprattutto sul satirio, ovvero le radici dell’orchidea minore, una delle orchidee selvatiche più diffuse in Italia: ebbene, le radici delle orchidee in generale ricordano molto la forma dei testicoli umani, e, per accostamento, sembrava il rimedio più adatto per questo tipo di problema ad una medicina che puntava tutto sulla corrispondenza tra il cosmo e l’uomo; cosa che però noi, dall’alto della nostra scienza moderna, non dobbiamo disprezzare, perché per gli uomini dell’epoca, e per le donne ancora di più, la Natura era qualcosa di dinamico e versatile, che non poteva essere ridotta al solo “principio attivo”: ogni aspetto della pianta era importante per la farmacologia, non solo le sostanze che contiene, ma la forma, il colore, il ciclo naturale, e (perché no?) anche i simboli che gli uomini vi avevano voluto vedere, e che spesso raffigurano proprietà effettive della pianta stessa.
Questo serve a sfatare anche un altro luogo comune molto diffuso per quanto riguarda il Medioevo: che la sterilità fosse un problema solo femminile. Gli uomini, soprattutto i Longobardi, avevano un autentico terrore dell’impotenza, ritenuta la causa principale della sterilità maschile, il disonore estremo per un uomo, che poteva costituire perfino causa di divorzio.

Ciclamino - miniatura dal

Ciclamino – miniatura dal “Dioscoride di Vienna”, 512-513 ca. – Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.

È soprattutto nella cosmetica, però, che traspare l’approccio empirico dell’autrice, la cui esperienza forse ripone fiducia in ingredienti quali latte, aceto, allume e farina di frumento: non si trova traccia di pratiche magiche o simboliche. Questo, tra l’altro, sfata anche il mito che i trattamenti cosmetici dell’epoca fossero sempre e comunque tossici.
Tanto per fare un esempio, ecco la ricetta di una maschera emolliente per viso, mani e piedi:

Terra cimolia libbre 1, terra di Chio libbre 2, radice d’iris libbre 6, radice di saponaria, radice di gigaro once 2, radice di ciclamino once 6; trita, passa allo straccio e poni da parte; per l’uso poi prendi quello che ti serve e spalmalo insieme a vino odoroso, e quando comincia a disseccarsi lavalo con acqua e asciuga con un panno pulito.

Si tratta di una specie di maschera che mescola l’effetto risolvente e astringente di un’argilla comunissima nelle isole del Mar Egeo all’effetto emolliente della radice di iris e di quella di gigaro e quello vasotonico del ciclamino e della saponaria; e Metrodora è bene attenta a raccomandare di prendere solo “quello che ti serve”, perché a lungo andare potrebbe irritare la pelle.
Ecco un’altra ricetta “per rendere il volto bianco e lucente”:

Mescola allume bianco con acqua e bagna la sera tardi e la mattina a digiuno, oppure intridi con aceto in parti uguali terra di Chio o di Cimolio o nitro o litargirio e spalma la sera e la mattina.

L’allume ha un effetto molto astringente, mentre il nitro e il litargirio (solfuro di mercurio) sono sostanze sbiancanti: e l’idea di usare l’aceto come veicolante è geniale perché esalta le proprietà di entrambi trasformandoli da salii in acetati e rendendoli dunque meno tossici.
Ecco altre due ricette “per rendere il volto lucente”, cioè ad azione emolliente, e assolutamente innocui e delicati, che qualunque laboratorio cosmetico oggi approverebbe:

  1. Amido, vecce nere, fior di farina di frumento col bianco di un uovo, spalmalo;
  2. Sciroppo di grano, sciroppo d’orzo insieme a miele, spalmalo.
Unguentari bizantini - VI-VII secolo - collezione privata.

Unguentari bizantini – VI-VII secolo – collezione privata.

Ovviamente non potevano mancare i profumi: e non parliamo solo di quelli che danno un “tocco di classe” al collo e ai polsi delle signore. Il termine latino perfumum indica qualcosa che ha come mezzo il fumo, e dunque che si brucia, e infatti nasce come offerta propiziatoria alla divinità; nell’Antichità e nel Medioevo, poi, suffumicare ambienti, oggetti, abiti e tessuti, poi, è una pratica igienica molto importante per prevenire e combattere malattie contagiose, e anche per purificare il corpo.
Anche Metrodora consiglia questa pratica di “aromaterapia”, con ben tre preparazioni di incensi.
Le essenze profumate più comuni nominate da Metrodora sono lo stirace (o benzoino), una resina balsamica tra l’altro dalle proprietà antibatteriche tratta dalla corteccia dello Styrax officinalis, un albero che cresce nel Sudest asiatico; il cosiddetto “legno d’aloe”, il quale altro non è che la corteccia essiccata dell’aquilaria (altra essenza asiatica); sandalo, incenso, macis (la pellicola che riveste la noce moscata), noce moscata, garofani o chiodi di garofano, radice di iris, gelsomino, lavanda e rosa. Le più costose in assoluto sono il muschio, l’ambra grigia, il castoreo e lo zibetto, tutte sostanze ricavate dalle ghiandole di animali come il capodoglio, il mosco (un cervide asiatico) o il castoro, e che sono tuttora ritenuti potenti afrodisiaci: forse perché sono essenze che ricordano in qualche modo le secrezioni del nostro corpo e i messaggi che trasmettono, messaggi che, contrariamente a quello che si dice di solito, il nostro olfatto è in grado di percepire. Non a caso sono quelle che, nel trattato di Metrodora vengono utilizzati nelle quantità minori. Come si vede, i criteri dell’Alto Medioevo nello scegliere i profumi non sono poi molto diversi dai nostri.

Rosa - miniatura dal

Rosa – miniatura dal “Dioscoride di Vienna”, 512-513 ca. – Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.

C’è anche, però, la ricetta di quella che noi chiameremmo una “lozione dopobagno”, o, per dirla con il linguaggio della nostra medica di Costantinopoli, un unguento “per cospargere di buon odore il corpo”:

Rose asciutte e secche dramme 40, mirra pura dramme 20, radici di iris dramme 10, mescola con vino profumato e fanne delle pastiglie; per l’uso poi intridile con vino odoroso e spalma subito dopo il bagno.

Metrodora, poi, dedica molta attenzione alla bellezza del corpo, del seno in particolare. Ecco, ad esempio, ben tre ricette emollienti “per rendere le mammelle lucide e belle”:

  1. Metti nel vino profumato vecce nere, e bagna,
  2. oppure decotto di fieno greco col vino, e dopo aver agitato, spalma,
  3. o seme di lino dopo aver mescolato nello stesso modo a succo d’orzo o fior di farina di frumento con vino e amido in parti uguali o cerussa o litargirio con vino, mescola e spalma.

Non mancano neppure ricette “per conservare piccole e dritte le mammelle” (il che ci dice molto sui canoni di bellezza dell’epoca):

Prendi un po’ di polvere e mettila sopra: allume dramme 2, ricino acerbo dramme 2, trita bene; mescola a vino aspro nero, e, avendolo reso denso come un impiastro di cera, spalma tutt’intorno le mammelle e spargivi sopra terra di Samo e terra bianca del Cimolio o cerussa.

Con Metrodora, in conclusione, ci troviamo di fronte ad una donna che, pur confidando nella forza delle tradizioni scritte della medicina del suo tempo e quelle orali trasmesse dalle donne, conta molto sulla sua diretta esperienza di medica, e lo ribadisce fieramente più di una volta. Un metodo, quello dell’osservazione personale, molto diffuso anche nella medicina monastica occidentale, riassunto in una frase del medico bizantino Alessandro di Tralles, il cui trattato principale, la Therapeutika, era già copiato nei monasteri franchi (forse anche femminili) di VIII secolo: «Un buon medico deve saper fare buon uso di ogni cosa».

Rebecca al pozzo - miniatura dalla

Rebecca al pozzo – miniatura dalla “Genesi di Vienna”, Siria, VI sec. – Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.

Bibliografia:
Ernesto Riva, Balms and Perfumes at the Court of Byzantium, in “Natural”, 1 (2005), pp. 78-79.
Il libro di Metrodora: sulle malattie delle donne e il ricettario di cosmetica e terapia, a cura di Giorgio del Guerra, Ceschina, Milano, 1953;
Alessio Cittadini, La donna medico a Bisanzio, in “Porphyra”, IX, 18, pp. 30-31;
Melanie Lipinska, Histoire des femmes médecins, Parigi, 1900;
Erika Maderna, Medichesse. La vocazione femminile alla cura, Aboca, Borgo Sansepolcro (AZ), 2014;
I profumi nelle società antiche: produzione, commercio, usi, valori simbolici, a cura di Alfredo Carannante e Matteo D’Acunto, Pandemos, Paestum (SA), 2012.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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