Le foreste nel Medioevo tra economia ed ecologia

Un dato è più che sufficiente: tra la fine del X secolo e la metà del XIV, la popolazione dell’Europa occidentale aumentò quasi del doppio, e il manto forestale venne ridotto del 50%.

Motivo a rami di quercia - miniatura dal Salterio di Luttrell, XIV secolo - Londra, British Library.

Nell’era della civiltà post-industriale, riusciamo a capire solo in parte l’importanza che la foresta assumeva nel Medioevo: era un elemento essenziale dell’economia, sia per le campagne che per le città. Anzitutto va detto che non c’era un solo tipo di foresta. La parola, derivata dal latino foris, “al di fuori”, indicava semplicemente un’area, che poteva essere boscosa o no, vietata all’agricoltura; ma, dal momento che era un territorio che doveva essere lasciato incolto, almeno la maggior parte di esso tendeva a ricoprirsi di alberi, con la conseguenza che foresta ha finito per sostituire l’antica parola latina silva. In Antichità, la foresta era considerata terra di nessuno (res nullius), dunque nell’Impero Romano diveniva automaticamente proprietà dello Stato; tra i Germani invece era patrimonio della comunità che la utilizzava come pascolo o come riserva di caccia. Il Medioevo ereditò soprattutto la tradizione germanica: la foresta era area di svago per le battute di caccia dei nobili, ma anche un’importante fonte di cibo e di risorse per i villaggi.

Daino - miniatura dal Salterio di Luttrell, XIV secolo - Londra, British Library.

Oggi si tende a vedere i boschi semplicemente come monocolture di alberi. I boschi medievali erano invece degli ecosistemi ricchissimi, vere e proprie miniere di materie prime. A partire dalla più elementare, il cibo, fornito al livello vegetale da frutti, bacche e funghi; senza dimenticare le piante officinali e velenose per l’elementare medicina del villaggio; o coloranti tratti dalle piante selvatiche come la robbia (rosso), la ginestra (giallo) o il guado (azzurro) per tingere i tessuti. Gli alveari nascosti nelle rocce o nel cavo degli alberi fornivano miele, pappa reale e cera per le candele. Nel Nord Europa, l’olio veniva ricavato molto spesso dalle noci e dai semi di faggio, mentre nel Mediterraneo i boschi di ulivi fornivano materia prima in quantità per quello che restava ancora il combustibile liquido più diffuso, oltre che il condimento più usato. Le foglie cadute, ricche di sali minerali, e le ghiande di quercia servivano da foraggio per gli animali; non solo, le foglie secche avevano il grazioso soprannome di “piume di legno”, dato che servivano anche per imbottire i materassi. La resina prodotta dalle conifere veniva usata per fabbricare torce, pece e colla. Circa il 40% del combustibile che veniva bruciato nei camini o nei focolari derivava dal carbone raccolto nel sottobosco. Dalle cortecce si ricavavano tegole, coperture per capanne e per imbarcazioni e perfino canestri. Anche gli incendi potevano rivelarsi utili: dalla cenere si potevano ricavare fertilizzanti e liscivia per il bucato. La caccia, naturalmente, forniva carne, cuoio, pellicce e corna per fabbricare corni potori, manici di coltelli e, a volte, manici di archi. Ma la risorsa principale che la foresta forniva era il legno: come carburante, praticamente l’unico a disposizione fino circa alla Rivoluzione Industriale; come materia prima per attrezzi ed armi, dato che il ferro, relativamente costoso, veniva usato solo per le parti esposte, e per le macchine da guerra; e infine come materiale da costruzione, il più economico in circolazione; anche gli alberi giovani potevano essere piegati e legati per ottenere la forma desiderata per manici di falci o elementi da costruzione.

Quaglie arrostite allo spiedo - miniatura dal Salterio di Luttrell, XIV secolo - Londra, British Library.

La foresta aveva anche una sua “popolazione”: i cosiddetti “fuorilegge”, ribelli e banditi che vi si nascondevano, ma anche eremiti e monaci, per i quali la foresta rappresentava il “deserto” in cui ritirarsi in solitudine e in preghiera. In tempo di guerra, però, erano interi villaggi a rifugiarsi nella foresta per scampare a saccheggi e razzie.
Le foreste erano dunque considerate in qualche modo “patrimonio della comunità”, sotto forme diverse: in Inghilterra, fin dai tempi di Guglielmo il Conquistatore (fine XI secolo) facevano parte del demanio reale, in Francia invece rientravano nei feudi cui appartenevano; l’utilizzo delle risorse della foresta da parte della gente comune che abitava nelle sue vicinanze era regolato dalle consuetudini, e gli accordi tra i signori e i coloni variavano da una regione all’altra a seconda del clima, delle specie di alberi che vi si potevano trovare o della fertilità del suolo, il tutto allo scopo di impedire che vi fosse uno sfruttamento troppo indiscriminato. L’analisi delle consuetudini messe per iscritto ci rivelano che la prima risorsa richiesta dai coloni, e la prima ad essere oggetto di un loro diritto, era la legna da utilizzare come combustibile. Altrettanto importante era il diritto di farvi pascolare gli animali: troviamo regolamentate le specie e il numero di animali consentito, il periodo dell’anno in cui ogni specie poteva pascolare e il tipo di foglie che era possibile usare come foraggio. D’altronde il pascolo aveva una funzione importante anche per il signore: impediva una crescita troppo invadente del sottobosco, apriva sentieri per la comunicazione o il passaggio dei cacciatori, e, particolare non trascurabile, creava degli spazi tagliafuoco; addirittura sappiamo che alcuni signori del Sud della Francia introdussero il pascolo in vaste aree forestali proprio allo scopo di proteggerle dagli incendi.

Porci al pascolo - miniatura dal Salterio di Luttrell, XIV secolo - Londra, British Library.

Nel XX secolo, per sfamare una persona è sufficiente un ettaro coltivato a grano; nel XIII secolo ce ne volevano almeno 2. Questo perché il rendimento del seme era molto basso per gli standard moderni. Le ragioni erano tante: anzitutto la composizione del suolo era mantenuta male, si utilizzava il fertilizzante organico, prodotto da bestiame che al confronto con quello dei nostri allevamenti giudicheremmo malnutrito; gli attrezzi agricoli erano inadeguati, fatti prevalentemente di legno, il ferro veniva usato solo sporadicamente. Una rendita bassa voleva dire un bisogno maggiore di terra per sfamare una popolazione in continua crescita; e un bisogno maggiore di terra voleva dire necessità di abbattere le foreste.

Il dissodamento - miniatura dal Salterio di Luttrell, XIV secolo - Londra, British Library.

Fino al X secolo, invasioni e saccheggi (dei Vichinghi da Nord, dei Magiari da Oriente e dei Saraceni da Sud) avevano impedito una crescita della popolazione; una timida espansione demografica poté cominciare solo al cessare delle incursioni, nell’XI secolo, quando ancora, per esempio, la popolazione in Germania soffriva ancora per scarsità di cibo. Dai 22 milioni dell’anno Mille, la popolazione europea raggiunse i 54 milioni in meno di 300 anni; le città cominciarono ad espandersi. Alla crescente domanda di cibo che naturalmente una popolazione in aumento portava con sé, vennero incontro due novità importanti:

  1. anzitutto il miglioramento dell’agricoltura, e nella specie l’introduzione della rotazione delle colture e la comparsa dell’aratro pesante con le ruote. In più, il collare da spalla rigido consentì di migliorare la forza di trazione del cavallo, che in alcune zone sostituiva il bue. Fiorirono i trattati dedicati all’agricoltura, in particolare in Inghilterra. Queste invenzioni, anche se importanti, ebbero però, a conti fatti, solo un impatto minimo;
  2. ben più importante fu invece l’estensione delle aree coltivabili, l’unica soluzione concreta per risolvere il problema alimentare. Nell’Alto Medioevo, un primo tentativo di abbattimento di piccole aree di foresta era stato già fatto dai contadini e dagli eremiti; dall’anno Mille in poi cominciò una vera e propria occupazione su “scala industriale”, progettata dai feudatari (religiosi o laici) ed effettuata dai coloni o dai servi.

Davvero impressionante, fu, in questo senso, il lavoro compiuto dai monasteri, che raggiunse livelli sbalorditivi: tanto per fare un esempio, l’ordine di Citeaux, all’arrivo di San Bernardo conta solo 19 abbazie; alla sua morte, dopo appena 40 anni, ne contava 345, e alla fine del XIII secolo finirà per contarne quasi 700, sparse dalla Scozia al Portogallo. Queste abbazie, che in genere non contavano più di 30 o 35 persone e a volte isolate in zone coperte di foreste come nel nord della Scozia o in Polonia, furono protagoniste dell’espansione delle terre coltivabili in vaste aree d’Europa. Eclatante è il caso dell’abbazia di Morimondo (Milano), fondata nel 1134, che riuscì ad avere a sua disposizione in pochi anni, grazie alle bonifiche, 1700 ettari coltivati; non meno imponente fu il lavoro svolto dalle abbazie Hohorst e di Egmont nei Paesi Bassi, con la costruzione di dighe per prosciugare le zone acquitrinose al confine col mare e la creazione così dei primi polder. Lavoro svolto direttamente dai religiosi, attraverso i fratelli conversi, o dai coloni e dai servi che dipendevano dalle abbazie.
Per quanto riguarda i feudi laici, uno dei metodi più usati per occupare dei terreni liberati dalla foresta e pronti per essere coltivati era fondarvi dei villaggi ex novo. Queste nuove comunità hanno lasciato tuttora le loro tracce nei nomi delle località, nomi come Villanova o Villafranca in Italia, Villeneuve, Villefranche, Sauvete o Bastide in Francia, Neuburg in Germania, ecc. Per popolarli, i feudatari offrivano ai coloni che volevano trasferirvisi delle condizioni vantaggiose e la possibilità di avere un ampio margine di autonomia nel gestire il suolo da coltivare; non solo, questi villaggi di nuova fondazione divennero dei piccoli laboratori di autogestione, attraverso forme di “democrazia diretta” con cui si eleggevano degli anziani che rappresentavano la comunità presso il signore e supervisionavano la riscossione dei tributi. Addirittura, si arrivò al punto che i signori dovettero adottare dei provvedimenti per impedire lo spopolamento dei villaggi già esistenti.
Il risultato è che le distese di foresta furono ridotte a piccolo unità, che di solito prendevano il nome della città nelle loro vicinanze. Alcuni di questi nuovi insediamenti venivano creati anche per ragioni di sicurezza: ne sono un buon esempio quelli che sorsero sulla strada tra Parigi e Orléans come baluardi contro fuorilegge e briganti che a lungo avevano depredato viaggiatori e corrieri reali; altri vennero fondati in vaste aree lungo il corso dei fiumi, ad esempio quelli creati da Enrico Plantageneto, conte d’Angiò e re d’Inghilterra, lungo la Loira. I documenti del demanio reale francese, invece, ci mostrano che i boschi sulle rive dei fiumi, cresciuti durante il periodo delle invasioni vichinghe e in cui gli abitanti dei villaggi si rifugiavano per sfuggire alle incursioni, erano oggetto di una tutela particolare, perché costituivano una preziosa riserva di legname, con in più il vantaggio che i tronchi appena tagliati potevano essere trasportati comodamente dalla corrente dei fiumi verso i cantieri navali o le segherie.
Abbattere i boschi era dunque considerata una delle attività “quotidiane” del contadino, al punto che in Francia, almeno fino alla fine dell’Ancient Régime, i villani (e i popolani in genere) erano chiamati routuriers, dal Latino ruptura, abbattimento.
Solo 1300 in poi la domanda di terra coltivabile diminuì progressivamente: la causa principale era lo spopolamento causato dalla Peste Nera, aggravato in Francia dalla Guerra dei Cent’Anni che spopolò vaste aree di campagna. Distese di alberi tornarono a ricoprire le aree deserte.

L'aratura - miniatura dal Salterio di Luttrell, XIV secolo - Londra, British Library.

Ridurre i boschi voleva dire acquisire nuove terre da coltivare, ma bisogna anche dire che comportava non pochi problemi. A partire dal più immediato: l’uomo comune perdeva tutte quelle risorse e quelle possibilità che la foresta gli aveva offerto finora. A questo si cercò di rimediare almeno in parte, creando dei sostituti: i nuovi terreni da pascolo divennero le praterie; si ricorse alle colture specifiche per avere i prodotti che in precedenza venivano raccolti nella foresta, come anche all’allevamento delle api, che ebbe un vero e proprio boom nel corso del XV secolo; i fuorilegge elessero a loro nuovo nascondiglio i bassifondi delle città in crescita.
Il problema più grosso, però, è che il legno stava diventando un materiale sempre più raro. Non era più possibile trovare grandi alberi da cui ricavare travi nelle vicinanze delle città, ed era necessario importarli da grande distanza; si arrivò al punto che l’abate Sugerio ritenne un vero miracolo aver trovato 12 grandi travi a 50 km dall’abbazia di Saint-Denis, e l’architetto Villard de Honnecourt insisteva nel suo taccuino sulla necessità di economizzare sul legname. Il tipo di legname utilizzato dai falegnami variava a seconda delle specie a disposizione, e dunque dei luoghi.
Naturalmente, man mano che i boschi divenivano sempre meno fitti e dunque sempre meno protetti, era più facile che gli alberi morissero anche a causa di parassiti e malattie; inoltre, le radure permettevano un accesso molto più comodo dalle città e dunque diventava sempre più difficile controllare l’accesso di chi abbatteva gli alberi per ricavarne legna. In breve, un’effettiva gestione delle risorse era divenuta praticamente impossibile. Certo, alcuni accorgimenti esistevano. Ad esempio, era vietato tagliare gli alberi con la sega: in primo luogo perché si pensava che il taglio con la sega esponesse più facilmente i ceppi alle malattie, in secondo luogo perché il rumore dell’ascia si sente più chiaramente di quello della sega, e dunque era più facile controllare il disboscamento. In alcune zone le segherie, comuni a partire dal XIV secolo, vennero sanzionate per la rapida deforestazione che causavano e in alcune zone delle Alpi furono proibite.

Taglialegna - miniatura dal Salterio di Luttrell, XIV secolo - Londra, British Library.

L’uso corrente e praticamente capillare del legno comportava un problema in più: l’enorme spreco. L’esempio più grosso sono le intere città di legno andate distrutte negli incendi, piaga frequente nel Medioevo. Lo stesso discorso vale anche per i castelli, buona parte dei quali, prima dell’XI secolo, erano di legno, non di rado incendiati durante le guerre feudali; di legno erano inoltre le macchine da guerra, come le torri d’assedio, i trabucchi, ecc., bersaglio preferito di frecce e proiettili incendiari. Di legno, naturalmente, erano anche le navi, e i frequenti naufragi aumentavano la domanda di materia prima in maniera esponenziale. In più, c’era un nugolo di attività artigianali in cui l’uso del legno era indispensabile: la fabbricazione del vetro, nella quale il faggio era molto richiesto; la lavorazione del ferro, tanto che per lavorare 100 Kg di ferro servivano circa 50 m3 di legna. Il commercio faceva larghissimo uso del trasporto fluviale delle merci su delle zattere, ma una volta utilizzate, si preferiva venderle come legna per il fuoco piuttosto che “riciclarle”.
Nemmeno il sottobosco fu risparmiato dalla popolazione in crescita: le devastazioni maggiori in questo senso furono prodotte dal pascolo del bestiame, in particolare delle capre.

Ladro di ciliegie - miniatura dal Salterio di Luttrell, XIV secolo - Londra, British Library.

Era chiaro che la deforestazione stava diventando un problema anche per i livelli più alti della società, sia per il ridursi di spazi da dedicare alla caccia sia per la crescente scarsità di legname: era necessario prendere dei provvedimenti drastici. Il primo tentativo è datato al 1216, quando un’ordinanza del re di Francia Filippo Augusto revoca ai monaci di Longpont qualsiasi diritto sulla foresta di Retz.
Con l’avvicinarsi dell’Età Moderna la selvaggina si era fatta più rara, e così progressivamente le aree forestali vennero letteralmente espropriate e destinate ad uso esclusivo dei nobili; al 1396 risale il primo editto di questo genere, emanato dal re Carlo VI, in cui si vieta ai coloni la caccia nel demanio reale. Nei feudi, questo regime ebbe grandi difficoltà ad essere approvato, tanto che in Provenza entrò in vigore solo nel 1452. Fino allora, alla gente comune era stato permesso di cacciare alcuni tipi di animali, eccetto alcune specie di cervi e i cinghiali, che, d’altronde, solo i nobili avevano i mezzi per cacciare: ora, i contadini sorpresi a fare bracconaggio nei boschi rischiavano l’impiccagione.
Fu soprattutto l’economia locale ad avere i danni più gravi da questi provvedimenti, dato che gli abitanti dei villaggi si vedevano di colpo privati di pascoli per gli animali e delle preziose risorse della foresta, per loro un’importante fonte di sussistenza. Per avere un’idea del problema, basta dire che molti dei cahiers de doleances presentati agli Stati Generali del 1789 riguardano proprio l’abuso dei diritti sulla foresta da parte della nobiltà.

Cani da caccia - miniatura dal Salterio di Luttrell, XIV secolo - Londra, British Library.

Bibliografia
Roland Bechmann, Trees and man: the forest in the Middle Ages, Paragon House, New York, 1990;
Jean Gimpel, The medieval machine: the industrial revolution of the Middle Ages, Penguin Books, New York, 1976;
Réginald Grégoire, Léo Moulin, Raymond Oursel, La civiltà dei monasteri, Jaca Book, Milano, 1998.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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3 risposte a Le foreste nel Medioevo tra economia ed ecologia

  1. Rosa Tiziana Bruno ha detto:

    Che articolo interessante, grazie!
    Vorrei aggiungere un particolare di tipo “letterario” intorno al tema “foresta”.
    Con l’aumentare della caccia, l’espandersi dei pascoli e la creazione di villaggi, alcune specie animali si sono trovate in difficoltà. In particolare il lupo.
    Diventava sempre più difficile per le famiglie lupacchiotte procurarsi cibo, così poco a poco gli esemplari femmina, per sfamare i piccoli, hanno iniziato ad attaccare l’uomo. In realtà non attaccavano mai gli adulti, ma se qualche neonato o bimbo piccolo veniva lasciato solo davanti alla porta di casa poteva capitare che un lupo lo sbranasse. Da qui è nata la famosa fiaba “Cappuccetto Rosso” che, nella versione dei fratelli Grimm, contiene richiami alla cultura del Medioevo e svela particlari antropologici e sociali interessanti.

  2. Complimenti bel articolo!
    Vorrei aggiungere una piccola nota al tuo interessantissimo discorso.
    In Italia, nell’Alto Medioevo, lo spopolamento, la crisi demografica, la decadenza del sistema stradale romano e il mutamento dell’assetto economico portarono alla cosidetta “reazione selvosa” (ritorno a una condizione più vicina a quella naturale). Tra il VII e il IX secolo, in Pianura Padana ad esempio, ricomparvero specie originarie: ontani, pioppi e salici popolarono di nuovo gli acquitrini, e le querce tornarono elemento dominante nelle zone paludose.
    Nei boschi si ricreò, inoltre, l’ambiente adatto a ospitare animali ormai scomparsi, come castori, cinghiali, lontre, bisonti, uri (buoi selvatici) e orsi. Questi animali sopportavano bene l’abbassamento di temperatura improvviso, che aveva colpito il centro Europa (la temperatura era inferiore di circa un grado rispetto a quella odierna).
    La situazione cambiò nel X-XI secolo quando l’aumento della popolazione e della temperatura fecero tornare il territorio verso condizioni pre-medievali. Dopo il Mille l’azione di dissodamento e bonifica dei territori boschivi, da parte dei monasteri (cistercensi, in particolar modo), porto ad uno sfruttamento più agricolo dei territori padani.

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