Note del Medioevo meridionale: in viaggio con Guido Pagliano.

È uno dei fondatori dell’ensemble di musica antica Antica Consonanza, diplomato al conservatorio in flauto, insegnante di musica di lungo corso, ispiratore con la sua viella dell’ensemble Le Trotulae. Non avrei potuto trovare guida migliore del maestro Guido Pagliano, insomma, per addentrarmi alla scoperta di un argomento poco conosciuto: il Medioevo musicale del Sud Italia.

«L’Ensemble Antica Consonanza è nato dopo esperienze precedenti per dedicarsi esclusivamente alla musica antica», racconta. «Il nostro lavoro si è prima focalizzato sulle villanelle cinquecentesche napoletane, per poi spostarsi sui grandi monumenti della musica medievale come i Carmina Burana e la musica trobadorica. Oggi ci dedichiamo perlopiù al Seicento e al Settecento.»
Prima di tutto, però, il maestro tiene molto a smorzare facili entusiasmi: «Almeno fino all’età aragonese, i centri musicali più importanti d’Europa non contano il Sud Italia; o, se ce ne sono stati, la musica prodotta non è arrivata fino a noi.»
E attenzione a non tirare in ballo la corte duecentesca dell’imperatore Federico II, culla della Scuola Poetica Siciliana: qualcuno, anzi, sostiene che proprio lì si sia consumata la frattura fra poesia e musica; altri sostengono che la musica per questi componimenti fosse soltanto orale, e variasse a seconda di chi la eseguiva. Ad esempio, la canzone “Dolze meo drudo”, attribuita a Federico II, verrà musicata solo nel Quattrocento. La musica profana del XIII secolo è ancora essenzialmente monodica, a una sola voce.
«Nel 2018, a Lagopesole, allestimmo uno spettacolo in occasione del compleanno di Federico II,» racconta il maestro Pagliano, «ma solo pochi brani, tra quelli che eseguimmo, erano collegabili direttamente a lui o ai suoi luoghi, tra cui una “manfredina”, forse chiamata così in onore del figlio e successore dell’imperatore, Manfredi, e una estampie di provenienza toscana, contenuta in un manoscritto della fine del Trecento conservato alla British Library di Londra.»


L’estampie, o istanpitta in Italiano, è una danza di origine provenzale (estampida), articolata in più frasi con una doppia chiusura. È soprattutto strumentale, ma ve ne sono anche alcune cantate. Per il Sud Italia non se ne conoscono di acclarate, ma alcuni versi tramandati dal poeta napoletano del Seicento Giambattista Basile, e che probabilmente sono due pezzi diversi fusi in uno, potrebbero contenere un’estampida cantata di inizio Duecento tramandata popolarmente fino alla sua epoca:

Iesce, iesce, sole,
scaglienta ‘mperatore!
scanniello d’argiento
che vale quattociento,

ciento cinquanta
tutta la notte canta,
canta Viola
lo masto de la scola,

o masto masto
mannancenne priesto,
ca scenne mastro Tieste
co lanze co spate,

co l’aucielle accompagnate.

La seconda parte del componimento è stata invece accostata da alcuni studiosi a un rondeau di età angioina:

Sona sona zampugnella
ca t’accatta la vunnella,
la vunnella de scarlato,
si nun sona te rompo la capa.

Nun chiovere, nun chiovere,
ca aggio ‘a ire a mmovere,
a mmovere lu ggrano
de masto Giuliano.

Masto Giuliano, manname ‘na lanza,
ca aggio ‘a ire in Franza,
da Franza a Lumbardia,
addò sta Madama Lucia.

D’altronde il rondeau, un genere cantato e danzato tipicamente francese, non arriva a Napoli prima di Carlo I d’Angiò alla cui corte Adam de la Halle scrive l’opera teatrale musicata Le Jeu de Robin et de Marion.


«Quello della musica popolare è ancora un discorso aperto,» precisa il maestro Pagliano. «I primi manoscritti musicali in dialetto risalgono all’età aragonese, come il celebre Manoscritto di Montecassino. D’altra parte, però, c’era una continuità più “sotterranea”: c’era una musica popolare che noi non conosciamo, ma alcuni sprazzi della quale sono arrivati fino a noi mediati dai musicisti dell’Ottocento. Un esempio è il Canto delle Lavandaie del Vomero, forse risalente al Trecento, ma trasmessoci solo nell’Ottocento da Guglielmo Cottrau. E c’è anche da tener presente la difficoltà pratica nel trascrivere la musica: conoscenze del genere non erano patrimonio di tutti.»


Questo non ci impedisce di trovare, di tanto in tanto, delle “napolitane” probabilmente cantate, ma la cui musica non ci è arrivata, come questa della fine del Trecento:

Gimene al letto della donna mia,
stesi la mano e toccaili lo lato.
Ella si risvegliò, ch’ella dormia:
– Onde ci entrasti, o cane rinnegato? –

– Entraici dalla porta, o vita mia,
priegoti ch’io ti sia raccomandato.
– Or poi che cci se’ entrato, fatto sia:
ispogliati ignudo e corquamiti allato. –

Poi ch’avemo fatto tutt nostro gioco,
tolsi li panni e voleami vestire.
Ed ella disse: – Stacci un altro poco,
ché non sai gli giorni che cci puoi transire.

«La musica del tardo periodo angioino, come quella del successivo periodo aragonese, parla francese, soprattutto per quanto riguarda la polifonia» spiega il maestro Pagliano, «al punto che musicisti come Antonello da Caserta e Filippotto da Caserta sono inquadrabili a tutti gli effetti nell’ultima generazione dell’ars nova francese. D’altronde l’Italia quattrocentesca è piena di musicisti di area franco-borgognona.»


Al tempo stesso, però, in età aragonese cominciano a emergere forme musicali che possono anche essere ricondotte al Sud Italia, come quelle raccolte nel Manoscritto del Duca di Calabria, e che preparano la strada, nel Cinquecento, all’affermarsi della villanella, napoletana a tutti gli effetti.

Per saperne di più:
Francesco Sabatini, Lingue e letterature volgari in competizione, in Storia e civiltà della Campania. Il Medioevo, a cura di Giovanni Pugliese Caratelli, Electa, Napoli, 1992, pp. 401-431.

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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