I Vichinghi – Richard Fleischer (1958)

“Vikings”, “Norsemen”, “The Last Kingdom”… In questi ultimi anni si stanno moltiplicando le serie televisive, soprattutto di provenienza anglosassone, dedicate agli “Uomini del Nord”. Il problema di queste serie televisive, però, è che non solo non hanno niente di storico, ma, pur presentandosi come come tali, e avendo a volte magari anche storici come consulenti, non hanno nessuna intenzione sforzarsi, proponendo non solo costumi e scenografie che non c’entrano nulla con il periodo storico (sarebbe chieder troppo), ma riducendo una popolazione così complessa come quella dei cosiddetti “Vichinghi” (o meglio, “Scandinavi dell’Età Vichinga“) a un branco di selvaggi senza alcun tipo di legge, ma solo istinti che sembrano fatti apposta per solleticare quelli dell’ “audience”.
Null’altro che un’operazione di “marketing”, insomma, ma c’è marketing e marketing: e quando a promuoverlo è uno che pratica il cinema, almeno quello con la C maiuscola, i risultati sono ben altri.
È il caso di un mostro sacro come Kirk Douglas, scomparso l’anno scorso, che nel 1958 si addossò la coproduzione di un film tratto dal romanzo The Viking di Edison Marshall che, nelle sue intenzioni, doveva essere un vero e proprio kolossal, in cui non bisognasse badare a spese per sorprendere il pubblico. A dirigerlo non esattamente un dilettante, Richard Fleischer, che anni dopo avrebbe firmato titoli come Barabba, Tora! Tora! Tora! e Conan il Distruttore. Il risultato fu I Vichinghi.

Intendiamoci, non voglio dire che si tratti di un film storicamente fedele: è pur sempre uno “spettacolone” anni ’50 sullo stile dei kolossal in costume dell’epoca, per giunta tratto da un romanzo. E dobbiamo anche mettere in conto gli stereotipi dei “secoli bui” ancora molto diffusi alla metà del Novecento, come nella scena in cui l’innocenza di una presunta adultera viene provata con un “tiro a segno” di ascia contro le sue trecce. Ma è almeno visibile lo sforzo di dare un minimo di credibilità ad un mondo come quello della Norvegia di X secolo, certamente più “rozzo” della raffinata Northumbria inglese che il capo Raghnar tenta di conquistare, ma comunque un mondo con delle sue regole, persino con i suoi punti di contatto con il mondo “civile” come la caccia con il falco, sport che costerà un occhio al vanitoso figlio di Raghnar, Einar. Alcune delle riprese, tra l’altro, furono fatte direttamente in Norvegia, tra i fiordi di Kvinnherad inquadrando i paesaggi straordinari che in questa scena si possono ammirare, facendo persino soffrire ad attori e comparse tutti i disagi del freddo per maggiore realismo. Le navi utilizzate nel film, inoltre, sono ispirate a quelle ora conservate al Museo delle Navi Vichinghe di Oslo; certo, un po’ ritoccate, ma già il fatto in sé è più che positivo.
Anche dal punto di vista del contenuto e della narrazione, il film ha tutta un’altra sostanza rispetto alle serie televisive di cui sopra. Il fulcro della storia è il rapporto conflittuale tra due fratelli che non sanno di esserlo: Einar, il figlio legittimo di Raghnar, vanitoso e presuntuoso ma di indiscusso coraggio, e lo schiavo Eric, il figlio dello stupro, nato dalla regina di Northumbria e da lei abbandonato, uno schiavo che di piegare la testa non ne vuole sapere. I due personaggi sono rispettivamente affidati all’interpretazione di Kirk Douglas e Tony Curtis: un sodalizio che, due anni dopo, avrebbe fatto scintille in Spartacus di Kubrick, ma che anche qui dà i suoi frutti. I due protagonisti sono impegnati in una rivalità senza esclusione di colpi in cui la rapita principessa inglese Morgana, che entrambi si contendono, è solo un pretesto; ma proprio perché si tratta di una sfida alla pari, entrambi sanno riconoscere il valore dell’altro, prova ne sia la sepoltura con tutti gli onori che Eric, divenuto legittimo re di Northumbria, tributa al fratello-rivale morto in battaglia.
Come dire che Caino e Abele, a volte, non si trovano in due persone distinte.



Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
Questa voce è stata pubblicata in Spettacoli. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...