Medicus

Sono molte le cose che ho imparato da quando pratico rievocazione storica, una delle quali è questa: solo un vero rievocatore può sapere cosa desidera un altro rievocatore (soprattutto se bibliofila patologica come me). Come il nostro marphais Talarico, presidente della Gens Langobardorum, e relativa consorte Cariperga, i quali un Natale mi onorarono di un libro, già il titolo del quale bastò per dare ai miei occhi un aspetto cuoriforme:
Cosa poteva desiderare di più un’aspirante medica salernitana?

Medicus, di Noah Gordon.

Intendiamoci, un po’ di sospetto ce l’ho sempre nell’iniziare la lettura di un romanzo storico, specie se contemporaneo e di provenienza anglosassone, perché la mia insopportabile pignoleria riesce sempre a farmi trovare il pelo nell’uovo e a guastarmi il piacere della lettura. È così che negli ultimi anni misuro la bravura di un autore di romanzi storici: se non è “del mestiere”, deve sapermi coinvolgere talmente da mettere in secondo piano imperfezioni ed errori.
E l’americano Noah Gordon decisamente ci è riuscito.
La trama potrebbe sembrare a prima vista inverosimile: all’inizio dell’XI secolo, il giovane inglese Rob Cole, orfano apprendista cerusico-barbiere con il dono di “sentire” il sopraggiungere della morte, sente parlare del grande medico e filosofo persiano Ibn-Sina (Avicenna), e, facendosi passare per Ebreo, compie il viaggio fino a Baghdad per entrare alla sua scuola e diventare suo discepolo. Stringe una forte e salda amicizia con l’Ebreo Mirdin e l’Arabo Karim; s’innamora e sposa Mary, la figlia di un mercante scozzese; riesce a entrare nelle grazie dello Scià Alā-al-Dawla, e a diventare l’allievo prediletto del grande maestro; eppure, al ritorno in patria, sarà accolto con ostilità e sarà costretto a rifugiarsi in Scozia, presso la famiglia di Mary.
Dall’Inghilterra alla Persia, e poi a ritroso fino alla Scozia: un “giro dell’oca” che a noi sembrerebbe impossibile in un secolo come l’XI, in cui immaginiamo che solo i più ricchi possano permettersi viaggi così lunghi. Eppure questo è uno dei particolari realistici del romanzo: all’epoca si viaggia moltissimo, soprattutto lungo le vie del commercio, e lo testimoniano reperti come un anello con una scritta in Arabo trovato in Svezia, o frammenti di seta di Costantinopoli in tombe finlandesi.
Il realismo dell’autore, però, non si limita solo a questo, ed è impressionante, sia quando dipinge i corpi straziati dalla malattia o dalle ferite di guerra, tanto che sembra quasi di sentire l’odore del sangue, sia quando li “fotografa” nell’ebbrezza del sesso: e non sono i corpi perfetti, statuari che vengono esibiti di solito nei romanzi rosa, sono corpi normali, esibiti senza riguardo insistendo su imperfezioni e inestetismi. Anche i luoghi sono dipinti con realismo, dalla campagna inglese alla casa di Rob a Baghdad, tanto che sembra di vederli.
Quello di Rob è un coinvolgente romanzo di formazione, che, partendo dal dono che scopre ragazzino, e dalla sua ossessione di ritrovare il fratello e la sorella perduti nello smembramento della sua famiglia, è accompagnato dalla fame di conoscenza; e, più si allontana dalla sua terra d’origine, più questa conoscenza aumenta, non solo quella che lo trasformerà da “barbiere concia-ossa” in un vero medico, ma quella che cambierà per sempre il suo sguardo sul mondo.
Certo, qualche piccola nota a margine la farei: ad esempio, non vedo la necessità del protagonista di farsi passare per ebreo per poter entrare nella Casa della Sapienza, quando nella Baghdad dell’epoca c’era un’antica e nutrita comunità cristiana, e i maestri musulmani delle madrasas avevano allievi cristiani, e viceversa, come mostra la figura di Yahya ibn Adi, vissuto soltanto un secolo prima. Poi, la conclusione cui Gordon arriva a proposito della fede è sempre quella squisitamente occidentale e moderna, di “una religione vale l’altra”, conclusione che ad un uomo dell’XI secolo, cristiano, ebreo o musulmano che fosse, non sarebbe passata per l’anticamera del cervello.
Infine, trovo che l’autore abbia decisamente esagerato il clima di sospetto che accoglie Rob al suo ritorno in patria, specie da parte degli ecclesiastici, come l’insistenza sul divieto di effettuare autopsie sui corpi umani, cosa non vera. Al contrario, il clima culturale nell’Occidente dell’XI secolo, soprattutto nelle isole britanniche, era estremamente curioso e aperto alle novità: se un monastero così prestigioso come quello di Worcester avesse saputo che un suo membro come il vescovo ausiliare Paulinus, fratello ritrovato di Rob, aveva un parente che avesse avuto l’opportunità di studiare in Oriente, avrebbe fatto carte false per ottenere un manoscritto da ricopiare.
Alla fine resta il sapore selvaggio e remoto della Scozia: la quale, detto tra parentesi, era anch’essa meno selvaggia e remota di quanto immaginiamo.

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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