Danzare nell’Oriente medievale: le danze arabo-andaluse

Musici e danzatrice arabi – legno dipinto, XII sec. – Palermo, soffitto della Cappella Palatina – Per cortesia del Gruppo Imperiales Friderici II.

Soltanto sentir risuonare queste due parole, danze arabe, perché compaia davanti ai nostri occhi un’immagine: quella di odalische discinte che eseguono i movimenti sinuosi della danza del ventre nell’atmosfera conturbante dell’harem, per il diletto del sultano, loro signore.
Niente di più sbagliato.
Anzitutto perché la bellydance, quella che noi chiamiamo “danza del ventre”, non ha niente a che vedere né con gli harem né con il Medioevo: è la rielaborazione di una danza egiziana compiuta in sostanza tra Ottocento e Novecento in Francia, come danza da cabaret e da teatro. E poi perché gli harem, i ginecei del mondo arabo, non sono affatto i “bordelli privati” degli uomini di casa, men che meno dei sovrani: sono le stanze delle signore, e signore colte in molti casi, vere e proprie mecenati, nelle quali si coltivano sì musica, poesia e danza, ma anche astronomia e medicina.
A dirmelo è un’esperta di cultura araba, Claudia Soheir, danzatrice e maestra dell’Accademia ASD Danze Orientali Salerno, che ha vissuto e studiato in Egitto e ora non perde occasione per abbattere luoghi comuni sulla cultura araba, come fa in quanto direttrice artistica della manifestazione “Un ponte sul Mediterraneo” ad Agropoli.
È dunque a lei che mi rivolgo per sapere qualcosa di più su come si danzasse davvero nel mondo arabo medievale.

Musici e danzatori – dittico d’avorio fatimida, il Cairo XII sec. – Firenze, Museo Nazionale del Bargello – Per cortesia del Gruppo Imperiales Friderici II.

Anzitutto, Claudia tiene a sottolineare un particolare: «Nel mondo arabo, il termine “Medioevo” non esiste: loro lo chiamano “easr alnahda“, “Rinascimento”, perché è considerata l’età dell’oro per eccellenza del mondo arabo.»
In questa “età dell’oro” orientale, i grandi centri culturali legati alla poesia, alla musica e alla danza sono soprattutto due: la Siria, Aleppo in particolare, e Cordoba, nella penisola iberica.
«È lì che nasce e si sviluppa, soprattutto nel periodo tra il XIV e il XVI secolo, lo stile Muwashahat, o Arabo-Andaluso, una forma poetica vera e propria, cantata e accompagnata da strumenti come l’ud (il liuto arabo), in genere composta da cinque strofe alternate a un ritornello, di argomento prevalentemente amoroso.»
Questo tipo di musica può anche essere eseguito in occasione di banchetti o di momenti pubblici, ma non danzato: la danza è un momento “privato”, da eseguirsi negli harem, tra donne, non in presenza di uomini.

Musico e danzatore – cofanetto tedesco, XIII sec – Per cortesia del Gruppo Imperiales Friderici II.

Ma è possibile ricostruire le danze arabo-andaluse medievali a partire dalle testimonianze che abbiamo?
«Ci ha provato l’antropologo e danzatore egiziano Mahmoud Reda,» racconta Claudia, «che ha studiato le musiche composte fra Trecento e Cinquecento ad Aleppo e in Marocco, dove, dopo la conquista cristiana, il Muwashahat di Cordoba si era spostato, e ha provato a creare, in base alle testimonianze iconografiche, una danza compatibile con quelle arabo-andaluse medievali.»
E, da queste ricostruzioni, qual è il tipo di danza che emerge?
«È una danza molto raffinata e complessa, che non ha niente in comune con la bellydance, somiglia piuttosto al nostro balletto. Di solito si danza in gruppo, raccontando la storia cantata nei versi, e c’è spesso una protagonista: le donne danzano in abiti medievali, con i lunghi caffettani che ancora oggi fanno parte della tradizione marocchina.»
Sì, perché il anche Muwashahat sopravvive ancora oggi un po’ in tutto il mondo arabo, in particolare, in Marocco e in Egitto, viene ancora scritto, musicato, cantato e danzato: come danza da teatro, però.

Per saperne di più:
Sherifa Zuhur, Images of Enchantment: Visual and Performing Arts of the Middle East, il Cairo, American Univ in Cairo Press, 1998.


Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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