Medioevo, donne che curano e pregiudizi.

Ora che mi è capitato per un numero sufficiente di volte, posso ben dirlo: pochi momenti, nella vita di una tranquilla storica di formazione, possono superare l’emozione di quello in cui ti ritrovi tra le mani il pacco postale che contiene un libro che contiene qualcosa scritto da te.
Solo che questa volta, a differenza delle altre, il libro era TUTTO mio, dall’inizio alla fine: e stringerlo tra le mani, in tutta la sua materialità, con le tre giraffe rosa, blu e nere sulla copertina liscia curata dalla Robin Edizioni di Torino, e con ancora l’odore della tipografia tra le pagine, è davvero un po’ come stringere un figlio.
Anzi, sei figlie: perché quelle cui ho “dato la vita”, per la seconda volta, anche se con le mie parole, sono loro, le “Mulieres Salernitanae“, il cui nome finalmente potrà viaggiare al di là della città e della regione che le ha viste vivere e operare. Donne realmente esistite, dai nomi al tempo stesso così lontani e così vicini alla realtà della mia terra: Trotta, Rebecca, Sabella, Margherita, Venturella, Costanza.


Di Trotta (“Trotula“), bene o male, negli ultimi anni si parla, su di lei sono stati pubblicati saggi e romanzi: ma le altre? Perché sono state lasciate nell’oblio, condannate ad essere poco più che nomi, insieme ai titoli delle loro opere?
Ecco perché le ho volute rievocare in carne ed ossa, tutte e sei, con tutta la loro umanità e la loro femminilità, con la loro forza e la loro fragilità. Sei donne che noi piace immaginare pioniere, coraggiose ribelli che, nell’ “oscuro Medioevo” osano avventurarsi in un mondo dominato dagli uomini, quello della medicina.
E invece no: le testimonianze ci dicono chiaro e tondo che, fino all’inizio del Trecento, non c’è nessun problema che le donne siano considerati medici, chirurghi o cerusici esattamente come gli uomini, le troviamo perfino al servizio di teste coronate. Non è un caso che il termine “medico”, sia in latino sia nelle lingue volgari, è declinato anche al femminile (medica, medicha, fisicienne, médécienne, miresse, ecc.); abbiamo, soprattutto negli Archivi Angioini di Napoli, tanto di diplomi che abilitano donne all’esercizio della chirurgia. Questo perché l’Università (mondo esclusivamente maschile) non è considerata, fino al Trecento, il solo e unico modo per istruirsi: le altre vie (l’istruzione privata, l’ apprendistato presso un medico o un chirurgo più anziano, i monasteri femminili) che le donne possono tranquillamente sfruttare, hanno pari dignità rispetto all’Università. Abbiamo perfino notizia di donne che occasionalmente riescono a penetrare al suo interno, a Salerno (Costanza Calenda, una delle protagoniste del libro), ma anche a Bologna, con Dorotea Bocchi (nominata anche lei), maestra di medicina e filosofia della natura a cavallo tra Trecento e Quattrocento. È solo quando l’Università si arroga il diritto di essere la sola e unica depositaria del sapere che per le donne cominciano i guai. L’Università di Parigi per prima riesce a ottenere dal re di Francia Filippo il Bello che solo chi abbia la laurea dell’Università possa esercitare la medicina: e così le donne che lo hanno fatto fino allora vengono trascinate in tribunale per “esercizio abusivo della professione medica”, diremmo oggi. Per fortuna, questo cambiamento avviene molto lentamente: i territori italiani (Regno di Sicilia compreso) adottano questi provvedimenti solo nella seconda metà del Quattrocento, tant’è vero che ancora all’inizio del secolo troviamo queste donne al servizio, per esempio, dei dogi di Genova.
E sono state queste donne a venire da me: ne incrociavo più volte i nomi man mano che studiavo il Medioevo al femminile e la Scuola Medica Salernitana. E mi domandavo: oltre quei nomi cosa c’è? Che vite hanno avuto, come medici ma soprattutto come donne? Come hanno influito su di esse gli eventi che hanno attraversato le loro vite? Così, partendo dai pochi dati che avevo a disposizione, come i loro nomi, e i nomi delle loro famiglie, mi sono messa a studiarle. Ho cercato di capire quando fossero vissute e in quale contesto; ho cercato di comprendere quali fossero i loro desideri, le loro paure.
Desideri e paure di donne del loro tempo, non di donne di oggi; e men che meno desideri e paure che noi, con la nostra mentalità, proiettiamo sul passato, un passato che spesso e volentieri pieghiamo ai nostri pregiudizi, specie se questo passato si chiama “Medioevo”.
Ed è un Medioevo diverso, quello che ho voluto raccontare in queste pagine: un Medioevo in continua mutazione, il mondo di Trotta non sarà più quello di Costanza; un Medioevo luminoso, mediterraneo, fatto della policromia dei palazzi dalle facciate di tufo grigio e giallo e di giardini all’orientale; un Medioevo che non ha affatto dimenticato l’Antichità classica, anzi, si pone in dialettica continua con essa e con i grandi spiriti che aveva partorito; un Medioevo che indaga il mondo e l’uomo con grande curiosità, inventando vie sempre nuove di risposta, a volte giuste, a volte sbagliate, ma d’altronde è questo il cammino della conoscenza; un Medioevo in cui il sesso non è affatto un tabù, in cui medici, poeti e religiosi ne parlano con una libertà che a noi può apparire sorprendente; un Medioevo in cui ci si lava, eccome, in cui gli abitanti delle città possono contare su terme e bagni pubblici mentre i ricchi ce li hanno in casa, in cui le donne si depilano e si truccano; un Medioevo che dà molto più spazio alle donne di quanto ne lasceranno i secoli seguenti.


Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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4 risposte a Medioevo, donne che curano e pregiudizi.

  1. R. Tiziana Bruno ha detto:

    Complimenti! E’ un giorno felice per chiunque ami la Storia.

  2. Luca ha detto:

    Complimenti! Spero di riuscire a leggerti presto! 🙂

  3. Salvù ha detto:

    Complimenti, bravissima!

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