La regina e il filosofo: Matilde di Scozia e Anselmo d’Aosta.

Matilde di Scozia e Anselmo d’Aosta – Miniatura, XII sec.

E pensare che non è nato esattamente sotto i migliori auspici, il rapporto tra Matilde di Scozia, regina d’Inghilterra, e il grande filosofo Anselmo d’Aosta, arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa inglese.
Nel 1093, il re di Scozia Malcom III lavora ad un accordo di pace con Guglielmo II il Rosso, re d’Inghilterra, e pensa di suggellare l’accordo promettendo sua figlia in sposa ad Alano il Rosso, signore di Richmond, forse l’uomo più potente del Nord dell’Inghilterra. La ragazzina, di nome Edith, allora tredicenne, viene dunque fatta uscire dal monastero femminile di Wilton, nel Wiltshire, nel Sud dell’Inghilterra, dove ha studiato e dove ha preso il nome di Matilde. Il matrimonio, però, non ha luogo, perché Malcom entra in conflitto con Guglielmo, invade il Nord dell’Inghilterra, ma trova ad affrontarlo il conte di Northumbria, Roberto di Mowbray, e rimane ucciso insieme al figlio Edoardo. La moglie, la regina Margherita del Wessex, li seguirà dopo poco.
Matilde, rimasta orfana, però, non rientra in monastero, e la cosa non piace per niente ad Anselmo, che proprio nel 1093 era stato nominato arcivescovo di Canterbury. Egli scrive dunque l’anno successivo una lettera severissima a Osmundo, vescovo di Salisbury, nella cui diocesi si trova il monastero di Wilton, perché costringa Matilde a indossare di nuovo l’abito monacale. Non sappiamo se Anselmo conosca già Matilde di persona, ma quel che è certo è che egli, già abate di Bec, è un monaco fino al midollo delle ossa, e considera la vita monastica come la via privilegiata per la santità, a fronte di un mondo violento e spregiudicato.
Pare però che la lettera non abbia sortito alcun effetto. Tant’è vero che quando, alla morte di Guglielmo, nel 1100, sale al trono suo fratello Enrico, pensa subito di ricucire lo strappo con la Scozia sposando la principessa Matilde. Resta un problema: la ventenne candidata al trono di regina consorte d’Inghilterra ha preso i voti oppure no? Per esserne certi, viene convocato un sinodo di vescovi nella chiesa di Sant’Andrea a Lambeth presieduto proprio da Anselmo. Alla fine, si decide che non c’è nulla da fare: Matilde non ha mai emesso i voti, anzi, ella stessa ha dichiarato di aver sempre odiato quel panniculum nigrum che era costretta a portare in testa, e dunque l’arcivescovo di Canterbury è costretto a dichiarare il suo stato libero. Sarà egli stesso, d’altronde a celebrare il matrimonio tra la principessa scozzese e re Enrico, l’11 novembre del 1100, nella cattedrale di Westminster.

Sigillo di Matilde di Scozia.

I rapporti tra il re d’Inghilterra e l’arcivescovo di Canterbury, però, si incrinano ben presto: siamo in pieno clima di riforma gregoriana, la lotta della Chiesa per liberarsi dalla tutela del potere secolare, uno degli aspetti della quale sono le investiture laiche, vescovi e abati nominati da re e imperatori come fossero loro funzionari. Una prerogativa che nemmeno il diplomatico Enrico è disposto a perdere, e pretende il giuramento da parte del vescovo di Canterbury: Anselmo, spalleggiato da papa Pasquale II, rifiuta, il re per loro non ha nessun diritto sull’investitura dei vescovi. Il re tenta un estremo punto d’incontro: si riserva la facoltà di scegliere i vescovi, ma lascia al vescovo di Canterbury il potere di ordinarli. Anselmo respinge deciso questa opzione che lo ridurrebbe a mero esecutore delle disposizioni del re.
Questa opposizione gli costa l’esilio, per ben tre anni, dal 1103 al 1106.
È qui che il ruolo di mediatrice della regina Matilde diventa fondamentale. Perché, sia chiaro, Matilde è una regina attiva: amministra ella stessa il suo dovario, finanzia la costruzione di grandi edifici come l’abbazia di Waltham o il priorato della Santissima Trinità ad Aldgate; ha un’attenzione particolare nei confronti dei lebbrosi, tanto da fondare due ospedali per loro, assiste personalmente i malati; è una mecenate, ha una corte molto attiva in cui invita poeti e musicisti.
Tra le lettere che fanno parte dell’epistolario tenuto da Anselmo durante l’esilio, ben sedici appartengono alla corrispondenza con la regina Matilde.
Ed è lei a iniziare, con una lettera piena di calore in cui si mostra preoccupata per i continui digiuni dell’arcivescovo, del quale si dichiara “ancella umilissima”. In questa epistola, come nelle altre cinque che gli scriverà, emerge la formazione monastica che la regina ha in comune con Anselmo: è una donna coltissima, conosce e cita correntemente non solo le Sacre Scritture, e gli autori cristiani come Gerolamo, Agostino e Gregorio Magno, ma anche quelli pagani dell’Antichità classica come Frontone, Cicerone e Quintiliano; non basta, la regina dimostra di aver letto le opere dello stesso Anselmo, in particolare quella più conosciuta all’epoca, il Cur Deus Homo. Matilde, di quando in quando, gli raccomanda di moderare i toni della disputa con il re per la restituzione dei beni della Chiesa, e al tempo stesso accoglie le sue disposizioni come nominare ella stessa il monaco Edulfo di Winchester abate di Malmesbury. Gli riporta i progressi della sua opera di mediazione presso il marito perch’egli torni, manifesta il desiderio di quel ritorno con toni sovrabbondanti:

Signore santo, padre misericordioso! Muta il mio lamento in gioia e circondami di letizia. Ecco, signore, la tua umile ancella, […], invoca il manifestarsi della consueta benignità. Vieni, signore, vieni, e visita la tua serva. Vieni, dico: calma, padre, i miei gemiti, asciuga le mie lacrime, mitiga la sofferenza, disperdi il lutto. Sazia il mio desiderio, realizza gli auspici.

Sigillo di Anselmo d’Aosta, XII sec. – Londra, BL,

Leggendo le lettere di risposta di Anselmo, si potrebbe parlare di una vera e propria seduzione di Matilde nei confronti dell’arcivescovo.
Le prime lettere sono brevi, formali, fredde: evidentemente, Anselmo non ha dimenticato che sta parlando ad una donna che ha lasciato il monastero, regno di Dio fra gli uomini, per una corona terrena.
Con il tempo, l’arcivescovo di Canterbury si apre all’affetto sincero della regina, accoglie i doni che gli invia, comprende che il suo aiuto può essere prezioso per la risoluzione del conflitto. Lo stile si fa più confidenziale, anche se la sua riservatezza tende sempre a temperare gli slanci adulatori di Matilde. Anselmo arriva a considerarla quasi come una figlia spirituale, e ha una grande stima di lei, se arriva a dichiarare, in una delle sue ultime lettere, che per i suoi sudditi è “madre, nutrice, signora e regina benigna”.
Alla fine, si vede chiaramente che tra i due si è instaurata una vera e propria amicizia, salda e profonda, se, in una lettera al vescovo di Rochester, Anselmo si raccomanda di salutare la regina, “mia signora e figlia carissima”.

Bibliografia:
Inos Biffi, Anselmo d’Aosta e dintorni: Lanfranco, Guitmondo, Urbano II, Milano, Jaca book, 2007;
Lois L. Huneycutt, Matilda of Scotland: A Study in Medieval Queenship, New York, Boydell Press, 2003.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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2 risposte a La regina e il filosofo: Matilde di Scozia e Anselmo d’Aosta.

  1. Luca ha detto:

    Molto interessante, grazie! Buon fine settimana. 😉

  2. Silvia Vannozzi ha detto:

    Brava

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