Da Santa Maria de Domno a Santa Maria de Mare – la Judeca di Salerno.

Vico Giudaica – Salerno

È poco noto, ma nel Medioevo la più grande comunità ebraica del Sud Italia era localizzata a Salerno, e questa presenza ha lasciato tracce nella cultura e nella topografia della città. D’altronde, uno dei mitici quattro fondatori della Scuola Medica Salernitana è proprio l’Ebreo Elino.

Resti del campanile di S. Maria de Domno – Salerno.


Il cenno di Erchemperto secondo il quale il duca Grimoaldo avrebbe ripudiato nel 793 la moglie sterile Wantia more hebraico non significa per forza che alla fine dell’VIII secolo a Salerno ci sia già una comunità ebraica fiorente e strutturata. Cosa che invece si comincia a trovare a partire già tra il IX e il X secolo, all’interno dei documenti che parlano di una judeca, un quartiere ebraico, con dei terreni presi in affitto, su cui gli ebrei salernitani costruiscono le loro case. La zona è periferica, quasi fuori dalla città vera e propria, nei documenti detta inter murum et muricinum, cioé tra l’antica cinta di mura romano-bizantina e quella nuova longobarda di Arechi e Grimoaldo, tra le attuali via Masuccio Salernitano e vico Giudaica. Questi terreni sono di proprietà della chiesa di Santa Maria de Domno, in seguito denominata proprio per questo Sancta Maria de Judeca, del monastero benedettino femminile di San Giorgio, e della chiesa di Santa Maria a Mare, la quale si appoggia direttamente alle mura e a una torretta, e successivamente prenderà il nome significativo di Sancta Lucia in Iudicaria. Le case all’inizio sono in legno, facili da smontare in caso di mancato rinnovo dell’affitto, ma, con il passare dei secoli, finiscono per fondersi con le mura della città, tanto che nel 1271 vedremo accordato il permesso a Salomon de Tincta di aprire delle finestre nel muro sud di Salerno per illuminare la sua casa.
Che questo quartiere sia “una zona a parte”, quasi fuori città, non deve stupire. Sappiamo che i rapporti della comunità ebraica di Salerno con le autorità, laiche ed ecclesiastiche, sono abbastanza buoni, almeno fino all’XI secolo, tanto che troviamo mercanti, banchieri e medici ebrei al servizio di pezzi molto grossi, come quello Sciamar figlio di Abramo, incaricato ufficialmente nel 1140 dall’abate del monastero di Cava de’ Tirreni di riscuotere la decima dai mercati salernitani. Al livello pratico, però, permane una sorta di ostilità latente, soprattutto con le autorità secolari e la popolazione cristiana, tant’è vero che, per le assise di Capua del 1220 presiedute da Federico II, gli Ebrei saranno obbligati in tutto il regno di Sicilia a rendersi riconoscibili portando un abito blu e la barba lunga; non si tratta di antisemitismo razziale, tipico della modernità, ma di antigiudaismo, avversione puramente religiosa, il considerare gli Ebrei come diabolici nemici della fede cristiana, colpevoli di aver ucciso il Cristo. Tant’è vero che un’usanza documentata fin dal XII secolo vede il capo della sinagoga salernitana, alla vigilia della festa della traslazione delle reliquie di San Matteo, inginocchiarsi davanti alla porta dei leoni e offrire la sua testa come leggio per appoggiare il volume del Vangelo al momento della sua lettura durante la funzione. D’altra parte, l’atteggiamento del clero nei loro confronti è temperato dal pensiero di Agostino, il quale sosteneva che gli Ebrei, con la loro solo presenza, testimoniassero la verità del Cristianesimo, e perciò non andasse fatto loro dal male.
Questa mentalità, comunque, almeno nel Medioevo è condivisa anche dalle comunità ebraiche, che ci tengono a non mischiarsi con i “gentili”, anche se poi, di fatto, in molti casi, la convivenza è abbastanza tranquilla.

Monastero di San Giorgio – Salerno.

Il culmine della fioritura della comunità ebraica salernitana si ha a partire dal periodo tra la seconda metà del X secolo e la fine dell’XI. Dai documenti, soprattutto di provenienza ecclesiastica, vediamo che gli Ebrei di Salerno svolgono attività di grande importanza, molte delle quali legate al settore tessile, come la tessitura, la tintura e la manganatura delle stoffe, i cui guadagni sono così ghiotti che l’arcivescovo Alfano II chiede e ottiene nel 1090 dal duca Ruggiero Borsa il diritto di tassarli. Poi ci sono le attività legate alla concia, al trattamento e alla tintura delle pelli, compresa la produzione di otri per il trasporto dell’olio in pelle caprina, della quale gli Ebrei hanno addirittura il monopolio per concessione del duca Guglielmo II di Puglia nel 1121, e che gli abati di S. Maria de Domno, nel 1031, includono perfino nel canone dell’utilizzo di un pozzo insieme a un cingolo di seta. D’altronde, questo tipo di otri sono stati in uso a Salerno fino ad epoche molto recenti, così come è stata in uso la macellazione di tipo kosher, effettuata tagliando la gola dell’animale per fargli perdere rapidamente conoscenza e per dissanguarlo, e che gli Ebrei praticano già all’inizio del XII secolo, se il privilegio del duca Guglielmo concede loro di essere i soli a poter macellare in città.
E poi, naturalmente, nella comunità ebraica salernitana ci sono anche mercanti e banchieri, dato che, tra le varie tasse, c’è anche il portulaticum, dazio per il trasporto di merci via mare; si commercia con i Paesi musulmani, e Salerno è porto frequentato da mercanti ebrei da tutto il Mediterraneo, oltre che da intellettuali e soprattutto da medici.
Ne dà testimonianza attorno al 1161 Beniamino di Tudela, il quale dalla Spagna visita altre sinagoghe sparse per l’Europa, e nel suo Itinerarium documenta che a Salerno (“dove i figli di Edom – i cristiani – hanno delle scuole di medicina”, aggiunge significativamente) trova posto una comunità di circa seicento persone, la più grande dell’Italia meridionale, che ospita molti valenti medici. Non solo, Beniamino di Tudela segnala anche un collegio di rabbini, dei quali dà anche i nomi: Giuda figlio di Isacco, Salomone ha-Cohen originario di Siponto, Elia che l’autore chiama “il Greco”, Abramo da Narbona e Hamon. Un collegio rabbini presuppone la presenza di una sinagoga, e di una “sinagoga maggiore”, che, nel linguaggio degli Ebrei della tribù di Giuda del periodo successivo alla distruzione del secondo tempio di Gerusalemme nel 70 e poi nel 132, indica appunto una sinagoga munita di un collegio di maestri; molti hanno creduto di collocare questa sinagoga nei pressi della chiesa di S. Lucia.
Questa comunità culturalmente così vivace doveva ospitare, tra il 1250 e il 1279, un autentico luminare del sapere in tutti i campi, Mosè ben Shelomoh (anche detto Mosè da Salerno), onorato addirittura dai suoi contemporanei come il “terzo Mosè”, dopo quello biblico e Mosè Maimonide; una lapide sepolcrale datata al 1279 e dedicata a Mosè ben Shelomoh ritrovata presso la chiesa di Santa Lucia, sembra esserne la conferma. A Salerno, Mosè, medico e traduttore, si dedica alla traduzione e al commento della letteratura ebraica, lavorando anche con i cristiani: ad esempio, commenta proprio la Guida dei Perplessi di Mose Maimonide in collaborazione con il domenicano Nicola Paglia da Giovinazzo (beato per la Chiesa). D’altronde i teologi cristiani, e la stessa corte papale, è usa al contatto con i dotti Ebrei almeno da un paio di secoli.

Retro della chiesa di S. Lucia e campanile – Salerno.

Questa convivenza abbastanza pacifica subisce un primo colpo con l’arrivo degli Angioini. Verso gli Ebrei, i d’Angiò hanno un atteggiamento ambiguo: se spesso e volentieri la corte ospita intellettuali e traduttori ebrei come appunto il medico agrigentino ma salernitano di formazione Faraj ibn Sālim (anche detto Ferragut), d’altra parte cerca in ogni modo di conquistare gli Ebrei a Cristo, con le buone o con le cattive. Un episodio in particolare svela questo clima di tensione. Nel 1292, è scomodato l’inquisitore generale del Regno, il domenicano Bartolomeo dell’Aquila, per due gravi fatti verificatisi in città: la circoncisione e la purificazione di due Ebrei in precedenza convertiti al Cristianesimo (probabilmente si tratta di due “convertiti di facciata” che hanno voluto tornare alla loro fede originaria). La sentenza dell’inquisitore è la distruzione della sinagoga dalle fondamenta; distruzione che però non avviene grazie all’intercessione dei rabbini, i quali ottengono che l’edificio sia invece venduto e il ricavato dato in elemosina.

Facciata della chiesa di S. Lucia – Salerno.

Con il passare del tempo, però, la tensione si stempera, soprattutto con l’arrivo degli Aragonesi nel XV secolo. Gli Ebrei sono protagonisti del Rinascimento napoletano, intellettuali ebrei, soprattutto medici, frequentano l’Accademia creata da Giovanni Pontano nel 1471, ed essi stessi creano circoli intellettuali, come quello della famiglia degli Abravanel. Si tratta di una famiglia ricca e potente, che vive presso la corte napoletana, e ottiene persino da Carlo V, nel 1520, l’autorizzazione ad aprire un banco a Salerno, nella centralissima ruga aromatariorum (l’attuale via Giovanni da Procida). Nel circolo degli Abravanel si studia Platone, si stampano opere letterarie in Ebraico, Giuda Abravanel, detto “Leone Ebreo”, scrive i suoi Dialoghi d’Amore, d’ispirazione neoplatonica; la loro casa è frequentata da intellettuali del calibro di Agostino Nifo, e addirittura dell’agostiniano Girolamo Seripando, futuro arcivescovo di Salerno.
Nel 1532, però, Carlo V nomina viceré per l’Italia meridionale don Pedro de Toledo, il quale esercita una stretta poderosa in tutti i campi; per gli Ebrei, nel 1541, egli applica lo stesso regime vigente nella madrepatria, per il quale le comunità ebraiche sono obbligate a convertirsi o ad andarsene.
Nemmeno gli influenti Abravanel possono nulla contro questo decreto, che di fatto rappresenta la fine della comunità ebraica di Salerno. Essi stessi saranno costretti a rifugiarsi a Ferrara.

Bibliografia:
Carlo Carucci, “Gli ebrei in Salerno nei secoli XI e XII”, in Archivio Storico della Provincia di Salerno, 1 (1921), pp. 74-79;
Eliyahu Ashtor, “Gli ebrei nel commercio mediterraneo nell’alto medioevo (secc. X-XI)”, in Gli orizzonti aperti. Profili del mercante medievale. Scriptorium, Torino, 1997, pp. 57-98;
Maria Galante, “Tre nuovi documenti sui cristiani novelli a Salerno nei secoli XIII-XIV”, in Sefer Yuhasin, 9 (1993);
Maria Antonietta Del Grosso, “Un banco ebraico a Salerno al tempo di Carlo V”, in Rassegna Storica Salernitana, n.s., 22 (2005);
Myriam Silvera, Medici rabbini. Momenti di storia della medicina ebraica, Roma, Carocci, 2012.

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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