Cuore normanno

Un piccolo chiarimento per iniziare, a scanso di equivoci: non sono un’amante del genere rosa. Ma proprio per niente. Lo trovo banale, prevedibile, quasi morboso nell’illustrare un gioco a due in cui il resto del mondo pare tagliato fuori. Da adolescente mi feci prestare da mia zia qualche romanzo di Liala, e li lessi più per l’eleganza dello stile letterario che per altro. Per giunta la mia formazione da medievista mi rende alquanto diffidente verso quelli che chiamo i “rosa-confetto-pseudo-storici”, cioè quei romanzetti stile harmony che si spacciano per storici ma che di storico non hanno assolutamente niente, specie se si tratta di Medioevo (in particolare quelli più recenti, dove, quale che sia la loro epoca di ambientazione, è molto più curata la parte tra le lenzuola che la parte al di fuori).
In questo caso, però, è partito tutto dall’incontro casuale su internet con una dottoressa di ricerca in archeologia medievale, italianissima nonostante lo pseudonimo, e dall’informazione altrettanto casuale che stesse per uscire la sua opera prima, un romanzo ambientato nella Puglia dell’XI secolo, durante la conquista normanna. Che volete farci, l’ambientazione era così insolita e stuzzicante per un romanzo storico e l’autrice così convincente nella sua concretezza che mi sono lasciata coinvolgere, e, superando la repulsione per la copertina decisamente stucchevole, ho acquistato il libro.

Cuore normanno, di Anna Joy French, Milano, Mondadori, 2015.

La trama è sempre la stessa, quasi scontata: un conquistatore e la sua preda (in questo caso il normanno Gérard de Ballieul, uno degli uomini di Roberto il Guiscardo, ed Elena Doukas, la figlia del catepano greco di Bari Avartutele), i quali all’inizio (la conquista normanna di Bari e la relativa uccisione del catepano) si odiano a morte, ma che finiranno per innamorarsi e, dopo tante peripezie, per convolare a nozze.
Fin dalle prime battute, però, mi sono resa conto di avere a che fare con un’autrice che non solo cerca di andare oltre i generi, ma di trattare la Storia come merita di essere trattata. I due amanti sono circondati da un contesto che li influenza, quello dell’ostilità reciproca tra la popolazione romea di Otranto, dov’è ambientata gran parte della vicenda, e i nuovi conquistatori normanni che parlano Francese. I personaggi sono in gran parte presi dalle fonti storiche, come il nobile barese di origine longobarda Argirizzo di Giovannaccio, doppiogiochista che qui interpreta il ruolo del cattivo di turno; mi ha fatto molto piacere che sia stato trovato posto nella storia, oltre che per il Guiscardo, per la moglie Sichelgaita, che nella trama svolge un ruolo importante, e perfino per Trotula, chiamata a un certo punto a curare Elena. Lo sforzo di ricostruire l’ambientazione dell’Italia meridionale multiculturale della seconda metà dell’XI secolo è palese, nonostante diverse ingenuità, alcune anche abbastanza grosse, nell’evocazione della vita materiale (ad esempio, armare i Normanni con le balestre che, almeno in Occidente, compaiono solo alla fine del secolo successivo). Ciò che ho più apprezzato però è stata la resa della mentalità: la persona non si disgiunge dal ruolo sociale, e a volte è chiamata a comportarsi come esso richiede, andando anche contro i propri sentimenti personali.
Nella storia d’amore tra Elena e Gérard coinvolge soprattutto l’alternarsi di vicinanza e lontananza, di repulsione e di attrazione tra un uomo e una donna agli antipodi: lei colta, aristocratica e testarda nella sua diffidenza, lui grezzo, incattivito dal suo passato, persino sadico all’apparenza a volte; in alcuni punti sembra quasi di avere davanti, più che il Normanno e la Romea, il Templare Brian de Bois Guilbert e l’Ebrea Rebecca disegnati dalla penna di Walter Scott in Ivanhoe, soprattutto quando l’autrice insiste sul volto sfregiato di Gérard. La tensione erotica è resa in modo aggraziato e senza volgarità, la scena “tra le lenzuola” nel romanzo è una sola e non eccessivamente particolareggiata (alleluja!!), mentre l’introspezione psicologica crea personaggi tridimensionali e dinamici, attraversati da incertezze, giudizi (anche affrettati a volte), titubanze che li rendono ancora più reali. Di particolare interesse è il personaggio di Majida, la fedele serva saracena di Elena, incrollabile nella devozione alla sua signora e che allo stesso tempo porta su di sé la fragilità di antiche ferite.
Insomma, nonostante tutti i difetti di un’opera prima, e di un romanzo “rosa”, l’autrice ha stoffa e spero che il prossimo romanzo possa essere uno storico puro, magari anche con una storia d’amore, ma con un po’ di sostanza in più.

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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3 risposte a Cuore normanno

  1. newwhitebear ha detto:

    ti capisco sul cosiddetto genere rosa. Rosa e storia non sono mai stati un binomio fecondo

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