Il reliquiario della badessa, ovvero la carne dell’Infinito

Questa volta il nostro amico lucano Dario dei Tempora Medievalis ha davvero superato se stesso: il corredo della nostra badessa Agata si arricchisce di un vero e proprio pezzo da collezione, il reliquiario.
Si tratta della copia più fedele possibile di un reliquiario a cofanetto proveniente da Susa e datato tra il VI e il VII secolo, in legno rivestito da placchette di osso incise e dipinte.
Farlo riprodurre è stata una buona occasione per constatare il lavoraccio che fosse realizzare un oggetto del genere: è vero che all’epoca l’osso era più facile da trovare, ma ridurre il tutto a placchette perfettamente lisce e diritte lunghe almeno tredici centimetri e mezzo non è esattamente uno scherzo. Poi c’è la lavorazione, e lì bisogna andare di fino con lima, bulino e sega per ottenere righe, scanalature e incisioni a occhio di dado e a croce; poi il colore, che va steso con punte molto sottili; e infine le placchette sono fissate con chiodi fatti a mano, posizionati nei punti originali. Il tutto ha richiesto non meno di un anno e mezzo di lavoro.

Il reliquiario originale

A questo punto, la domanda sorge spontanea: tutto questo per contenere cosa? Solo le cose a cui si tiene molto si circondano di tanta cura come un contenitore così prezioso.
E cosa c’era di più prezioso per l’uomo medievale, Eucarestia a parte, delle reliquie? Nel caso della nostra badessa, madre di un monastero dedicato a San Giorgio, potrebbe essere qualche osso del megalomartire di Cappadocia vissuto tra il III e il IV secolo, uno dei tanti dispersi per l’Europa dal momento in cui la basilica con la sua tomba a Lidda, in Palestina, cadde prima sotto i Persiani nel VII secolo e poi sotto gli Arabi. Chissà quante monache del monastero di Salerno, in un momento di difficoltà o di malattia, saranno accorse a toccare questo reliquiario, lo scrigno che conteneva quelle ossa, cercando un contatto fisico con il santo patrono.
Per noi moderni può sembrare null’altro che feticismo, ma è la spia di una carnalità che accomuna il Medioevo e il Cristianesimo, fin dalle sue origini: infatti, nel capitolo 19 degli Atti degli Apostoli, si racconta che la gente di Efeso non si accontentava di portare fisicamente i malati da San Paolo in viaggio di predicazione perché li guarisse, ma andava alla ricerca finanche di fazzoletti o pezzi di stoffa che erano stati a contatto con lui e li applicava sui malati e sugli indemoniati, e questi effettivamente guarivano. L’uomo medievale, cristiano, non riesce a fare a meno del corpo, non è uno spiritualista, o meglio arriva sì allo spirito, ma portandosi il corpo dietro; ogni domenica ripete nel Credo la sua fede in un Dio fatto carne e che quel corpo in cui l’Assoluto si è incarnato è morto e risorto. Anche uomini, donne e bambini che non conoscono il Latino e non sanno leggere né scrivere sono protagonisti di storie in cui, solo per aver toccato la tomba o un oggetto appartenuto a un santo, guariscono o vengono fuori da situazioni disperate; e sono proprio i miracoli sul corpo il sigillo che conferma lo status di chi è morto in odore di santità. È una delle cose che decisamente non andava giù al neoplatonico Celso: per lui non poteva avere senso che l’Infinito e l’Eterno si fosse fatto carne, per Platone, Plotino e i loro discepoli il corpo è la tomba dell’anima: persino il carnalissimo Aristotele ricordava un supplizio dei Tirreni che legavano il condannato faccia a faccia con un cadavere, e concludeva “così il corpo con l’anima”. Per tutti costoro noi abbiamo un corpo, per l’uomo medievale noi siamo un corpo, uno spirito incarnato.
E questo può essere motivo di grande conforto anche per una semplice cristiana non certo laureata in teologia come me: questa cosa di cui sono fatta, che a volte dà decisamente fastidio, soprattutto quando gli gira di farsi venire la sindrome del colon irritabile, e che non migliora certo con il tempo (non è necessario nemmeno guardare le foto ritoccate con faceapp di cui i social in questi giorni sono inondati, basta ripescare una vecchia foto di quando avevo diciotto anni), me lo porterò appresso anche nella vita eterna, quando alla fine dei tempi ci sarà la resurrezione dei corpi.
Tanti anni fa, ebbi l’esperienza, durante una gita scolastica in Romagna, di sostare nel paesino di Sarsina, in cui si dice sia nato il commediografo latino Plauto, e di visitare la chiesa dedicata San Vicinio, martire dell’inizio del IV secolo. In quella chiesa è conservata una sua reliquia, il collare di ferro che il santo si dice portasse attorno al collo per penitenza, e che gli esorcisti utilizzano ancora oggi durante il rito (qualcuno gli ha affibiato il nome molto carino di Satan detector). Dopo la spiegazione, il sacerdote impose a ognuno di noi il collare di San Vicinio attorno al collo per pochi secondi dicendo: “Per intercessione di San Vicinio il Signore ti liberi da ogni male”.
Una benedizione che tocca fisicamente la carne.

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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