Tutti vogliono Razi

Rāzī porge la sua opera al re Almansor – miniatura dal Liber medicinalis Almansoris, prima metà XIV sec. – Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana.

È stato presentato il 28 giugno scorso alla sede della Fondazione Filiberto e Bianca Menna di Salerno, a cura dell’Associazione Eutòpia e dell’Ordine dei Medici della città, l’edizione critica del Liber Medicinalis Almansoris, l’opera più importante del medico persiano Rāzī (865-925), edita dalla Aracne e curata dall’illustre filologo di origine egiziana, allievo di Contini e docente all’Università di Firenze, Mahmoud Salem Elsheikh. il quale tra l’altro si era già occupato di altri illustri esponenti della medicina araba come Albucasis. Si tratta di un lavoro mastodontico in due volumi, più un glossario che rappresenta un vero e proprio lessico della medicina in Arabo, Latino e volgare toscano. Un lavoro che ha richiesto, a detta del curatore, ben venticinque anni di studio, e che due anni fa è stato insignito del premio Giamil Ghuqayr come miglior opera nell’ambito della civiltà arabo-islamica.

Rāzī esamina le urine – miniatura dal Liber medicinalis Almansoris, prima metà XIV sec. – Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana.

Rāzī, o meglio Abū Bakr Muḥammad ibn Zakariyyā’ al-Rāzī, è forse il più grande medico che il mondo arabo abbia conosciuto, cui sono attribuite ben 186 opere, la più nota delle quali è proprio questo libro della medicina denominato in origine al-Kitāb al-Manṣūrī perché dedicato al califfo di Baghdad al-Manṣūr, presso cui Rāzī lavorava, e cui egli dedicò anche un’altra sua opera, La medicina spirituale. Lo stesso Avicenna deve molto al lavoro di Rāzī, da cui ha attinto a piene mani per la sua opera medica.
Tra il IX e il X secolo, Baghdad è un formidabile centro di cultura aperto non solo ai sapienti musulmani, ma anche Ebrei e Cristiani (la maggior parte di eresia nestoriana); la sua specialità è la traduzione in Arabo e in Siriaco delle grandi opere della cultura greca, che i califfi hanno fortemente voluto per far concorrenza all’ambiente culturale di Costantinopoli, comprese quelle di medicina. Rāzī è figlio proprio di questo ambiente, tanto che, pur essendo Persiano, scrive le sue opere in Arabo, la lingua letteraria dell’Oriente dell’epoca.
Il Liber Almansoris è un’opera monumentale in dieci libri, ognuno dei quali dedicato ad un argomento specifico: il primo all’anatomia, il secondo alla cauterizzazione, il terzo all’estetica, il quarto alla dietetica, il quinto all’ambiente, il sesto ai veleni, il settimo e l’ottavo all’ortopedia, il nono alla descrizione delle varie malattie e il decimo al polso.
Il nono capitolo in particolare ha un notevole successo in Oriente e in Occidente, perché costituisce una vera e propria guida pratica delle malattie, de capite ad calcem: addirittura, nel XIV secolo, viene estrapolato e ricopiato come trattato a parte, entrando persino nei testi base dell’Università di Lovanio fino al Quattrocento e oltre; lo stesso Andrea Vesalio, nel 1537, avrà come argomento della sua tesi di laurea il Nonus Almansoris. Non mancano nemmeno descrizioni di malattie e rimedi in tema di sesso e di attività sessuale.

Rāzī esamina una lesione al cranio – miniatura dal Liber medicinalis Almansoris, prima metà XIV sec. – Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana.

Ma come ha fatto l’opera di Rāzī ad arrivare da Baghdad fino in Italia? Per scoprirlo dobbiamo seguirla in un viaggio che va dalla Persia alla Spagna, ma con una piccola sosta nell’attuale Tunisia.
Per molto tempo si è creduto che la traduzione del Liber Almansoris dall’Arabo al Latino fosse stata condotta nel XII secolo dalla scuola sorta nella Toledo riconquistata dai Cristiani agli Arabi, e nella specie ad opera di colui che è considerato il fondatore di questa scuola, Gherardo da Cremona, cui sono attribuite ben 71 traduzioni dall’arabo, compresa quella del Canone di Avicenna. In realtà, Gherardo da Cremona si dimostra poco più di un nome, dato che nessuno dei manoscritti delle traduzioni a lui attribuite porta il suo nome, e pochissimi quelli dei suoi presunti allievi.
E allora, dove cercare?
Forse un aiuto ce lo può dare un volgarizzamento fiorentino redatto nel primo quarto del Trecento, proprio il manoscritto utilizzato per l’edizione critica di cui sopra, a lungo attribuito al notaio Zucchero Bencivenni, anche se ora si tende ad assegnarne la paternità a Dino del Garbo, fiorentino, allievo di Taddeo Alderotti e docente anch’egli all’Università di Bologna, grande conoscitore della medicina araba: nei libri IV, V, VI e VIII ricorre il termine “taffiata”, che non ha corrispondenza né nei manoscritti latini né in quelli arabi. Per quale motivo? La risposta è in quella che era allora chiamata Ifriqiya (l’attuale Tunisia), dove nel 1228 prende il potere l’emiro hafside Abū Zakariyyāʾ Yaḥyā, grande protettore della cultura, compresa quella medica, il quale fa operare una “semplificazione” dell’opera di Rāzī allo scopo di divulgarla per il popolo, eliminando così i termini non arabi; ne origina un glossario, nel quale si trova anche la parola “taffio”, con la quale si indica una bevanda bianca o verde. Tutto questo mezzo secolo dopo la morte di Gherardo da Cremona.
La cosa interessante è che all’epoca l’Ifriqiya fa parte a tutti gli effetti del Regno di Sicilia: e proprio dall’Ifriqiya proveniva quel Costantino l’Africano che, giunto prima a Salerno e poi a Montecassino, aveva dato un impulso formidabile alla Scuola Medica Salernitana. D’altronde il termine “taffiata” ha assonanze con molte parole dei dialetti del Sud Italia che indicano l’abbuffata, come il Napoletano “taffiatorio”. La traduzione dall’Arabo al Latino del Liber Almansoris dunque non è stata fatta in Spagna, ma nel Regno di Sicilia.
Perché non a Salerno?

Rāzī esamina il polso – miniatura dal Liber medicinalis Almansoris, prima metà XIV sec. – Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana.

L’influenza araba sulla Scuola Medica Salernitana d’altronde è enorme, soprattutto nel XII secolo: tant’è vero che, quando il curriculum di studi viene codificato, al suo interno vi figurano il Colliget di Averroé e il Canone di Avicenna.
Ancora più sorprendenti, però, sono le somiglianze tra il IV libro del Liber Almansoris e il Regimen Sanitatis Salernitanum, quello che è il monumento per eccellenza della Scuola Medica Salernitana: i punti di contatto sono moltissimi, dalla concezione della salute come equilibrio all’importanza della salubrità dell’ambiente in cui si vive, con l’adeguata eliminazione, per esempio, dell’immondizia dalle case.
C’è anche, però, una differenza sostanziale: il Regimen Sanitatis Salernitanum è stato il primo scritto nel suo genere destinato a tutti, diverso da quelli ad personam che avevano redatto medici come Arnaldo da Villanova, tant’è vero che, appena viene inventata la stampa, conosce una diffusione enorme e viene tradotto in tutte le lingue d’Europa.
Ciò non toglie, comunque, che il quarto libro dell’opera di Rāzī possa essere considerato un vero e proprio Regimen ante litteram.

Per saperne di più:
Abū Bakr Muḥammad ibn Zakariyā ar-Rāzī, Liber Medicinalis Almansoris, a cura di Mahmoud Salem Elsheikh, 2 voll., Roma, Aracne, 2016.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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