La mia Costanza

Costanza Calenda pronta per la Notte dei Musei

Vi ricordate di Costanza Calenda, l’ultima delle grandi mediche salernitane, che un po’ di tempo fa era stata invitata nientedimeno che in Piemonte dal cavaliere Bonifacio de Challant?
Ebbene, rieccola qua, in quello che all’inizio del XV secolo era stato il palazzo della regina Margherita di Durazzo a Salerno, ad insegnare le virtù e gli usi della salvia, secondo il Regimen Sanitatis l’erba della salvezza che ci riconcilia con la natura.
Certo, con qualche ritocco in più per renderla più consona al suo rango di figlia del medico personale della regina Giovanna II d’Angiò, Maestro Salvatore Calenda, e di moglie del cavaliere Baldassarre Santomango, compresa una scarsella da urlo con il suo stemma di famiglia (d’azzurro alla fascia d’argento con in capo un montante crescente d’argento accostato da due stelle d’oro di sei raggi), e una fantastica cintura di seta con tanto di fibbia e puntale di bronzo cesellato.
Questo per il suo aspetto, per la sua apparenza, ma al di là di questo, Costanza Calenda chi è?

Sarebbe troppo semplice rispondere, come fece Flaubert, “Costanza Calenda c’est moi” solo perché ne indosso i panni.
Primo, perché è esistita davvero, e da lassù mi potrebbe dire: “Ma che stai facendo”? Secondo, perché i pochissimi cenni che abbiamo su di lei non mi dicono certo quale fosse il suo primo pensiero quando si svegliava al mattino, quali fossero i suoi rapporti con il padre Salvatore, con la matrigna Rita del Tufo, con i suoi fratelli Marino, Giovanni e Pacilio. E come si è ritrovata sposata a Baldassarre Santomango, che marito è stato per lei? Come ha educato la figlia Masella (che ha chiamato come la sua mamma morta), madre nientedimeno che del poeta napoletano Jacopo Sannazzaro?
Non posso certo trovare risposta a queste domande, ma alcuni indizi ce li ho. Antonio Mazza e Niccolò Toppi, nel Seicento, dicono entrambi che Costanza sarebbe stata insignita della laurea dottorale; probabilmente non si tratta di laurea vera e propria, ma di autorizzazione ad esercitare la medicina, pratica documentata per le donne nel Regno di Sicilia angioino; e non è che l’avere un padre priore del Collegio Medico di Salerno e di Napoli in questi casi non conti niente… E allora mi viene in mente Christine de Pizan, quasi contemporanea a Costanza, e il suo rapporto speciale con il padre Tommaso, anche lui medico di corte, del re di Francia, ricordato con gratitudine da Christine in molte delle sue opere. Del 1423 è invece un documento ora scomparso, in cui la regina, com’era suo compito, autorizza il matrimonio della figlia del suo medico personale con Baldassarre Santomango, ma aggiunge il particolare che sarà lui a fornirle la dote. E questo mi dice due cose: primo, che il Priore Salvatore Calenda, nonostante gli onori, economicamente non se la passava tanto bene; secondo, che Baldassarre Santomango, al contrario, era in una posizione ben più solida, pur essendo formalmente di pari rango e patrizio salernitano come lui. Ma la domanda è: proprio per questo, perché uno come Baldassarre Santomango, il quale avrebbe potuto aspirare a ben altra mano (una Zurlo o addirittura una Caracciolo del Sole), si accontenta di una Costanza Calenda qualsiasi, trovandosi perfino nella scomoda posizione di provvedere alla dote?
Non sarà che magari qui c’è una storia d’amore di mezzo?

Questa è la stessa domanda che è venuta in mente alla regista Carmen Piermatteo Gatto, la quale sulla storia d’amore contrastato di Costanza e Baldassarre, oltre che su quelli, veri o presunti, della regina Giovanna II, ha basato la sua commedia A.D. 1425. Costanza Calenda e l’arcano napoletano, rappresentato al Teatro delle Arti di Salerno in occasione del SalernoNoir Festival.
La sua Costanza è una specie di Trotula del Quattrocento, una donna spigliata e decisa, soprannominata persino da una delle monache di San Giorgio “Costanzella la monella”, che veste addirittura i panni della detective per indagare sulla misteriosa sparizione di alcuni personaggi legati alla regina Giovanna. Un esempio, secondo Francesca Maione che l’ha interpretata, una donna che affronta i maschi a testa alta ma non rinuncia alla sua femminilità.

Personalmente non credo nelle superdonne, granitiche paladine dei diritti delle donne senza ombra di insicurezze o di fragilità. La stessa Christine de Pizan, l’autrice della Città delle Dame ammette di essersi sentita senza terra sotto i piedi nel momento in cui è rimasta vedova, che quell’uomo con cui aveva trascorso dieci anni della sua vita le mancava.
Che cosa avrà provato Costanza, ragazza di poco più di vent’anni, figlia del medico della regina, di fronte al cavaliere Baldassarre Santomango, forte della sua ricchezza?
Non è casuale secondo me il fatto che la Notte dei Musei, al Museo Archeologico Provinciale, fosse divisa tra me e i ragazzi napoletani della Compagnia della Rosa e della Spada, che hanno mostrato l’altra faccia del Quattrocento, i trattati di scherma e le infinite tecniche di combattimento con daga, brocchiero, spada a una e a due mani. L’incontro tra due mondi apparentemente agli antipodi, l’arte del guarire, squisitamente femminile, e quella di uccidere, maschile per antonomasia. E un’arte che inevitabilmente anche il cavaliere Baldassarre Santomango conosceva.
E questo mi riporta alla mente il mito per eccellenza dell’iniziazione femminile: quello di Ade e Persefone. Anche Persefone, o Kore (“fanciulla”), è una donna delle erbe, i poeti la inquadrano mentre coglie fiori come il timo, il croco e il papavero: ma è una donna ancora sospesa nella sua infanzia, ancora legata al mondo femminile da cui proviene, la madre Demetra. Il suo incontro con il maschile avviene in modo traumatico: proprio mentre sta cogliendo i fiori, Ade, il Signore dell’Oltretomba, la rapisce e la porta con sé nelle viscere della terra per farne la sua sposa. E l’incontro stesso con il maschile e la sua forza, per una donna che ha coltivato intensamente la sua natura, può avere in sé il trauma del rapimento. La storia, però, non si ferma qui: Ade rivela una ricchezza interiore inaspettata, non mette le catene alla sua sposa, le concede di ritornare nel suo mondo femminile, da sua madre, per sei mesi all’anno, quelli della primavera e dell’estate, purché gli altri sei, quelli dell’autunno e dell’inverno, sia di nuovo lì al suo fianco. E, per esserne certo, la lega con un chicco di melagrana, rosso come il sangue: il sangue della verginità che le nostre bisnonne ancora esponevano con i lenzuoli della prima notte di nozze.
Ecco, così mi piace immaginare la mia Costanza: come una giovane, sognante Persefone con la testa nei fiori della scienza, di colpo incappata nell’incontro inatteso con la forza di un uomo, che l’ha strappata al suo mondo con la violenza di un rapimento. Ma un uomo che sia uomo davvero sa lasciare libera la sua donna, sa che non saranno le catene, ma l’amore, a tenerla accanto a sé.

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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