Io, Trotula

Dopo esser caduta nell’oblio per secoli, in questi ultimi anni si può dire persino che Trotula sia diventata di moda: in pochi anni su di lei sono stati scritti libri, spettacoli teatrali e musicali; persino il maestro del fumetto Milo Manara le ha dedicato una sua tela.
Due romanzi in particolare hanno avuto molto successo, in Italia e all’estero: Trotula di Paola Presciuttini, edito dalla Meridiano Zero, e Io, Trotula di Dorotea Memoli Apicella, a cura della Merlin Editore. L’autrice del primo, fiorentina, allieva di Dacia Maraini e di Lidia Ravera, è una scrittrice di professione e già autrice, nel 2006 di un romanzo dedicato a Trotula, Trotula quasi magistra; quella del secondo, salernitana, è invece una docente del liceo classico in pensione da sempre appassionata della storia di Salerno, alla sua prima esperienza di narrativa.
La differenza tra i due romanzi si avverte, e sembrerebbe tutta a vantaggio di quello della Presciuttini, ma io confesso di aver preferito la Trotula della Memoli Apicella, e non per campanilismo.

Paola Presciuttini, infatti, fa di Trotula una donna fuori dal suo tempo, una donna moderna nata nel mondo sbagliato; qui risente molto dell’impostazione femminista della sua maestra Dacia Maraini, la quale ha tra l’altro dedicato una biografia a Chiara d’Assisi intitolandola Elogio della disobbedienza. Una ribelle, dunque, questa Trotula, una donna senza velo, in lotta contro tutto un contesto che rema contro di lei, dominato dagli uomini, e dalla Chiesa. Una reincarnazione di Ipazia, insomma, o almeno di quello che noi moderni pensiamo sia stata Ipazia, trapiantata in un XI secolo forse con un po’ troppi stereotipi, dalla “proibizione” di alleviare i dolori del parto in nome della punizione di Eva (cosa che non si trova nemmeno nei penitenziali) alla stigmatizzazione del piacere femminile, il quale invece secondo la teoria galenica (la più seguita dalla Scuola Medica Salernitana) viene considerato indispensabile per la procreazione.
La Trotula di Dorotea Memoli Apicella è invece una donna inserita nel suo contesto, la Salerno dell’XI secolo, la Salerno degli ultimi principi longobardi, la Salerno conquistata da Roberto il Guiscardo, la Salerno di Sichelgaita, del vescovo Alfano I, di papa Gregorio VII; una Salerno in cui convivono Longobardi, Normanni, Greci, Ebrei e Arabi, e in cui la Scuola Medica Salernitana, proprio grazie agli apporti delle varie culture, da realtà locale decolla a faro della cultura medica europea. Una Salerno riassunta idealmente nel personaggio di Trotula, normanna di padre, longobarda di madre e con una nonna greca, la ava Teodora.
L’autrice s’identifica con la protagonista, attraverso l’uso del punto di focalizzazione interno e della prima persona singolare; e così svela la sua empatia sia con la Salerno storica, quella dei vicoli stretti della città alta in cui è nata, sia con le malattie delle donne, attraverso i racconti raccolti dalla madre ostetrica. E con delicatezza tutta femminile entra in punta di piedi anche nei risvolti privati dell’esistenza di donna di Trotula, durante tutto l’arco della sua vita, dalla sua infatuazione adolescenziale per il re d’Inghilterra Edoardo il Confessore al matrimonio impostole dal principe Guaimario IV con il suo maestro Giovanni Plateario, fino alla redazione scritta della sua opera, in vecchiaia; come a sottolineare che una donna rimane donna in tutte le età della vita, da bambina come da anziana, anche se verso la fine il racconto si fa un po’ prolisso.
Il modo in cui Dorotea Memoli Apicella sceglie di miscelare realtà e finzione sono i piccoli episodi: quello di Matilde, fanciulla abusata dal chierico suo precettore la cui verginità dev’esser simulata per scongiurare il ripudio da parte del suo promesso sposo; quello dell’operazione al ventre scongiurata per la giovane Ermelinda con bagni e massaggi; quello del fetore della bocca che impedisce a una giovane donna di consumare il matrimonio; finanche degli stupri che da sempre accompagnano guerre e assedi. Molto spazio nel romanzo occupano gli incontri: con la principessa Sichelgaita, allieva e amica inseparabile di Trotula, con l’arcivescovo di Salerno Alfano I, con il sapiente francese Rodolfo Malacorona, con papa Gregorio VII. Il folklore salernitano impregna il racconto: il culto di San Matteo e di San Michele Arcangelo tornano continuamente, vi si può trovare perfino una razionalizzazione della leggenda di Pietro Barliario e del “Ponte dei Diavoli”.
Quel che l’autrice tiene molto a mettere in chiaro è che le donne, nell’XI secolo, non sono un “corpo estraneo” all’interno della Scuola Medica Salernitana, magari a rischio di esser “perseguitate come streghe”, ma le mulieres salernitanae e le sono a tutti gli effetti parte integrante dell’ambiente, con tanto di loro propri centri come il monastero femminile di San Giorgio. Così come rimarrebbe deluso chi immaginasse uno scontro frontale di Trotula con la Chiesa: molto intense sono le pagine sul suo incontro con il pontefice Gregorio VII in esilio a Salerno e, anzi, si sottolinea come le donne siano state, in molti contesti, le migliori alleate della riforma gregoriana. Dorotea Memoli Apicella ha la capacità di mostrare sotto un’altra luce anche qualcosa che a noi potrebbe sembrare un’ulteriore peso sulle spalle delle donne come i “giorni proibiti” ai rapporti sessuali, e che invece molte volte rappresentavano una limitazione per gli uomini più che per le donne, alle quali per la prima volta si vedeva riconosciuto il diritto di rifiutarsi alle voglie del loro signore in nome di qualcosa di più importante o nei periodi delle mestruazioni, della gravidanza e dell’allattamento.
“Trotula dei bambini”: così la definisce l’autrice alla chiusura del romanzo. Una donna che in fondo a cosa ha dedicato tutta la sua vita se non alla vita? Perché, secondo una bella definizione di Maria Rita Parsi, la donna è colei che dà vita alle forme della vita, e prendersi cura di lei vuol dire prendersi cura della vita.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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Una risposta a Io, Trotula

  1. Trotula, ne ho scritto pure io! Una pioniera in molti campi… penso alla dermotologia, alla cosmesi, al “De Ornatu Mulierum”; penso al “De passionibus mulierum curandarum”, alla passione, alla determinazione, al credere fortemente in quanto si fa! Le dobbiamo molto, noi donne.

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