Matteo d’Ajello e l’hospitalis di San Giovanni: il primo ospedale di Salerno?

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La notizia più antica della presenza a Salerno di un vero e proprio ospedale, e non di un’infermeria legata ad un monastero (come quella documentata per il 1052 nel monastero femminile di San Giorgio), la abbiamo da un documento del 1163, in cui un tale Ersacio, maestro camerario di Puglia e Terra di Lavoro, dona la metà di una sua terra a Brignano a beneficio di quello che viene definito lo xenodochium dedicato a San Lorenzo e situato fuori dalle mura della città, vicino al torrente Rafastia (rivum Faustinum), in corrispondenza dell’attuale via Carmine. Non un ospedale vero e proprio, insomma, ma uno “xenodochio”, un ospizio, destinato ad accogliere poveri e pellegrini, anche se non possiamo escludere che vi si prestasse anche una qualche forma di assistenza medica.
Di tutt’altro tenore invece è un documento ritenuto perduto e invece recentemente riscoperto nell’Archivio Diocesano di Salerno e datato all’aprile del 1183.
Protagonista, un personaggio quasi dimenticato perfino nella sua stessa città, ma che fu un vero e proprio pezzo da novanta nella politica del Regno di Sicilia sullo scorcio del XII secolo.
È conosciuto con il nome di Matteo d’Ajello, ma sarebbe più corretto chiamarlo Matteo da Salerno, o Matteo Notaio, com’è indicato nei documenti a lui contemporanei, dato che sarà investito del titolo di conte d’Ajello solo più tardi.
Il cronachista Pietro da Eboli dipinge di lui un ritratto quasi caricaturale: di infimo rango, discendente di una famiglia di immigrati da Cartagine, avaro, bigamo; lo taccia persino di sgozzare bambini e di utilizzare il loro sangue per curare la sua gotta. In realtà, la colpa di Matteo agli occhi di Pietro da Eboli è una sola: sostenere l’ “usurpatore” Tancredi d’Altavilla contro la regina Costanza, e soprattutto contro il di lei marito, l’imperatore Enrico VI, che minacciano l’indipendenza del Regno di Sicilia.
In realtà le sue origini sono tutt’altro che umili, se un suo fratello, Costantino, poté essere abate del monastero della Santissima Trinità a Venosa. Quanto a lui, pare fosse entrato già da bambino nella cancelleria del Regno di Sicilia, in quel mondo multiculturale nel quale si scrive in Latino, Greco e Arabo. Da lì, la sua carriera è stata folgorante: prima notaio e consigliere di fiducia del re Guglielmo I, poi cancelliere del consiglio di reggenza della regina vedova Margherita, e infine vicecancelliere al servizio del successore Guglielmo II, suo primo consigliere ai vertici della burocrazia del Regno. Un vero “primo ministro” ante litteram, tanto da esser chiamato nell’ambiente della corte regillus, poco meno di un re.
Si sposa sì due volte come accusa Pietro da Eboli, ma solo dopo la morte della prima moglie, Sica, prende Giuditta, anche lei morta nel 1180. Pone i suoi figli in posti di potere di primo piano: Riccardo è investito da Tancredi della contea di Ajello, e Niccolò consacrato arcivescovo di Salerno nel 1181.
Ed è proprio a quest’ultimo, “nello spirito carissimo padre, nella carne benedetto suo figlio”, che è Matteo d’Aiello indirizza il documento in scrittura beneventana documentaria datato all’aprile del 1183.
Si tratta, in sostanza, di un documento di permuta, con cui Matteo cede all’arcivescovo suo figlio la chiesa di Santa Maria da lui costruita sui terreni di sua proprietà in Vico Santa Trofimena, in cambio della chiesa di San Giovanni “de Busanola con tutti gli edifici, le vigne e le pertinenze annesse; e si sottolinea che la chiesa di Santa Maria ceduta vale il doppio dell’intera proprietà di San Giovanni. Perché è proprio in questa chiesa presso il torrente Fusandola, nell’attuale Via Porta Catena, dove sono oggi la chiesa di San Giovanni di Dio e la scuola media Lanzalone, che Matteo sta edificando un hospitalis, secondo le sue stesse parole, deputato all’assistenza di poveri e malati. Scelta non casuale, essendo l’acqua indispensabile per l’igiene all’interno di un ospedale, e per giunta molto vicino al porto dell’epoca.
Dal documento si può inoltre ricavare un vero e proprio statuto, con regole molto precise per il funzionamento del futuro ospedale: anzitutto è prevista la presenza di un magister hospitalis, laico o ecclesiastico, che controlli il suo funzionamento; poi la chiesa di San Giovanni ivi annessa dovrà avere i suoi altari e i suoi sacerdoti potranno essere scelti dal fondatore e dai suoi eredi o dal magister hospitalis, ma dovrà essere l’arcivescovo di Salerno a consacrarli; nel cimitero di sua pertinenza potranno essere seppelliti non solo coloro che moriranno nell’ospedale, ma tutti quelli che ne faranno richiesta, cimitero che a quanto pare non si trova nella chiesa di San Giovanni, ma probabilmente nei sotterranei dell’ospedale; infine, ogni anno, in occasione della festa della traslazione di San Matteo, patrono di Salerno (6 maggio), il magister hospitalis deve consegnare alla Cattedrale due ceri di quattro libbre.
L’hospitalis di Matteo d’Ajello, fondato a spese di un privato, si configura quindi come un’istituzione a gestione fondamentalmente laica, che si sottopone all’autorità del vescovo solo “per le cose spirituali” ma da lui indipendente.
Nel documento troviamo persino la prima testimonianza di quella che, nella Salerno dei secoli successivi, diverrà una vera e propria cerimonia: quella dei columbri, appunto sculture di cera di grandi dimensioni, da dover consegnare all’arcivescovo di Salerno il giorno della festa della traslazione di San Matteo. E farlo era un gran privilegio, che le grandi famiglie salernitane si contendevano, e che fin dall’inizio è spettato di diritto all’Ospedale di San Giovanni fondato da Matteo d’Ajello, ovvero al nucleo di quello che poi è ancora oggi l’Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona.

Bibliografia:
Maria Galante, Assistenza medica e strutture ospedaliere a Salerno nel Medioevo, in Esperienze assistenziali nel Mezzogiorno medievale. Atti della giornata di studio (Salerno, 24 maggio 2003), a cura di Alfonso Leone e Gerardo Sangermano, Salerno, Laveglia Editore, 2005, pp. 7-21;
Pasquale Natella, L’Ospedale di San Giovanni di Dio di Salerno e i suoi otto secoli di storia, in «Bollettino storico di Salerno e Principato Citra», anno III, nn.1-2, 1985, pp.23-29;
Candido Gallo, Patrizia de Mascellis, Gli ospedali riuniti S. Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. Origini ed evoluzione – 1183-2000, Salerno, Edizioni Il Serafico, 2002.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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