La medicina delle donne tra mediche e streghe

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Maria Rita Stirpe – Piantaggine maggiore, acquerello – tutti i diritti riservati.

Quest’anno il tempo non è stato certo dei migliori per l’annuale Mostra della Minerva che, da venerdì 12 a domenica 14 aprile, negli spazi della Villa Comunale di Salerno, ha messo in mostra erbe, piante, fiori e “quanto fa giardino”, secondo la definizione del manifesto. Io però non la posso perdere, pioggia o non pioggia, perché quest’anno c’è qualcosa in più: questo sabato, alla Fondazione Filiberto Menna, che una mostra di acquerelli botanici sembra trasformare in un vero giardino dei semplici, si presenta un libro a cura dell’associazione culturale Hortus Magnus.
E non un libro qualsiasi: si tratta di Per virtù d’erbe e di incanti, pubblicato dalla Aboca Edizioni, secondo libro di una trilogia dedicata alla medicina magica femminile e alla sapienza peculiare delle donne iniziata con Medichesse e che si concluderà, a quanto pare, con un volume sulla Vergine Maria e sulle sante.
Autrice Erika Maderna, grande conoscitrice del mito e del mondo classico, che per anni ho corteggiato su internet, e con cui ora posso finalmente scambiare due chiacchiere occhi negli occhi. I suoi sono azzurri, sognanti, nordici, da buona lombarda trapiantata in Maremma, una ventata d’aria cristallina nell’umidità opprimente del sabato pomeriggio.

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Maria Rita Stirpe – Sambuco, acquerello – tutti i diritti riservati.

«La prima cosa che tengo sempre a dire, – esordisce Erika, – è che tutte le civiltà, dall’Antichità più remota, hanno sempre avuto una declinazione al femminile del mestiere del medico; anche in Greco c’erano varie sfumature per indicare le donne medico, dalla medica generica (iatrìne) alla levatrice (màia
Una storia al femminile in gran parte sconosciuta, e in cui rientrano sia le mediche vere e proprie sia quelle che noi chiamiamo “streghe”.
«Noi parliamo delle streghe come se riguardassero solo il Medioevo o le epoche successive, – osserva Erika. – In realtà la loro origine è molto più antica, e risale alla notte dei tempi. Possiamo dire che la strega è tale in quanto donna, per la sua conoscenza intuitiva della natura, spesso tramandata di madre in figlia. Nella fase più antica della Storia, la medicina delle donne è una medicina magica, che affonda le sue radici negli archetipi, e solo in un secondo tempo diventa storica.»
La donna di magia era dunque dall’inizio una figura positiva, una sacerdotessa, una divinità legata alla natura, alla materia mater, madre e matrigna insieme.
«In realtà, in origine, le piante erano considerate esse stesse divinità, – specifica Erika, – coloro che erano deputati a raccoglierle erano figure sacerdotali, verso di esse si aveva rispetto e timore. È significativo che, in greco, la parola phàrmakon può significare “medicina” ma anche “veleno”. Quasi tutte le divinità legate alla salute erano femminili, come Ecate e Igea, erano divinità femminili, perché la salute era intesa anche come pratica igienica, della quale le donne erano custodi.»
Dalla divinità si passa alla maga, a figure come Circe e Medea, che hanno attraversato l’Antichità per giungere anche al Medioevo e oltre.
«Queste donne di potere sono donne che conoscono la natura, – sottolinea Erika, – e questo diventa per la cultura del tempo un tratto oscuro da cui guardarsi. Circe è una divinità infera, legata alla mandragora e al giusquiamo. Belladonna, cicuta e ruta sono invece le erbe di Medea, forse il primo prototipo della strega moderna, che mentre raccoglie le sue erbe recita formule magiche, unendo così carmina et venena, e che per vendicarsi dell’infedele marito Giasone uccide i suoi stessi figli. Ed è curioso che le erbe di Medea, aconito Belladonna, giusquiamo, mandragora, si ritrovino anche negli erbari stregoneschi medievali.»
Herba et venena sono dunque legati tra loro e fortemente legati alla donna: le antiche rhizotomoe, le raccoglitrici legate ai templi, raccoglievano le erbe pronunciando parole magiche, perché appartenevano ad un mondo legato alla sacralità della natura; e, curiosamente, anche in molti erbari medievali, a partire da quello detto “dello Pseudo-Apuleio” (VI secolo) troviamo preghiere e formule magiche destinate ad “attivare” la virtù della pianta. Viene un po’ in mente la “viriditas” di Ildegarda di Bingen.
«I primi medici dell’umanità sono state le sacerdotesse, e il loro sapere era trasmesso oralmente, – osserva Erika. – La medicina delle donne è una medicina esperienziale e tramandata attraverso la parola, a differenza di quella maschile basata sulla lettura dei testi.»
A questo proposito, una pratica interessante, trasmessaci dagli atti dei processi per stregoneria dell’inizio dell’Età Moderna, è quella della “misurazione dei panni”.
«Molte volte la curatrice non aveva la possibilità di visitare direttamente il paziente, – racconta Erika, – e così i familiari le portavano i suoi abiti, o, nel caso si trattasse di un neonato, le sue fasce. La “strega” li misurava con una spanna mormorando formule magiche, ed emetteva la sua diagnosi. In questa pratica si incontrano due elementi: l’intuizione, il sentire attraverso la formula magica, e la spanna, strumento di misurazione tessile, tutti elementi che hanno a che fare con il femminile. Non a caso, nell’antica Roma, alle donne era proibito filare in prossimità dei campi coltivati, atto inteso come magico e pericoloso. D’altronde le donne sono sempre presenti nei momenti significativi in cui il tessuto tocca il corpo, la nascita con le fasce, e la morte con il sudario.»
Ma perché le mediche facevano così paura?
«Perché si muovevano sulla linea che portava dalla vita alla morte, e perché curavano soprattutto le donne, conoscendo così faccende oscure agli uomini come l’aborto, la fertilità, la contraccezione, la cura contro il dolore: insomma, le pratiche da gineceo, sul filo del rasoio tra il lecito e l’illecito.»
L’immaginario collettivo tende a collocare la cosiddetta “caccia alle streghe” nel Medioevo, ma episodi del genere c’erano stati fin dall’Antichità.
«Tito Livio racconta che nel 331 a.C. scoppiò un’epidemia, e la colpa fu attribuita ad una ventina di matrone nelle cui case erano state trovate delle pozioni misteriose; quelle venti donne furono portate nel Foro, torturate e costrette a fare i nomi di altre “complici”. Risultato: 170 donne giustiziate.»

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Maria Rita Stirpe – Centaurea, acquerello – tutti i diritti riservati.

Al confronto, il Medioevo appare molto più razionale, se al suo interno ha potuto annoverare una donna di medicina e di scienza del calibro di Ildegarda di Bingen. Ed è interessante notare come l’orientamento di Ildegarda sia tornato prepotentemente alla ribalta da una trentina d’anni, proprio nel momento in cui esplode la tendenza alla ‘medicina alternativa’, che tiene conto dell’uomo nella sua interezza. Infatti ciò che colpisce delle opere di Ildegarda è proprio questa visione unitaria non solo tra la sfera fisica e la sfera psichica dell’uomo, ma anche tra l’uomo e il Creato. Di conseguenza la malattia, comunque effetto delle ferite del peccato originale, non è considerata un modo per espiare il peccato, come lo sarà soprattutto a partire dal XIV secolo, ma è parte integrante della vita umana. Di conseguenza, compito della cura,comprendente anche un’alimentazione che giovi tanto al fisico quanto alla psiche, un’igiene adeguata e uno stile di vita che eviti gli eccessi (compresi quelli di mortificazione), è proprio quello di far sì che questa viriditas si trasformi da seme in fiore.
È in fondo la stessa concezione positiva che ritroviamo nell’opera di Trotula, forse la più famosa figura femminile legata alla Scuola Medica Salernitana: le varie opere attribuite a questa medica hanno tutte un elemento comune: la cura della malattia non è la cura del ‘pezzo malato’, quasi si trattasse di riparare un orologio, è cura dell’uomo nella sua interezza, nel corpo e nella psiche. E, aggiungiamo, anche nell’aspetto fisico. Per Trotula come per Ildegarda, un corpo sano è un corpo bello.
«Trotula è in equilibrio tra Ippocrate e magia, – osserva Erika. – È una figura eccezionale, che mette insieme la medicina maschile di Ippocrate e Galeno, e la sapienza medica femminile. L’elemento magico si rintraccia nel paragrafo sul taglio del cordone ombelicale del De curis mulierum, l’unico tra i tre trattati che può essere ragionevolmente attribuito a Trotula, nel quale la levatrice, mentre taglia il cordone, pronuncia questa formula: “Gesù Cristo è morto, Egli fu trafitto dalla lancia, e non si diede pensiero per alcun linimento o per il suo dolore o per alcun unguento”. Viene così manifestato, attraverso la preghiera, il potere della parola, tipico della medicina delle donne.»
Anche Arnaldo da Villanova, all’inizio del XIV secolo, riporta una formula magica utilizzata dalle donne di Salerno mentre somministravano alla donna, al momento del parto, una pozione contenente tre grani di pepe: “Binomie lamion lamium azerai vaccina deus deus sabaoth, Benedictus qui venit in nomine Domini, osanna in excelsis“. Ancora una volta dunque la parola viva, quella pronunciata dalle labbra della medica, attiva la virtù curativa dei semplici; ma troviamo anche la parola scritta.
Nel Seicento, Antonio Mazza, priore dell’Almo Collegio Medico Salernitano, e Niccolò Toppi, archivista alla Regia Camera della Sommaria, poi reinterpretati nell’Ottocento da Salvatore de Renzi, riprendendo e integrando i dati riportati da Scipione Mazzella a cavallo tra Cinquecento e Seicento, riferiscono solo i loro nomi e i titoli di alcuni dei loro libri, come quelli di una certa Mercuriale o Mercuriade, che si occupò di chirurgia come di medicina: De crisibus, De febre pestilenti, De curatione vulnerum, De unguentis. Poi abbiamo Abella (in realtà forse “Sabella”, forma italo-meridionale del nome “Isabella”), che avrebbe scritto due trattati: un De atrabile addirittura in due volumi e un De natura seminis humani. Antonio Mazza fornisce un indizio, chiamandola “Abella da Castellomata” e Toppi conferma, citando l’opera di Pier Luigi Castellomata da cui ha tratto le informazioni: potrebbe appartenere alla stessa famiglia di quel Giovanni Castellomata, di antica famiglia longobarda, e medico tanto illustre da aver lavorato per papa Innocenzo III in persona, prima di concludere la sua vita come vescovo di Policastro. Altre rampolle di un’illustre famiglia salernitana potrebbero essere Rebecca e Senzia Guarna; è de Renzi a suggerire una parentela con il vescovo di Salerno Romualdo Guarna, anche lui medico e storico, che tanta parte ebbe nelle vicende dell’Italia meridionale nella seconda metà del XII secolo; di Senzia non sappiamo nulla, di Rebecca abbiamo solo tre titoli, De febribus, De urinis, De embrione. E dai titoli degli scritti di tutte queste mediche possiamo ipotizzare che avessero per materia tutte le branche della medicina, e che esistessero ancora nel Seicento, come possiamo ricavare dal Mazzella e dal Mazza, che sulle loro autrici specifica “Fiorirono rapidamente insegnando nella patria università, e discettando in cattedra”.
«È solo tra XIV e XV secolo che la forbice tra medicina della parola detta e quella della parola scritta si allarga, – spiega Erika. – Una miniatura quattrocentesca tratta tra l’altro da un’opera di Christine de Pizan, mostra sullo sfondo Ippocrate che esamina le urine, e in primo piano Circe, accovacciata, impegnata a infilzare rospi: è il segno della distanza ormai incolmabile tra la medicina degli uomini e la medicina delle donne, e che contribuirà a preparare il periodo imminente della “caccia alle streghe”.»

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Maria Rita Stirpe – Primula odorosa, acquerello – tutti i diritti riservati.

Alla fine ci aggiriamo per le erbe e i fiori acquarellati sulle pareti, e, da brava aspirante rhizotomoe, il mio primo istinto è quello di prendere il mio falcetto, di raccoglierle e di metterle nel mio cestino.
È quello che ha fatto metaforicamente l’artista, Maria Rita Stirpe, e non per caso.
«Io vengo dal mondo contadino, sono cresciuta in provincia di Frosinone, in piena Ciociaria, – racconta. – La mia nonna paterna curava con le erbe aromatiche, ed era conosciuta nel paese per questo: ricordo ad esempio i decotti di malva, o quelli di gramigna. Questo ha contribuito ad avvicinarmi, come donna e come acquarellista botanica, al mondo delle piante aromatiche e officinali, certamente molto meno appariscenti di altre specie, ma che bisogna saper vedere nel loro piccolo, con tutta la storia e le storie di cui sono cariche come fonte di bene e di male. E lo studio dell’acquerello aiuta a conoscerle.»
L’amore di Maria Rita per le erbe non è mai venuto meno, e ha confermato la sua scelta di restare pittrice botanica anche quando le sono stati offerti altri percorsi artistici.
«Il mio con le erbe è un rapporto soprattutto emozionale, – confessa, – un rapporto che mi spinge alla loro ricerca in luoghi come orti botanici, giardini storici, orti di monasteri. Io vivo in una vecchia casa di campagna, circondata dal profumo delle erbe. Attraverso le mie tavole, cerco di comunicare agli altri l’energia emozionale di queste piante che curano, e attraverso l’emozione trasmettere la conoscenza.»
È il segno migliore che le erbe fanno ancora parte della nostra vita, oggi come mille anni fa.

Per saperne di più:
Erika Maderna, Medichesse. La vocazione femminile alla cura, Aboca, Borgo Sansepolcro (AZ), 2014;
Id., Per virtù d’erbe e d’incanti. La medicina delle streghe, Aboca, Borgo Sansepolcro (AZ), 2018;
Id., Le mani degli dèi. Mitologie e simboli delle piante officinali nel mito greco, Aboca, Borgo Sansepolcro (AZ), 2016.

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
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