Carlo I d’Angiò: usurpatore o statista?

Tour_Ferrande_-_Clément_IV_&_Charles_1er_de_Sicile

Papa Clemente IV consegna il Regno di Sicilia a Carlo I – affresco dalla Tour Ferrande, Pernes-les-Fontaines – XIII sec.

Di Carlo I d’Angiò, il capostipite della dinastia angioina nel Regno di Sicilia, ci è giunta un’immagine a tinte decisamente fosche: usurpatore dell’eredità degli Svevi, assassino dell’ultimo Hohestaufen appena adolescente Corradino, burattino del papa, oppressore del Mezzogiorno e della Sicilia al punto da provocare la ribellione dei Vespri Siciliani.
Si tratta, però, di un’immagine in buona parte falsata dalla storiografia ottocentesca e risorgimentale (non a caso uno dei versi dell’inno di Mameli recita “Già l’ultima squilla i Vespri suonò“), da cui ancora oggi facciamo fatica ad affrancarci.
Non a caso il periodo angioino, al contrario di quello Normanno e Svevo, ha conosciuto un lungo periodo di oblio negli studi storici, da cui sta emergendo soltanto negli ultimi anni: anche nei manuali è spesso considerato un periodo di declino e depauperamento del Mezzogiorno dopo lo splendore del regno di Federico II. In realtà si tratta invece di una pagina di storia molto importante non solo per la storia del Mezzogiorno, con lo spostamento della capitale a Napoli e l’inizio del suo predominio, ma anche per quella del Mediterraneo.
Per ricostruire la reale figura storica di Carlo d’Angiò dobbiamo accettare la sfida di immaginarlo come egli stesso ci si propone dalle fonti, non come noi vorremmo che fosse.

Tour_Ferrande_-_Cours

Scena cortese – affresco dalla Tour Ferrande, Pernes-les-Fontaines – XIII sec.

Di Carlo dobbiamo tenere a mente due aspetti fondamentali: è un cavaliere ed è un crociato. È ultimogenito, fratello del re di Francia San Luigi IX, ed è signore del Maine e dell’Angiò, del Poiteau e di vasti territori dell’attuale Piemonte, confinanti con Genova. È  dunque sostanzialmente un uomo della Francia centro-meridionale, nato sì a Parigi, ma quasi per caso.
Nel 1246 sposa, ventenne, la marchesa ereditiera di Provenza, Beatrice, in un modo che sembra quasi uscito fuori da un romanzo cavalleresco: alla morte del padre Raimondo Berengario, il castello della marchesa ad Aix viene letteralmente preso d’assedio dai suoi pretendenti, in testa il conte di Tolosa Raimondo VII; Carlo, con l’appoggio di papa Innocenzo IV, sconfigge gli assedianti liberando l’ereditiera prigioniera e la sposa. Le fonti ci dicono che il loro è un matrimonio felice durato una vita intera: Carlo non tradirà mai Beatrice, e, se si sposerà una seconda volta, sarà solo alla sua morte. Boccaccio tenterà di attribuirgli un’avventura in vecchiaia, sottolineandone sempre però l’indole cavalleresca.
Carlo, dunque, viene da un mondo in cui la concezione del potere è radicalmente diversa rispetto al Regno di Sicilia imperiale, in cui domina il diritto romano: quello feudale, retto dalle consuetudini nate in seno alle stesse comunità, e fondato sul rapporto personale tra vassallo e signore fatto di fedeltà da una parte e protezione dall’altra. In questo contesto, il re si trova ad essere un primus inter pares, legato dal patto feudale con i baroni direttamente dipendenti dalla corona (i “Pari di Francia”) e cui spetta soprattutto il ruolo di arbitro tra di loro. Carlo stesso è un potere periferico rispetto al re suo fratello, in quanto signore di territori che appartenevano all’Impero, all’Aragona e all’Inghilterra; e per giunta deve più volte ribadire con la forza la sua autorità contro le città della Provenza, Arles, Avignone e Marsiglia, città commerciali che rivendicano da tempo un’autonomia simile a quella dei Comuni italiani.

05-pernes-fresque-01

Morte di Manfredi a Benevento – affresco dalla Tour Ferrande, Pernes-les-Fontaines – XIII sec.

Nel momento in cui, dunque, grazie a papa Innocenzo IV e con la vittoria a Benevento prima (1266) e a Tagliacozzo poi (1268), Carlo entra in possesso del Regno di Sicilia, ha già alle spalle un’esperienza di governo, anche se con parametri completamente diversi, e sa perciò come agire. È un sovrano pienamente legittimato, piaccia o no a noi moderni: infatti il Regno di Sicilia gli è stato consegnato da colui che, per una tradizione ben più antica di Federico II, e risalente a Roberto il Guiscardo, è il vero signore dell’Italia meridionale, il papa; dunque l’esecuzione di Corradino non è altro che la presa d’atto di un delitto di lesa maestà, certificato per giunta da un processo giuridicamente ineccepibile, anche se con sentenza già scritta; tanto più che, proprio il giorno della battaglia, Corradino aveva fatto uccidere uno degli uomini di Carlo in spregio a tutte le regole della cavalleria.
Significativo è il gesto di Carlo di confermare nella sua carica il magister rationalis (“ragioniere” o “revisore” dei beni appartenenti direttamente alla corona) di Manfredi, ovvero il Ravellese Jozzolino della Marra, dal quale tra l’altro si fa consegnare, assieme al tesoro del Regno, i registri contabili. Altri patrizi di Amalfi, Ravello e Scala sono investiti di cariche importanti, in particolare legate alla zecca e alla riscossione delle tasse, e, cosa più importante, Amalfi viene esentata dai dazi sull’import-export del grano.
Questo fatto può sembrare contraddittorio a fronte di cariche ben più prestigiose ma meno lucrose conferite dal re a suoi diretti vassalli Francesi o Provenzali, ma proprio qui Carlo rivela la continuità con Manfredi e Federico nel far ricorso ai ricchissimi patrizi-mercanti amalfitani per ottenere prestiti destinati a rimpinguare le casse del Regno di Sicilia, già dissanguate dalle spese di guerra di Federico II e dei suoi successori: ad esempio, sappiamo che, nel 1272, Carlo riceve in prestito dai mercanti ebrei di Amalfi la bellezza di 182 once d’oro, e, nello stesso periodo, altre trecento da parte di Nicola Rufolo di Ravello.
L’amministrazione normanno-sveva, dunque, non è stravolta, anzi, continua quasi intatta, a partire dal suo organo centrale, la Magna Curia, anche se nei suoi ranghi sono inseriti perlopiù Francesi o Provenzali. Di più, Carlo dà l’impressione di voler riportare il Regno di Sicilia all’antico splendore normanno, o meglio, “al tempo del buon re Guglielmo”, ripristinando le consuetudini e le autonomie locali abolite da Federico II, il che gli garantisce l’appoggio del patriziato cittadino. I documenti dell’epoca mettono in evidenza questo “conservatorismo”, legato però ad un contesto di tipo feudale: nella datazione dei documenti, a Carlo viene applicata la stessa formula utilizzata per i sovrani normanni, ossia “invittissimo re di Sicilia, del ducato di Puglia e del principato di Capua”, con l’aggiunta però della carica di “almo senatore di Roma” conferitagli a vita dal patriziato romano, ma accettata a fatica dal papa, a dimostrazione ulteriore che Carlo fu tutt’altro che un supino esecutore degli ordini del pontefice; in più si aggiunge il titolo delle terre da lui già governate in Francia, “conte d’Angiò, Provenza e Forcalquier”. A partire dal 1269, troviamo anche la qualifica di “vicario generale dell’Impero Romano in Toscana”, qualifica a dire la verità autoreferenziale, perché Clemente IV in realtà lo ha nominato soltanto “pacificatore” della Toscana nel 1267 in seguito alla sua elezione a podestà da parte delle città guelfe. In realtà Carlo tenta perfino la scalata al trono imperiale, ma non ci riesce per intervento del re di Francia suo fratello, anche se bisogna dire che gli abiti regali lui non li indosserà mai, vestirà sempre da cavaliere.
Il Regno di Sicilia, il ducato di Puglia e il principato di Capua si trovano ad essere così sullo stesso piano delle terre di cui Carlo era già signore, al pari dell’Angiò, della Provenza e di Forcalquier: il signore, magnanimo ma fermo, rispetta le consuetudini dei territori sotto il suo controllo, ma pretende dall’altra parte il rispetto degli obblighi dovuti ai vassalli, pagamento di tasse compreso.
A proposito di tasse, l’accusa di rapacità gli è stata spesso buttata addosso da fonti antiche e moderne, ed effettivamente lo stesso Clemente IV gli rimprovera di essere eccessivamente esoso con i suoi sudditi, presso cui serpeggia un malcontento diffuso. Più che a Carlo, però, questa situazione sembra dover essere imputata alla nuova classe dirigente francese e provenzale: questi nobili, come il sovrano, sono abituati ad un genere di rapporti sociali completamente estranei al Sud Italia e invece tipicamente feudali di modello francese, con tutta una serie di imposte e di tributi signorili che sul posto nessuno conosce ma che a loro sembra naturale reclamare. È comunque documentato come lo stesso re Carlo, il quale, com’è naturale, cerca di circondarsi di suoi vassalli e di gente da cui è più difficile aspettarsi rivolte, non venga meno al suo ruolo di arbitro, cercando di scoraggiare abusi da parte dei grandi baroni e sostenendo contro di loro l’autonomia delle città. Carlo agisce inoltre attivamente contro i pirati Pisani e Genovesi, i quali, anche  motivo della sconfitta ghibellina, prendono di mira le città della costa di Amalfi, in particolare Maiori; l’episodio più significativo in questo senso è la richiesta scritta di risarcimento da parte del re al Consiglio di Pisa per una nave bruciata di proprietà del cavaliere Ruggiero Cappasanta.
Anche qui possiamo vedere, almeno da parte di Carlo, una continuità con Federico e Manfredi: lui ha semplicemente mantenuto la cosiddetta subventio generalis, che da “tassa straordinaria” per principio, è diventata di fatto ordinaria (riscossa solitamente dai giustizieri) e gli adohamenta, imposte indirette che comprendono dazi, canoni, pedaggi, ecc. In realtà, secondo i patti con papa Urbano IV, il nuovo re di Sicilia avrebbe dovuto contare semplicemente sul sostegno economico dei feudatari laici ed ecclesiastici e delle città riunite in assemblea straordinaria, ma l’imposizione della subventio generalis diventa necessaria a causa soprattutto dell’alto costo dei progetti di espansione di Carlo, la cui politica estera coincide solo in parte con quella papale.

tour_ferrande_-_troupe_de_charles_danjou.jpg

L’esercito angioino – affresco dalla Tour Ferrande, Pernes-les-Fontaines – XIII sec.

Il Regno di Sicilia diventa quindi una fonte di risorse per un disegno politico che va oltre i suoi confini: una crociata contro l’Impero d’Oriente appena riconquistato dai Greci per ripristinare il regno latino di Costantinopoli e per avere in feudo l’Acaia, l’Epiro, Corfù, più un terzo di tutti i territori conquistati e alcune isole dell’Egeo.
Nell’agosto del 1272, però, nel bel mezzo dei preparativi, c’è un cambiamento di programma: la spedizione angioina in Ifriquiya, l’odierna Tunisia, che fin dal tempo dei Normanni è per giunta tributaria del Regno di Sicilia, in soccorso all’esercito crociato guidato da Luigi IX. In questa occasione, l’intervento di Carlo è decisivo per ribaltare le sorti dell’esercito crociato allo sbaraglio dopo la morte improvvisa del re suo fratello, e per concludere un accordo di dieci anni con il califfo Muhammad al-Mutansir: accordo che comprende tra le clausole il pagamento delle spese di guerra e un tributo annuale di 20.000 doppie d’oro, libertà di dimora e di commercio per gli abitanti del Regno di Sicilia e l’espulsione dei rifugiati filosvevi.
Questo anelito espansionistico verso Oriente del Regno di Sicilia che pervade la politica estera di Carlo negli anni ’70 del Duecento porrà tra l’altro le premesse per il futuro ramo dinastico angioino in Ungheria. E i documenti riflettono quest’anelito: dal 1279, infatti, ai titoli di Carlo si aggiunge quello di “gloriosissimo re di Gerusalemme”, comprato l’anno prima dall’ereditiera Maria d’Antiochia, e quello di “principe d’Acaia”, ereditato dal figlio Filippo che aveva sposato la figlia del principe d’Acaia Guglielmo di Villehardouin.
In questo contesto, lo scoppio della Guerra del Vespro perde la connotazione romantica di ribellione allo straniero che vi avevano dato gli storici del risorgimento, per acquistare quella di questione dinastica e politica, a lungo preparata dagli stessi Aragonesi.
Così come Carlo perde la connotazione di usurpatore per acquistare quella reale, condizionata dal suo tempo e da ciò che ha intorno: quella di un sovrano medievale.

Per saperne di più:
Guido Iorio, Carlo I D’Angiò re di Sicilia. Biografia politicamente scorretta di un «parigino» a Napoli, ilmiolibro self publishing, 2018;
Le eredità normanno-sveve nell’età angioina: persistenze e mutamenti nel Mezzogiorno; atti delle Quindicesime Giornate Normanno-Sveve, Bari, 22-25 ottobre 2002, a cura di G. Musca, Bari, Dedalo, 2004.

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e con il giornale on-line "Citizen Salerno" e ora collaboro con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e come rievocatrice indipendente promuovo la Scuola Medica Salernitana, gloria della mia città.
Questa voce è stata pubblicata in Storia & Personaggi. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Carlo I d’Angiò: usurpatore o statista?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...