Benevento Longobarda 2018, ovvero il valore di un velo.

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Sibilia e Cariperga – ovvero due tipi di velo.

È appena trascorso il periodo delle recite scolastiche di fine anno, e sicuramente ognuno di noi ne ha impressa una in particolare nella sua memoria. Io ho il ricordo di una decisamente sui generis, organizzata non dagli insegnanti, ma in maniera dal tutto spontanea da noi alunni di terza elementare, per dare un saluto ai nostri maestri l’ultimo giorno di scuola. In realtà, lo ammetto, la “colpa” del tutto era stata interamente mia: sulla base di una delle fiabe delle Mille e una notte che avevamo letto in classe, sull’onda emotiva dell’uscita al cinema del film della Disney Aladdin, avevo messo in piedi un rudimentale testo teatrale, Amina e il fiore del deserto, nel quale la figlia di un emiro, prigioniera del capo di una banda di predoni, era alle prese con un talismano a forma di fiore che solo lei poteva toccare. Così riunii un gruppetto di compagni di classe che si mostrarono interessati alla mia idea, imparammo alla meglio le parti, e l’ultimo giorno di scuola presentammo il nostro “capolavoro”; nel corridoio della scuola, senza costumi, senza scenografia, vestiti con i nostri grembiulini bianchi e blu nel caldo di fine giugno, usando come cammelli le sedie di legno ballonzolanti. Fu lo stesso un successone, soprattutto per merito del “cattivo”, Pasqualino ovvero il predone El-Squal, che guadagnò applausi a scena aperta anche da parte dei più grandi! 

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Il 9 giugno scorso mi è parso di esser tornata ad allora, quando alla Rocca dei Rettori di Benevento è andato in scena lo spettacolo La verità svelata, diretto da Ilenia Adamo, ma i cui testi erano stati scritti anche dal Francescano Padre Antonino Carillo, dalla mia amica Susanna Tartari, e… anche da me. Uno spettacolo fatto di recitazione, musica e danza, interpretato da giovani attori e da un altrettanto giovane corpo di ballo, in cui le note della musica medievale si accavallavano a quelle di un tango argentino, in un percorso attraverso spazio e tempo con un unico filo conduttore: il velo.
Dal velo di Iside al Mandylion, le infinite metamorfosi della stoffa che cela, nasconde, protegge, ma che al tempo stesso allude, adorna, attrae. Dalle spose dell’Antica Roma alla sposa bambina yemenita di oggi, passando per il Medioevo e il Rinascimento, si scoprono tutte le sfaccettature di un accessorio divenuto per noi oggi simbolo dell’oppressione maschile sulle donne, ma che le donne, in barba alle varie leggi suntuarie, sono riuscite a rendere un accessorio di bellezza in più, sfoggiandolo con orgoglio e sensualità, come Salomè e i suoi sette veli.

Trotula - ovvero il velo come segno di dignità.

Trotula – ovvero il velo come segno di dignità.

Di questo spettacolo, Susanna ed io siamo state anche in un certo senso le “aiuto-costumiste” mettendo a disposizione i nostri abiti rievocativi per un contesto come quello teatrale che ha regole tutte diverse dalla rievocazione. Il mio abito longobardo, opportunamente modificato, ha vestito Trotula: una Trotula che rispettosamente ma senza esitazione dà la sua interpretazione di donna al famoso passo di San Paolo sul velo della prima lettera ai Corinzi. Le sue parole erano le mie, la mia ribellione contro una Parola di vita e di libertà usata alla lettera come cappio da imporre al collo delle donne; e quelle parole indossate come un velo da una giovane e brava attrice le caricava di bellezza e di vita, e, pur conoscendo quelle parole, mi pareva di sentirle pronunciare per la prima volta. Era come vedere qualcosa fatto con le tue mani prender vita propria e diventare qualcosa di indipendente da te, come un frutto che cade dall’albero e il cui seme diventa un nuovo albero.
Così anche il mio abito di inizio Quattrocento ha vestito la bolognese Dorotea Bocchi, che dall’alto della sua cattedra dell’Università di Bologna si scaglia contro le leggi suntuarie per gli ornamenti delle donne, facendosi portavoce della via femminile alla gloria. Il velo sul suo capo diventa una bandiera, il segno visibile di un posto nel mondo rivendicato con fierezza.

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Dorotea Bocchi – contro le leggi suntuarie.

In effetti, man mano che la mia ancora piccola esperienza di rievocatrice si arricchisce, mi sto accorgendo dell’importanza che il velo ha in questo contesto: di qualunque foggia sia, indossarlo rende credibile una donna in abito medievale, e il non vederlo indossare mi restituisce una sensazione quasi di sciatteria (ancora peggio se la donna in questione porta anche i capelli sciolti). Capisco il caldo, la non abitudine e tutto il resto, ma questo per me può essere un ulteriore spunto per ingegnarsi e capire come facesse una donna a stare comoda anche con il velo. Ad esempio, io porto il turbante: è documentato, non ingombra e, se messo bene, posso portarlo anche un’intera giornata senza sentire l’esigenza di toglierlo. Intendiamoci, quando fa caldo fa caldo, e non c’è turbante che tenga: nella giornata di Benevento Longobarda, il 10 giugno scorso, non sapete quanto ho invidiato i nostri orsi marchigiani dei Fortebraccio che potevano stare a torso nudo… Sono gli svantaggi di essere donna: anche se poi ci si può prendere la piccola vendetta di medicare la scottatura di Alhais causata proprio dallo stare tanto tempo al sole senza protezione!!

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La velata e lo… spellato.

Sul treno che da Salerno mi portava a Benevento, mi è capitato di vedermi sedere vicino ben due donne ben riconoscibili come musulmane dallo hijab che copriva i loro capelli. E loro non sembravano viverlo come segno di oppressione, tutt’altro. Per loro era un simbolo di identità, persino di femminilità, foulard dai colori vivaci, elegantemente acconciati in pieghe fissate da spilli che dovevano aver passato un’infinità di tempo a sistemarsi. Scambiando quattro chiacchiere con la seconda signora, è venuto fuori che per lei sarebbe stata una costrizione non poterlo indossare, senza il velo si sarebbe sentita nuda. Ebbene, credo che proprio così potessero pensarla le nostre antenate di mille anni fa; come mia nonna, che, quando da bambina mi accompagnava a messa, non entrava in chiesa senza essersi annodata il foulard in testa. Dunque stiamo attenti a giudicare le altre dai veli che portano sulla testa: sono più simili a noi di quanto pensiamo.
Penso non sia un caso che di quest’avventura mi sia rimasto, oltre i soliti tanti bei ricordi… un velo, dono della mia amica Susanna. Segno non certo di sottomissione, ma di comune femminilità.

 

 

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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