Un regno medievale: il Regno Normanno di Sicilia.

Tapisserie de Bayeux - Scène 55 : le duc Guillaume se fait reconnaître.

Cavalieri normanni – particolare dalla Tappezzeria di Bayeux – inizio XII secolo.

L’XI secolo si potrebbe definire il secolo dell’avventura normanna: queste bande di guerrieri a cavallo di lontana origine scandinava, che a partire da due secoli prima in Normandia avevano abbracciato le consuetudini feudali dei Franchi, nell’XI secolo partono alla conquista dell’Europa. Da una parte Guglielmo il Conquistatore sbarca in Inghilterra, toglie con la forza il trono ad Aroldo ed è incoronato a Westminster; dall’altra Roberto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, scende in Italia meridionale e pian piano ne diventa il padrone assoluto, gettando le basi di quello che, con suo nipote Ruggiero II diventa il Regno di Sicilia. Quella dei Normanni è insomma una storia che va inquadrata in una dimensione europea.

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Mantello di Ruggiero II – Palermo, 1133-34 – Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Nel momento del suo massimo splendore, verso la metà del XII secolo, il Regno di Sicilia comprende l’intero Mezzogiorno, la Sicilia e perfino la cosiddetta Ifriqiya, la fascia costiera tra Tunisia e Algeria orientale; secondo alcuni, il Sud Italia vive in questo momento il periodo del suo massimo splendore economico, sociale e culturale.
Il regno normanno dell’Italia meridionale è stato a lungo esaltato, soprattutto dalla storiografia risorgimentale, come una delle vicende più importanti dell’Italia medievale, il momento in cui il Sud si è unito dopo la frammentazione dell’Alto Medioevo, crogiuolo culturale in cui si sintetizzano le varie matrici della cultura meridionale, testimoniato dalla bellezza dei suoi monumenti; autori come Benedetto Croce lo hanno considerato addirittura una prefigurazione dello Stato moderno, accentrato e burocratizzato nelle mani del re che controlla il territorio per mezzo di funzionari come i camerari e i giustizieri; altri storici più recentemente vi hanno voluto vedere la radice della futura “arretratezza” del Mezzogiorno, in quanto l’intraprendenza sociale ed economica delle sue città sarebbe stata schiacciata dal potere centrale impedendone lo sviluppo, come accade invece ai Comuni del Nord.
In realtà, la parola “Stato”, se riferita al Medioevo, è una parola che andrebbe sempre presa con le pinzette: quello normanno di Sicilia è semplicemente un regno del suo tempo, tenuto insieme da una fitta rete di rapporti personali, in particolare con i feudi e con le città, con i quali il re è continuamente costretto a negoziare.

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Croce processionale detta “di Roberto il Guiscardo”, fine XI sec. – Salerno, Museo Diocesano.

Questa situazione non si può capire se non si dà uno sguardo alla situazione dell’Italia meridionale prima dell’arrivo dei Normanni. Quello che salta ai nostri occhi è un mosaico complicatissimo di situazioni diverse, a partire dai territori longobardi, che comprendevano gran parte della Campania fino alla Lucania e alla Capitanata; il Salento e la Calabria, invece, erano in mano all’Impero d’Oriente, e questo era stato causa di tensioni con i Longobardi, soprattutto nelle terre di confine, mentre entrambi provavano continuamente a riconquistare la Sicilia, divisa tra i vari emirati musulmani in lotta tra loro; e poi c’erano le città commerciali come Amalfi e Napoli, attive fin dal IX secolo, dominate da una nobiltà urbana (milites), che investiva i guadagni del commercio in possedimenti agricoli fuori le mura; tra IX e X secolo, tra l’altro, era anche emersa una specie di “classe media” fatta di giudici, medici e artigiani che aspiravano ad entrare nei ranghi del patriziato, mentre d’altra parte i ceti inferiori rurali avevano cominciato a migrare verso le città.
I Normanni, nella stragrande maggioranza dei casi, non smantellano gli equilibri locali; se i nuovi sovrani preferiscono affidare le grandi aree rurali a gente di loro stretta fiducia (membri della famiglia o vassalli diretti), le varie aristocrazie urbane vengono lasciate al loro posto, e, anzi, inserite nella gerarchia feudale e soprattutto nell’amministrazione centrale, dando vita a diversi tipi di signoria a seconda dei luoghi. Particolarmente importanti in questo senso sono le Assise di Ariano del 1140, redatte sotto Ruggiero II, che rappresentano il momento della mediazione tra il re, i baroni e le città, con una dinamica simile a quella della Magna Charta inglese, mentre con il Catalogus Baronum del 1150 (sorta di elenco di tutti i feudatari del regno e relativi territori di competenza), di fatto, il Regno riconosce le giurisdizioni particolari.
Le città in particolare vengono distinte tra universitates, città appartenenti direttamente al demanio del re, e communitates, città dotate di piena autonomia; le città dunque tendono all’autonomia, pur dovendosi confrontare con il potere monarchico. Mentre nel Nord Italia, però, il processo di autonomia delle città, guidate dai loro potenti vescovi,  dalla piccola nobiltà e dalla borghesia mercantile, sboccherà nella nascita dei Comuni, quelle del Sud, bizantine, longobarde e della Sicilia, sono troppo diverse tra loro perché il potere centrale possa trattarle allo stesso modo; a loro non interessa l’autonomia completa, gli basta sfruttare gli spazi dati dal rapporto vassallatico con il re. Tant’è vero che quando, tra il 1130 e il 1140, Ruggiero II inizia una lotta spietata contro l’autonomia delle città che gli si oppongono, queste preferiscono scendere a patti, non avendo forze militari sufficienti a contrastare quelle del re: questo perché i vescovi del Mezzogiorno non dispongono, come accade ad esempio nelle città della Lombardia, di grandi clientele armate.

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Ducale d’argento di Ruggiero II – Palermo, 1140 – collezione privata.

I primi tempi certo sono difficili: “illi maledicti Normanni“, come li definisce in un documento dell’XI secolo un prete napoletano, mercenari difficili da tenere al guinzaglio, non si fanno scrupolo di ricorrere a rapine e razzie per arricchirsi. Nel momento in cui diventano feudatari, impongono tasse e tributi, soprattutto in moneta, facendo così di fatto circolare denaro all’interno del Mezzogiorno; con le città, i conquistatori adottano la tattica “del bastone e della carota”, utilizzando tasse o al contrario esenzioni fiscali come armi per punire o premiare una città, a seconda se si sia schierata con o contro di loro. I Normanni, abituati ad un’economia di tipo feudale in cui ciò che conta è la terra e quello che produce, non vedono il denaro come un bene da reinvestire, le monete che coniano e mettono in circolazione nei primi tempi sono perlopiù in rame, di cattiva qualità. La fortuna dei Normanni è essersi inseriti in una fase di crescita economica esponenziale come quella della seconda metà dell’XI secolo; con il tempo, c’è una redistribuzione delle ricchezze più generalizzata, sia tramite le spese di guerra sia con le spese di edilizia, soprattutto con la costruzione di nuove chiese e cattedrali e di castelli. A volte intere città vengono spostate o fondate ex novo, come Mileto, in Calabria, fondata da Ruggiero, il Gran Conte di Sicilia; nient’altro che una fortificazione in legno all’inizio, acquista importanza con la fondazione, verso il 1070, del monastero della Santissima Trinità, che Ruggiero dota di proprietà e perfino di tonnare, ed è infine innalzata, nel 1081, a sede vescovile.

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Apicoltori – miniatura dall’Exultet di Bari, XI sec. – Bari, Museo Diocesano.

La Puglia invece, una delle regioni invase più presto dai Normanni tanto da dare il suo nome all’intero loro dominio delle origini ( il “ducato di Puglia”), ospita una fitta rete di città perlopiù di fondazione bizantina, piccole e concentrate, caratterizzate dalla presenza di un vescovo e amministrate da notabili locali; la loro conquista avviene con modalità diverse da caso a caso. Sono città commerciali e molto vivaci, e la dominazione normanna non spegne la loro importanza; anzi, una città come Taranto ha il suo decollo proprio con i Normanni, e si scatena persino una rivalità con la vicina Otranto. Bari, insieme a Siponto, ha stretti rapporti commerciali con Venezia e perfino con Costantinopoli, verso cui esporta grano, olio e vino e da cui importa schiavi dalmati di etnia slava (soprattutto da Ragusa), ma anche legname, cuoio, stoffe e seta. Con i Normanni vengono create nuove sedi vescovili come ad Andria, Mottola, Castellaneto, Bitonto, legate anche alla presenza di importanti signori; sotto Ruggiero Borsa le cattedrali divengono titolari di vaste signorie fondiarie, e viene introdotta la decima, che prima non esisteva in Italia meridionale. La maggior parte dei feudi pugliesi sono imperneati su una città, come Troia, Bari e Taranto, città in cui viene introdotto il castello, presidio del potere signorile, al posto dell’antico palatium non fortificato che era stato il centro del potere in precedenza; il castello è situato di solito fuori le mura, ed è ferocemente avversato dalla popolazione della città che spesso, durante le ribellioni, lo assalta e lo distrugge, come accade più volte a Bari. Solo Bari e Troia hanno una forma di governo autonomo, le altre città sono identificate con le diocesi e governate da un consiglio di funzionari, mentre i sovrani normanni sono rappresentati da un catepano; la complessa amministrazione bizantina viene semplificata.

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Il faraone restituisce Sara ad Abramo – particolare da pannello eburneo, Salerno, XI sec. – Salerno, Museo Diocesano.

Anche le grandi città della Campania come Capua, Napoli e Salerno registrano una sostanziale continuità dei loro ordinamenti, anche se sotto il controllo di un presidio aristocratico normanno, come nel caso di Rusco, Acerno e Sarno. Soprattutto le città che si affacciano sul Mar Tirreno sono molto dinamiche, sia dal punto di vista del commercio sia da quello dell’artigianato, tessile in particolare, anche se non esistono vere e proprie corporazioni come nel Nord Italia. Naturalmente le città più importanti sono quelle in grado di commerciare a media e lunga distanza.
Un caso interessante, da questo punto di vista, è quello di Gaeta, città portuale molto ricca che ha un rapporto molto stretto con la campagna circostante; il contado è dotato di casali e mulini (la cui proprietà di solito è frazionata fra più persone), in città prosperano attività fiorenti come quella della tintura dei panni, e viene sfruttata anche la produttività del mare, con saline e attenzione alla pesca intensiva. In città sono presenti comunità di mercanti forestieri, soprattutto Amalfitani, Napoletani e Romani, e fin dall’Alto Medioevo vi si possono trovare merci provenienti dall’Africa o dalla Spagna; i mercanti gaetani hanno basi a Pisa, a Genova, in Provenza, ma anche a Tunisi e nella stessa Costantinopoli.
Salerno, dal canto suo, proprio in epoca normanna, vive uno sviluppo straordinario, e non sembra che il non esser più il centro del potere la penalizzi; anzi, la Salerno del XII secolo entra a far parte di un circuito commerciale mediterraneo, più di quanto sia accaduto con i Longobardi, ed è dunque una città molto più dinamica dal punto di vista economico. Il porto s’ingrandisce, la sua popolazione aumenta con la migrazione dalle campagne circostanti. A Salerno sono presenti popolose comunità di mercanti, soprattutto Amalfitani ed ebrei, e tra l’altro qui c’è la più grande base commerciale genovese per il Sud Italia. Non a caso, è proprio in questo periodo che la Scuola Medica Salernitana raggiunge il suo massimo splendore, e acquista una dimensione europea. Tutto questo si vede perfettamente nel fiorire dell’urbanistica in questo periodo: Salerno, come tutte le città del XII secolo, si sviluppa in verticale, le strade si restringono e gli edifici si alzano; vengono costruiti i grandi edifici come il Duomo e Castel Terracena, anche se il centro del potere continuerà ad essere per un bel po’ il “sacro palazzo” costruito da Arechi II. Le famiglie dell’aristocrazia cittadina, per la maggior parte di origine longobarda e imparentate tra loro come i Guarna e i Mansella, e le sue potenti “corporazioni” di giudici e notai, non vengono eliminate, ma convivono con la nuova aristocrazia normanna, anzi, entrano persino nei ranghi più bassi dell’aristocrazia feudale; questa nuova élite cittadina investe nel commercio, anche se ha le basi in campagna, con proprietà ad esempio a Nocera o a Giffoni; in questo senso non c’è uno steccato rigido tra l’epoca longobarda e quella normanna. Persino dal punto di vista giuridico c’è una specie di sincretismo: per le questioni private si continua ad usare il diritto longobardo, il diritto commerciale è invece quello romano-bizantino, ma tutto è bilanciato dal sistema feudale.

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La Sicilia – miniatura dalla “Tabula Rogerina” di Al-Idrîsî, manoscritto di XIV sec. – Parigi, BnF.

Tutto questo rivela la capacità, anzi, la volontà dei Normanni di adattarsi alle situazioni più diverse, sfruttando realtà e linguaggi radicati e riadattandoli ai loro scopi; una volontà che non si può capire se non si restituisce a questi “uomini del Nord” la loro dimensione europea. Al punto che qualcuno ha provato perfino mettere a confronto i due regni Normanni, l’Inghilterra e la Sicilia, trovandovi più di un punto di contatto: entrambi sono regni feudali coesi ma non “dirigisti”, che ostentano il proprio potere, si servono della Chiesa pur rendendole apparentemente omaggio, e utilizzano il linguaggio e i ceti dirigenti locali per consolidarsi. In Sicilia, però, gli “uomini del Nord” si inseriscono ben presto in una cultura più ampia, quella mediterranea dominata dall’elemento arabo-bizantino, e diventano a tutti gli effetti parte di quella cultura, tanto da esser considerati dai loro contemporanei i protagonisti dell’epopea dell’incontro-scontro con l’altra sponda del Mediterraneo, quelle che noi chiamiamo “Crociate“.

Per saperne di più:
I Normanni. Popolo d’Europa, 1030-1200, a cura di Mario d’Onofrio, Roma, Marsilio, 1994;
David Abulafia, Le due Italie. Relazioni economiche fra il regno normanno di Sicilia e i comuni settentrionali, Napoli, Guida Editori, 1991;
Errico Cuozzo, La monarchia bipolare: il regno normanno di Sicilia, Pratola Serra, E. Sellino, 2000;
Jean-Marie Martin, Italies normandes: XIe-XIIe siècles, Paris, Hachette, 1994;
Salerno nel XII secolo. Istituzioni, Società, Cultura. Atti del Convegno Internazionale, Raito di Vietri sul Mare 16-20 giugno 1999, a cura di Paolo Delogu e Paolo Peduto, Salerno, Centro Studi Salernitani Raffaele Guariglia, 2004.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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3 risposte a Un regno medievale: il Regno Normanno di Sicilia.

  1. newwhitebear ha detto:

    notevole e ricca di notizie questa puntata.

  2. Renaldo Fasanaro ha detto:

    Invio invito all’evento del 29 aprile 2018 ore 18.00 Cattedrale di Salerno. Grazie Renaldo Fasanaro

  3. caterina.pepe2@libero.it ha detto:

    Caro Renaldo, i miei più cari complimenti per la tua professionalità e bravura;l’originalità dei tuoi lavori non può non lasciare il segno.

    Grazie per le emozioni che ci fai vivere.

    Un abbraccio,Caterina

    >

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