Ildegarda, angeli e demoni

I cerchi angelici – riproduzione di miniatura dallo “Scivias” – Dresda, Landesbibliothek.

A più riprese Ildegarda di Bingen si proclama “indocta” (“non istruita”), “donna semplice e miserella”; a dispetto di questa sua professione di ignoranza, però, la badessa prima di Disibodenberg e poi di Bingen dimostra una fine conoscenza di Latino e di filosofia, nei suoi scritti si trovano perfino termini che, nel Latino dell’epoca, non sono facilmente rintracciabili. E questo non solo grazie alle approfondite letture che possiamo leggere in filigrana attraverso la terminologia che usa nelle sue opere, tra le quali Gellio e Dionigi Areopagita, ma anche attraverso i contatti con gli intellettuali del suo tempo e con le varie correnti filosofiche che popolavano il XII secolo. Tra queste, una delle più importanti era quella che faceva capo alla cattedrale di Chartres, la quale, basandosi soprattutto sul Timeo di Platone, insiste molto sulla corrispondenza tra l’uomo e l’universo, tra microcosmo e macrocosmo; concetto, questo, molto caro a Ildegarda, e ancor di più in un periodo in cui, in Europa, si sta diffondendo l’eresia catara, di stampo dualista, che sostiene la netta divisione tra spirito e materia, a vantaggio del primo. Ildegarda, invece, sottolinea con forza l’interazione tra le due dimensioni, e questo emerge in modo particolare quando parla della donna, del suo ciclo mestruale, del suo piacere sessuale. Non solo: secondo Ildegarda, quello dell’uomo di comprendere la dimensione naturale e quella spirituale è addirittura un privilegio, perché vuol dire riassumere in sé i vari gradi di perfezione ed essere in pratica un “sunto” dell’universo.
È soprattutto nell’interpretazione delle Scritture che Ildegarda rivela la sua originalità, in modo particolare nello Scivias, proponendo altre interpretazioni rispetto a quelle tradizionali su molti temi, a volte addirittura in contrasto in alcuni punti; e non soltanto attraverso il testo, ma anche attraverso le immagini realizzate sotto la sua supervisione. Come quando parla degli angeli.

La caduta degli angeli ribelli – riproduzione di miniatura dallo “Scivias” – Dresda, Landesbibliothek.

Utilizzando una metafora musicale, Ildegarda paragona il Paradiso a una “sinfonia”, e, quando deve farlo rappresentare, utilizza l’immagine ripresa da Dionigi Areopagita dei nove cerchi angelici. Sorprende però il fatto che solo gli angeli e gli arcangeli, nei due cerchi più esterni, e i cherubini e i serafini, nei due cerchi più interni, abbiano le ali: il resto sono semplicemente rappresentati con figure umane. Se passiamo al testo, poi, la descrizione è ancora più particolare: Ildegarda descrive gli angeli semplicemente come «volti di uomini», di cui sottolinea lo splendore; compaiono attributi come elmi sul capo e torce accese sopra le loro teste, oppure il colore rosso. Le ali, però, si trovano soltanto nei due cerchi più interni, quelli dei cherubini e dei serafini: Ildegarda descrive il cerchio dei cherubini come «pieno di occhi e di ali» e ogni occhio apre uno specchio e nello specchio è riflesso il volto di una persona; i serafini, invece, sono fatti come di fuoco, hanno molte ali e rivelano «come in uno specchio» i vari ordini della Chiesa. E non è un caso che le ali si trovino solo in quei due cerchi, perché per Ildegarda hanno anch’esse un significato simbolico, sono cioè immagine dei doni dell’intelletto che Dio fa all’uomo.
Per Ildegarda, alcuni angeli sono stati creati per aiutare gli uomini, e altri per comunicare loro i misteri di Dio. E proprio per questo alcuni di essi, come i Troni, sono descritti non in forma antropomorfa, proprio perché completamente immersi nei misteri divini, che la mente umana non è in grado di comprendere.

Il paradiso e l’inferno – riproduzione di miniatura dallo “Scivias” – Dresda, Landesbibliothek.

In un’altra miniatura, quella che racconta la caduta degli angeli ribelli, gli angeli sono rappresentati in una maniera molto curiosa: come stelle a otto punte. L’immagine è chiaramente ripresa dall’Apocalisse, dove si dice che Lucifero trascinò nella sua caduta «un terzo delle stelle del cielo», ma c’è di più: il numero otto è il numero della completezza, così come l’ottagono, via di mezzo tra il quadrato e il cerchio, rappresenta la perfezione dell’umano. Mentre gli angeli, però, svettano nel cielo in tutto lo splendore della foglia d’oro, gli angeli caduti, cioè i demoni, sono rappresentati come stelle oscurate, stelle nere.
Infatti, nella descrizione dell’inferno che fa Ildegarda di Bingen, gli elementi dominanti sono il buio e il fumo. Non ci sono fornaci, né anime torturate da mostruosi demoni dalle sembianze bestiali; Ildegarda, come nel caso del Paradiso, insiste molto sul suono, che paragona al mare in tempesta e ai fiumi ingrossati. Come il Paradiso è il regno dell’armonia, l’Inferno è il regno della dis-armonia. Non per nulla, secondo Ildegarda, il diavolo è stonato…

Per saperne di più:
Marcello Stanzione, Gli angeli di Santa Ildegarda, Udine, Il Segno, 2017.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a Ildegarda, angeli e demoni

  1. newwhitebear ha detto:

    bello e piacevole questo post. Merita un approfondimento.

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