La possessione diabolica tra simbolo e realtà.

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Il diavolo, folio introduttivo della sezione dedicata agli esorcismi – miniatura dal Codex Gigas, Boemia, I trentennio del XIII sec. – Stoccolma, Biblioteca Nazionale Svedese.

Non si può parlare di esorcismo senza tener conto di un particolare fondamentale: il fatto che il diavolo possa possedere il corpo di una persona è contemplato già nelle Sacre Scritture, fin dall’Antico Testamento. Nel Libro di Tobia è descritto l’esorcismo con cui Tobia, con l’aiuto dell’arcangelo Raffaele, caccia i demoni dalla camera di Sara; ed è Gesù stesso che libera indemoniati come l’energumeno di Gerasa, e agli apostoli dà il comando, tra le altre cose, di cacciare i demoni. La mania diabolica è dunque già nota e consolidata nella tradizione ebraico-cristiana.
Nel mondo tardoantico, almeno dal II secolo, però, si assiste a veri e propri elementi di sincretismo tra la cultura cristiana e la tarda cultura pagana, soprattutto con il movimento neoplatonico, e questo a dispetto della posizione nicena, che tende a far rientrare tutta l’esperienza cristiana nei binari dell’ufficialità e a guardare con sospetto ogni tipo di “disordine”, anche fisico.
In particolare la danza estatica, che nei culti antichi aveva conosciuto una grande fortuna (soprattutto in quelli misterici), ora viene assimilata sì alla danza dello Spirito Santo, quella di Davide, ma sempre sul filo del rasoio tra ordine e disordine, tra divino e diabolico; questo, però, accade non solo in ambito cristiano, ma anche in quello pagano, tant’è vero che l’imperatore Giuliano manifesta l’intenzione di proibire ai sacerdoti di aver contatti con i danzatori. La danza in sé non è considerata un fatto “pagano”, e troviamo espressioni di tolleranza fin oltre l’età carolingia. È anche vero che ruolo della danza nel mondo cristiano è stato molto trascurato dalla storiografia contemporanea, perfino da un fine indagatore come Schmidtt. Anche per i pagani, la koreia, quando è autentica, non è disordinata, ma forma un movimento circolare rotatorio. Lo stesso Platone nel Timeo assimila la iora alla danza del cosmo, e per i neoplatonici era elemento fondamentale della teurgia, presenza nella realtà terrena di simboli che conducono alla dimensione del divino, disseminati dal demiurgo.

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San Zeno libera un’indemoniata – formella bronzea dal portale di San Zeno a Verona, XI-XII sec.

Il punto è che la danza era considerata nel mondo antico un contatto con il divino senza la mediazione della parola scritta, e ciò non può essere accettato dal clero niceno, come mostrano gli scritti di Paolino e Teodoreto; infatti agli indemoniati vengono attribuiti movimenti bacchici, e posizioni tipiche dei culti misterici (rimanere sospesi in aria, posizione a testa in giù), con cui gli invasati imitavano il movimento della divinità che li possedeva. Ad esempio, gli indemoniati raffigurati nel portale di San Zeno a Verona hanno movimenti in tutto simili a quelli delle antiche menadi, ed è sorprendente leggere in un autore colto e di formazione classica come Guiberto di Nogent (seconda metà dell’XI secolo) il verbo bacchare riferito alle manifestazioni degli energumeni.
L’esorcismo assume così caratteri simili ai culti di possessione dell’Antichità, solo che mentre in questi ultimi la mania veniva intesa come una chiamata cui si doveva obbedire (e il furore bacchico era necessario per raggiungere i livelli più alti di realtà e trasformarsi in déi, incarnando l’incontro con il divino), nell’esorcismo la connotazione non può che essere negativa. Gerolamo sottolinea come gli energumeni emettano versi di animali, sottolineando così una trasformazione “animale” dell’indemoniato: Gerolamo trasfigura così un immaginario legato all’antico Egitto e una pratica di mascheramento rituale con maschere animali, dal carattere più catartico che esorcistico, che richiama un po’ il “ruggire” delle Pretidi. La possessione diabolica diventa così il rifiuto della verità cristiana, e dunque bestialità pura e semplice, priva di ogni riferimento alla gioia che l’aveva caratterizzata nell’Antichità, e cui si risponde in modo netto con l’esorcismo, in un copione cui anche l’indemoniato si deve adeguare riconoscendo così la verità di ciò che l’esorcista rappresenta, per giungere alla liberazione.

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Esorcismo – miniatura dal Passionario di Weissenau (XII sec.) – Cologny, Fondation Martin Bodmer.

Non è, però, sempre così: il demone fa profezie veraci, talvolta incalzato anche dall’esorcista, esattamente come la Sibilla invasata, interrogata, parlava con la voce del dio. Lo stesso Firmico Materno, nel De errore profanarum religionum (346), a proposito del culto di Serapide, cita Porfirio che descriveva un rito in cui la divinità veniva invocata per invadere le statue. Nel tardoantico, anche nel paganesimo esistono forme di possessione malefica, che però esercitano una funzione di liberazione da tutto ciò che è falso; e c’è una convergenza fortissima con l’agiografia cristiana, nella quale spesso il demone è mandato da Dio stesso per provare la virtù della persona.
La posizione prevalente sulla responsabilità del posseduto è che sia il demone ad afferrare lo sventurato, improvviso come una malattia, come testimoniano Tertulliano e Gregorio Magno, ma la demonologia, soprattutto di parte monastica, insinua una posizione diversa secondo cui la “colpa” a volte sarebbe anche della persona.
Secondo l’analisi di alcuni studiosi, la possessione diabolica condenserebbe il processo rituale che fa di un uomo un cristiano, attraverso il superamento del rito, e il posseduto entrerebbe nella parte anche attraverso i gesti dell’esorcista: il rituale esorcistico avrebbe così lo scopo di riprodurre la possessione diabolica che intenderebbe poi eliminare. Quella dell’indemoniato diventerebbe quasi una dimensione rituale, come se ci si “affiliasse” alla categoria degli energumeni per iniziarsi ad un culto di guarigione, che, una volta completato, permettesse di accedere ad un nuovo status di vita cristiana. Spesso nell’agiografia l’energumeno guarito, come il miracolato, viene aggregato agli adepti del santo.

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Papa Leone IX opera un esorcismo – miniatura dal Passionario of Weissenau (XII sec.) – Cologny, Fondation Martin Bodmer.

La psichiatria oggi tende a banalizzare questa condizione opponendovi spesso un rifiuto o cercando di assimilarla a forme di isteria o di schizofrenia, ma si tratta di un percorso che funziona proprio perché è antropologico, e in esso l’indemoniato trova una cornice in cui iscrivere comportamenti altrimenti riprovati; la mania diventa una forma di trasgressione accettata, soprattutto per le donne. Un esempio è il santuario di Sant’Antonino a Campagna, al cui interno c’è una colonna rituale dove gli indemoniati venivano legati: questo rito costituisce una forma di incubatio, in cui l’esorcismo avveniva al buio, a porte chiuse, dopodiché l’esorcista se ne andava e l’indemoniato veniva lasciato legato da solo per tutta la notte, finché il suono delle campane non annunciava l’avvenuta liberazione.
Non bisogna commettere l’errore di proiettare le nostre categorie psicanalitiche nel passato: la prima psichiatria dinamica è stata infatti praticata anche da esorcisti, e sono documentati da parte della Chiesa tentativi molto chiari di distinguere la possessione diabolica dalla malattia mentale o dall’epilessia, che si tentava di spiegare con i parametri della medicina ippocratica, già a partire da Agostino. È soprattutto nei testi di medicina, in particolare quelli legati alla Scuola Medica Salernitana, che questa distinzione si può cogliere in modo più chiaro. Giovanni Plateario, nel XII secolo, ad esempio, mette soprattutto l’accento sulla mania e sulla melancolia, e descrive la prima come «malattia della parte anteriore del capo con abolizione dell’immaginazione» e la seconda come «malattia della parte media del capo ove è abolita la ragione»; le cause sono rintracciate nello squilibrio degli umori all’interno del corpo, soprattutto della bile nera, e si consiglia come cura il cambiamento d’aria, di dieta, l’induzione di passioni opposte a quelle che affliggono il paziente (ad esempio attraverso la musica). È un quadro clinico che viene tenuto presente dal Rituale Romano, elaborato nel 1614, il quale precisa che l’esorcista «In primo luogo, non creda facilmente che qualcuno sia ossesso dal demonio, ma abbia noti quei segni per mezzo dei quali un ossesso si riconosce da coloro che soffrono di bile nera, o di qualche altra malattia»; segni che sono principalmente il parlare lingue sconosciute all’energumeno, conoscere cose ch’egli non può conoscere, dimostrare una forza sovrumana. Anche il Rituale di Giulio Antonio Santori (1586), per molti aspetti alla base del successivo Rituale Romano, specifica che l’esorcista, prima di procedere, debba informarsi della costituzione fisica del paziente a lui condotto, del suo temperamento e delle sue infermità, se sia di natura malinconica, ottusa o immaginaria, ovvero se sia agitata facilmente da una qualche perturbazione di animo. Questo tipo di raccomandazione viene perfino una fonte tardomedievale che di solito non si annovera tra le più equilibrate, il Malleus Maleficarum: «bisogna anche fare attenzione al fatto che alcune donne in verità non subiscono vessazioni, ma semplicemente ritengono di subirle; ciò non succede agli uomini, ma alle donne, particolarmente timide e portate all’immaginazione di cose meravigliose. Molte apparizioni fantastiche si producono per il morbo della melancolia, soprattutto nelle donne, come appare dalle loro visioni e dalle rivelazioni. La causa di ciò, come hanno compreso i medici è che la stessa natura delle anime muliebri è più facilmente impressionabile e leggera delle anime virili.» La partitura di liberazione offriva dunque anche occasione di liberazione da condizionamenti sociali, per trovare una liberazione cui le vie ufficiali non potevano offrire soluzioni.

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Esorcismo – miniatura da passionario, XIV sec. – Parigi, BnF.

Tra IV e V secolo, una serie di concili regolamentano la condizione degli energumeni, mettendoli sullo stesso piano dei malati di mente, dei bambini e dei penitenti; la mania diabolica è dunque percepita come una condizione stabile, legata alla sconfitta del paganesimo, come attestano Cassiano e Agostino. La possessione diabolica, come la malattia, nell’antichità ha sempre una dimensione cronica rispetto al mondo dei sani: gli energumeni portavano spesso ai santuari il proprio giaciglio proprio perché non si aspettavano una guarigione immediata, e il fatto che la maggior parte di loro non guarisse, o almeno non subito, non rompeva questo paradigma. Ci si aspettava piuttosto di entrare nello “status” di bisognosi, essendo la malattia all’epoca un fatto sociale che comportava una ridefinizione della propria identità. Corpo e mente non erano considerate scisse come nella medicina moderna. La relazione tra malattia e salvezza era molto stretta, essendo la malattia conseguenza del peccato. Quelle che noi chiamiamo “sepolture anomale” potrebbero essere semplicemente le sepolture delle comunità di questi energumeni in via di guarigione, che si trovavano a un dipresso nella stessa condizione dei pellegrini.

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Taddeo di Bartolo, esorcismo – particolare dalle Storie di San Gimignano, tempera su tavola, 1401-1403 – San Gimignano, Collegiata di Santa Maria Assunta.

Nei testi agiografici, però, le cose si risolvono molto più semplicisticamente: la presa del demone è presentata come immediata, così come immediata è la liberazione. In questo caso è necessaria una distinzione tra il piano storico e quello agiografico, essendo questo un topos letterario: un santo è tanto più santo quanto più rapidamente riesce a sconfiggere il demonio. Addirittura, nella Vita di San Vicinio (XII secolo) è il demonio stesso a indirizzare gli indemoniati verso il santo, come nei Vangeli faceva con Gesù. Le descrizioni agiografiche degli esorcismi sono molto simili anche in un arco spazio-temporale molto lungo, dal III all’VIII secolo, dal Mediterraneo all’Irlanda celtica (forse anche grazie ai contatti di questi due contesti attraverso Roma). Questo, però, non è così tanto estraneo al nostro mondo: indemoniati ed esorcisti si conformano a modelli letterari e agiografici del passato, come la letteratura psichiatrica legittima casi di schizofrenia utilizzando casi precedenti; c’è interferenza tra letteratura e realtà.
A Mirabella Eclano, ad esempio, nel VI secolo, vi era già una comunità ecclesiastica ben strutturata, con un esorcista esplicitamente definito tale. La figura dell’esorcista è esplicitamente menzionata in testi letterari ed epigrafici fin dal III secolo, ed è fin da allora indicata come una delle funzioni più importanti del clero: ad esempio, la città di Roma, nel 250, conta ben 300 esorcisti. Sembra però che, prima della regolamentazione del 1614, non vi fosse un vero e proprio codice di esorcismo, o meglio, il “codice” era più inconscio che codificato, ed era trasmesso attraverso l’agiografia: si trattava di citazioni più o meno elaborate dalle Scritture, mescolate a vere e proprie formule magiche pre-esistenti (come negli esorcismi che si trovano all’interno del Codex Gigas di XIII secolo), anche se la corrente dominante, a partire da Origene, tendeva sempre a disciplinare e a distinguere demonologia e possessione diabolica.

Per saperne di più:
Il diavolo nel Medioevo, atti del 49o Convegno storico internazionale (Todi, 14-17 ottobre 2012), Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, 2013;
Gabriele Nanni, Il dito di Dio e il potere di Satana: l’esorcismo, Roma, Libreria editrice vaticana, 2004.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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