Braveheart – Mel Gibson (1995)

A scuola ho imparato che il Novecento ha fatto a pezzi l’eroe: da Proust a Joyce, da Pirandello a Svevo, ciò su cui si insisteva sui vari manuali di letteratura era la presenza dell’ “antieroe” nelle sue sfaccettature più varie (l’ “inetto”, l’ “homo tragicus“, ecc.) E, ironia della Storia, proprio nel secolo del “superuomo” di nietzschiana memoria, e delle tante sue caricature che i vari regimi dittatoriali hanno pubblicizzato in tutte le salse possibili e immaginabili, nonché appiccicato su due massacri mondiali in cui davvero non c’era niente di eroico. Eppure c’è da riflettere che, nella seconda metà del Novecento, abbiano avuto così tanto successo le saghe fantastiche, a cominciare da quella di Tolkien, dove l’eroe rientrava per così dire “dalla finestra” nella sua veste secondo me più autentica e vera: quella del Cavaliere. Se poi passiamo al fumetto e al cinema, soprattutto Hollywoodiano, di eroi ne troviamo dovunque, in infinite varianti, con o senza “super”; e questo, a mio parere, al di là di megalomanie e miti americani, qualcosa vorrà dire.
Così fu molto onesta da questo punto di vista l’operazione di Mel Gibson, all’epoca conosciuto da tutti principalmente come divo di film d’azione, di prendere un mito e di usarlo per spiegare cosa fosse per lui un eroe: e di farlo con il film Braveheart, intraducibile in Italiano, anche se reso con il sottotitolo molto elegiaco di “Cuore impavido“.
Ho detto “un mito”, attenzione, non “una storia”: perché di William Wallace (1270-1305), campione delle Guerre d’Indipendenza Scozzesi, come per tutti gli eroi realmente esistiti, c’è la biografia storica, e c’è il mito costruito nel corso dei secoli. Ed è quest’ultimo che a Mel Gibson interessa: dunque a mio parere si perderebbe tempo a far notare tutti gli errori storici presenti a palate nel film, a partire dalla presenza dello Ius Primae Noctis usato dal re d’Inghilterra Edoardo Plantageneto a danno del popolo scozzese, nella realtà mai esistito. L’idea che il regista vuole dare della Scozia a cavallo tra il Duecento e il Trecento è quella di un mondo selvaggio, ancestrale, rude ma sano, retto da un codice non scritto tramandato di padre in figlio fatto di lealtà, di amore per la propria terra, di cameratismo tra uomini e di rispetto per le donne. William Wallace è chiamato a difendere questo mondo contro la tirannia dei dominatori Inglesi, ma anche contro l’affarismo degli stessi nobili scozzesi, divisi e preoccupati solo dei propri interessi.
Mel Gibson vuole rendere un eroe che ha tutti i tratti del cavaliere, anche se vestito e a volte truccato come un “barbaro” da figurina ottocentesca: un guerriero di animo nobile seppur di origine plebea, pieno di forza, di passione, coerente fino all’ultimo, disposto a dare la vita non per un ideale astratto, ma per la concretezza della sua terra, fatta di persone fisiche da difendere, di vite costruite con le proprie mani da proteggere. La “libertà”, parola che nel film ritorna continuamente, tanto da essere gridata dal Wallace fin sul patibolo, acquista così una fisicità che in altri contesti manca: persino nelle scene più retoriche, come il discorso del protagonista all’esercito scozzese prima della vittoriosa battaglia di Stirling Bridge, si avverte che le parole altisonanti corrispondono ad una posta in gioco molto alta, il destino di un popolo.
Naturalmente, ogni cavaliere che si rispetti ha una dama nel cuore: in questo caso, Marion Braidfute, anch’essa presa dalla leggenda. La sua figura ha insieme la concretezza della “ragazza della porta accanto” e il ruolo dell’eroina da romanzo cavalleresco, motore della vicenda ed educatrice del cavaliere. È il suo assassinio da parte degli Inglesi a spingere William Wallace verso la lotta armata, lui che prima non ne avrebbe avuto alcuna intenzione; ed è sempre lei, che compare di tanto in tanto all’amato in sogno o in visione, a guidarlo e ad incoraggiarlo , finché il suo sorriso sarà la ricompensa dell’eroe al momento della morte, mentre spira con il fazzoletto di lei stretto in mano.
Alcune dimensioni sono costruite molto bene, con una bella verosimiglianza: ad esempio, quella dell’amicizia tra il Wallace e i suoi compagni d’arme, fatta di cameratismo a volte goliardico, ma sicuramente improntato alla lealtà e ad affetto sincero, che certamente all’epoca doveva rappresentare l’ideale dell’amicizia tra cavalieri, come traspare ad esempio dalle memorie di Jean de Joinville. Oppure la dimensione della spiritualità, spesso dimenticata in questo tipo di pellicole, eppure più che presente all’epoca, in tanti modi diversi: su Dio si scherza ben volentieri, come fa l’Irlandese Steven che sostiene di parlare con lui, ma ci si rivolge anche per chiedere la forza di affrontare una battaglia o il patibolo.
D’accordo, nella realtà le cose erano molto più complicate: il concetto di “nazione” era ancora di là da venire, e il vero William Wallace probabilmente non combatteva per la Scozia contro l’Inghilterra, ma per Robert Bruce, considerato il legittimo pretendente al trono, contro l’usurpatore Edoardo d’Inghilterra. Piace però pensare che ci sia stato davvero qualcuno disposto a giocarsi la vita per qualcosa di altro da sé, e per cui il destino della propria gente fosse qualcosa per la quale valesse la pena anche morire. Ovvero, come afferma lo stesso protagonista rifiutando di chiedere la grazia per evitare la condanna a morte: «Tutti devono morire, ma non tutti vivono veramente.» Sarà anche retorica, ma resta il fatto che William Wallace la vita se l’è giocata sul serio; e il successo che il film ha avuto e continua ad avere, a più di vent’anni di distanza, mostra che questo ha colpito nel segno.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a Braveheart – Mel Gibson (1995)

  1. Carla ha detto:

    è il mio film preferito, fantastico ❤

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