L’Italia del Trecento era già «global»

di Alessandro Barbero

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Paolo Uccello, Monumento a Giovanni Acuto, affresco, 1436, Firenze, S. Maria del Fiore.

Immaginate un mondo in cui gli Stati vanno perdendo la loro capacità di controllare quello che avviene sul loro territorio; dove il vero potere non è gestito dai governi, ma da compagnie extra-territoriali e multinazionali, che non hanno un paese da difendere o un popolo da proteggere, ma rispondono soltanto ai loro soci; dove l’andamento quotidiano dell’economia è stravolto dalla rapacità di queste compagnie e dei loro capi, gente abile e senza scrupoli che ha un unico obiettivo, risucchiare a proprio vantaggio i risparmi della gente.Suona familiare? Invece è l’Italia del Trecento, dove gli Stati regionali governati dalle grandi città capitalistiche, Firenze, Venezia, Milano, si trovano di fronte a una sfida che non erano preparati ad affrontare. L’enorme quantità di denaro che affluisce nei loro forzieri permette di mettere in campo eserciti poderosi, molto più forti di quelli che ciascun governo potrebbe reclutare fra i propri cittadini. Perciò si comincia ad assumere professionisti, che non mancano in un’Europa piena di nobilucci squattrinati e figli di borghesi in cerca di emozioni forti; e ci si accorge troppo tardi di aver creato un meccanismo infernale, capace di stritolare molti piccoli stati e di far sudare freddo anche quelli grandi.
Assunti e strapagati dai governi, i capi mercenari hanno ai loro ordini così tanta gente armata che nessuno può davvero costringerli a obbedire. Licenziarli è impossibile, l’unica cosa da fare è continuare a pagarli, anche quando le richieste crescono in modo irragionevole e l’oro versato in quel pozzo senza fondo assomiglia in modo sempre più inquietante al pizzo pagato per una tracotante protezione. Intanto le compagnie stanno accampate nel paese, migliaia di uomini e cavalli alloggiati a spese degli abitanti, bisogna nutrirli e chiudere un occhio se allungano le mani sulla roba e sulle donne; chi specula sulle forniture si arricchisce, ma la maggior parte della gente si limita a constatare che l’insicurezza è cresciuta e le tasse anche.
Giovanni Acuto era uno dei più accorti fra quei condottieri, mezzo generali e mezzo capitani d’industria, che fecero soldi in questo modo nell’Italia del Trecento. Inglese, in un’epoca in cui gli inglesi erano percepiti sul continente come una razza feroce e sanguinaria, aveva talento per il mestiere; sapeva dettare belle lettere, come quella che mandò a Siena nel 1374, in un momento in cui aveva bisogno di soldi, avvertendo che aveva intenzione di passare da quelle parti e confidava che i senesi volessero «fare un po’ di cortesia a questa Società, come è doveroso fare alle genti d’arme», e nel complesso se la cavò così bene che il comune di Firenze, cui aveva succhiato denaro per cinquant’anni, dopo morto lo fece magnificamente ritrarre da Paolo Uccello su una parete del duomo.
Duccio Balestracci osserva con malizia che la delibera di erigere all’Acuto un monumento funebre venne presa dai fiorentini quando il condottiero era ancora vivo; ed è inevitabile pensare che abbiano poi pagato volentieri l’affresco per il sollievo che finalmente fosse morto.

da “La Stampa”, 07/02/2004.

Per saperne di più:
Duccio Balestracci, Le armi, i cavalli, l’oro : Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del Trecento, Bari, Laterza, 2009.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a L’Italia del Trecento era già «global»

  1. newwhitebear ha detto:

    non cambia mai nulla sotto il sole d’Italia

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