Eremiti, il fascino della fede estrema

di Cesare Segre

«Vitae patrum»: esempi di virtù inimitabili diffusi in tutta la cristianità.

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Buonamico Buffalmacco, gli eremiti della Tebaide – affresco, 1336-41 – Pisa, Camposanto Monumentale

Forte, tra chi sente intensamente una fede, la spinta a viverla in solitudine, scavando in se stesso e anelando al contatto solo con Dio. Un atteggiamento di questo genere può ispirare la ricerca dei luoghi più isolati e impervi: nasce così l’anacoretismo. Questo fenomeno fu frequente nei secoli III e IV dell’era volgare. La nuova religione appare ormai affermata, anche se rimangono ampie zone di idolatria, ed è vivace il ricordo dei martiri della fede; intanto maturano le prime eresie, come quella di Ario. Sugli anacoreti si sviluppò una ricca letteratura, dapprima in greco, presto raccolta, tradotta in latino e ulteriormente sviluppata, sotto l’etichetta di Vitae patrum. Il sovrapporsi e il proliferare dei testi spiega anche la frequente riapparizione degli stessi personaggi.
I protagonisti di questa produzione edificante sono gli eremiti dell’ Egitto e della Palestina, con appendici in altri Paesi mediterranei. Trovato il loro futuro nascondiglio, essi rinunciano a ogni piacere terreno. Qualcuno indossa per tutta la vita lo stesso abito, mai lavandosi se non le dita delle mani, altri si coprono con foglie di palma intrecciate. Si nutrono d’erbe e acqua di sorgente; c’è chi, meglio organizzato, riceve dal cielo la sua mezza pagnotta quotidiana. E poiché esiste sempre il pericolo d’incontrare qualche viandante, molti si chiudono in una cella, alcuni in un sepolcro, preparandosi a rimanervi per sempre. Ci sono poi forme estreme: un eremita passò tre anni in piedi, nutrendosi solo con l’ostia della comunione domenicale. Gli eremiti sono continuamente tormentati dal demonio, insofferente della loro perfezione. Egli si manifesta in forme terrificanti, magari concretandosi in un’orda di mostri, né è raro che colpisca corporalmente il povero eremita. Abbastanza comune è che si trasformi in una donna che offre le sue grazie al sant’uomo. Il più delle volte gli anacoreti resistono. Anche con mezzi estremi, come il metallo incandescente con cui uno di essi usava piagarsi per non cadere nel peccato. Le motivazioni per una simile crudeltà verso se stessi non sono molto esplicitate. Troviamo però in un punto delle Vitae patrum l’affermazione che la vita eremitica è più nobile e sicura di quella di chi si dedica a opere di misericordia, perché le opere di misericordia, riguardando «cose corruttibili e materia terrena», impediscono di offrire a Dio preghiere «pure e senza impedimento». La concorrenza tra i due atteggiamenti verso la divinità si concretizza nel confronto tra il regime conventuale e quello eremitico. Infatti molti anacoreti hanno abbandonato una precedente situazione di conventuali, mentre altri fondano loro stessi nuovi monasteri quando i fedeli, diventati loro seguaci, chiedono di riunirsi in fratellanza. Una gara per la perfezione.
Le Vitae patrum, diffuse in tutte le lingue della cristianità, hanno trovato il loro divulgatore ideale in Italia nel frate Domenico Cavalca, attivo a Pisa nel convento domenicano di Santa Caterina. Uomo d’azione, il Cavalca ebbe una posizione rilevante nella vita religiosa e politica di Pisa, anche in qualità di consigliere dei membri più autorevoli del Comune. Da notare che fu tra i responsabili dei famosi affreschi del Camposanto di Pisa, specie per la scena sugli anacoreti. E anche se alla traduzione che gli si attribuisce deve aver lavorato una vera équipe, è innegabile che la sua personalità stilistica risulta del massimo livello: si noti che siamo intorno al 1330, cioè pochi anni prima del Decameron, e lo stile del frate pisano è degno d’essere almeno accostato a quello del fiorentino Boccaccio. L’edizione critica delle sue Vite dei santi padri, a cura di Carlo Delcorno (Edizioni del Galluzzo, 2 volumi), ci permette di leggere nella veste linguistica originaria un testo, di estrema importanza documentaria e linguistica, che ha circolato, in passato, solo in veste fiorentina. Frate Domenico, uomo pratico e tutt’altro che contemplativo, si rendeva certamente conto che i suoi santi padri non erano facilmente imitabili. Deve aver pensato che è conveniente mettere la meta più in alto possibile. Del resto, si nota che il suo volgarizzamento alleggerisce molto la parte teorica e le considerazioni di carattere religioso. E bisogna riconoscere che i personaggi del racconto, quando predicano, indicano obiettivi non irraggiungibili. Dopo la vita di Paolo eremita ci si limita a biasimare l’esibizione di ricchezza e ad affermare l’inutilità del lusso. Meglio la tonaca dell’eremita che la porpora dei re. Ma allora perché diffondere esempi così estremi? Il successo delle Vite dei santi padri mostra che il divario tra esempio e realtà non era così difficile da superare. S’aggiunga l’efficacia della narrazione, nei molti racconti inseriti. Un esempio minimo: qualcuno regala un grappolo d’ uva a san Macario ammalato; il santo lo porta a un confratello che ritiene più ammalato ancora, e questi lo darà a un altro, sin che il grappolo, dopo aver girato per tutto il convento, ritorna allo stesso san Macario, deliziato di tanto affetto reciproco. È poi notevole, in questi racconti, la sottigliezza psicologica. Una giovane bellissima si trasforma, per quanti la guardano, in un cavallo. I genitori la conducono a san Macario, perché la riporti alla sua natura. Il santo però ha capito che la «trasfigurazione» non è del corpo della giovane, ma dei loro occhi («per illusione diabolica»), e con qualche orazione e un po’ di olio santo li sottrae all’incantesimo.

Da “Il Corriere della Sera”, 5/09/2010.

Per saperne di più:
Domenico Cavalca, Vite dei santi Padri, a cura di Carlo Delcorno, Firenze, SISMEL, 2009.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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