Assaporare il «Decameron»

di Lina Bolzoni

Chichibio e la gru - miniatura dal "Decameron" di Boccaccio - Francia, XIV sec.

Chichibio e la gru – miniatura dal “Decameron” di Boccaccio – Francia, XIV sec.

Il cibo è tema onnipresente nei programmi televisivi, declinato nei modi più diversi, a volte con i toni impietosi e crudeli della competizione, che Crozza sa mettere così bene alla berlina. È un piacere invece ritrovarlo nel libro di Laura Sanguineti White, svolto con eleganza e precisione, usato come uno strumento di attraversamento del Decameron, come utile cartina di tornasole per metterne in evidenza la sapienza narrativa, la comicità, lo studio attento dei diversi caratteri.
Il cibo, ci ricorda l’autrice, è un grande tema culturale: riguarda l’antropologia, la storia economica e sociale, il galateo, la cultura materiale, il gender, le prescrizioni della dieta e della medicina (alcune eleganti immagini tratte dai Taccuina sanitatis accompagnano il saggio), ha a che fare con le pratiche della socialità, con la ricchezza e la miseria (e viene in mente lo splendido, pioneristico lavoro di Piero Camporesi, il suo Il pane selvaggio, ad esempio)
Questo approccio si rivela molto fruttuoso per il Decameron: l’autrice lo lega infatti al grande tema dell’importanza, della esaltazione dei sensi, al costruirsi di una comunità che coltiva una socialità raffinata, in cui si cerca il piacere insieme con l’eleganza e la misura. Una scelta di civiltà contro l’abbandono all’eccesso cui altri si danno sotto l’incombere della peste, sotto il trionfo minaccioso della morte
I cibi e le bevande, il momento del convito accompagnato da canti, danze, musica, rallegrato dai motti, intervallato dal narrare, costituisce infatti un ingrediente essenziale della cornice dell’intera opera e delle singole giornate. Questo è del resto uno dei temi portanti del libro: il nesso fra il cibo e la narrazione, il fatto che l’incontro amicale, il convito preludono «al banchetto verbale, al cibo spirituale offerto dalla grande arte del narrare». E proprio la narrazione, e quindi la letteratura, come la critica ha messo in risalto, avrà la funzione di allontanare e in definitiva di vincere la morte: una nuova e eterna reincarnazione della Sherazade delle Mille e una notte.
Ci sono alcune immagini di cibo che hanno una forte qualità visiva, un impatto memorabile, tale da rievocare con forza l’intera novella: pensiamo alle “insalatuzze” di ser Ciappelletto, che nella sua improbabile confessione denuncia di aver troppo desiderato «cotali insalatuzze d’erbucce, come le donne fanno quando vanno in villa», oppure alla montagna di parmigiano evocata da Calandrino nella sua descrizione del paese di Bengodi, e naturalmente al falcone che Federigo degli Alberighi sacrifica al suo amore, o alla gru con una gamba sola, dato che Chichibio, «vinizian bugiardo» e grande cuoco, ha fatto dono dell’altra alla sua bella.
Alle metafore legate al cibo il saggio dedica un’attenta analisi. Sono spesso di natura sessuale: tipico il caso del digiuno, o della dieta, che indicano appunto una privazione sessuale; modi di dire popolari, come “rendere pan per focaccia“, vengono riusati in questo senso. È interessante notare che le metafore di tipo alimentare-sessuale si intrecciano con l’autorappresentazione della scrittura: divertente il paragone con il porro, che ha la testa bianca come i vecchi e le foglie verdi, come i giovani. Boccaccio lo usa nella introduzione alla IV giornata, dove il famoso aneddoto delle donne-papere serve a ricordare l’invincibile e naturale forza dell’amore e Boccaccio rivendica, sulla scorta di esempi illustri come Dante e Cavalcanti, il suo diritto di amare anche in età avanzata e di dedicare alle donne le sue novelle. Il porro, con i suoi diversi colori, era già apparso nell’ultima novella della prima giornata, dove un vecchio e celebre medico, mastro, Alberto da Bologna, lo usa per rispondere a chi lo prende in giro per l’amore che nutriva verso una giovane vedova. Il porro funziona così da richiamo da novella a novella, a immagine esemplare della diversità degli amori, a difesa di quelli senili (e insieme della libertà del novellare).
Nel descrivere e nel rievocare le bellezze delle donne il cibo svolge naturalmente una funzione di primo piano. Monna Isabetta è «fresca e bella e ritondetta che pareva una mela casolana»; nell’infernale beffa che un abate gioca al povero Ferondo, per poter godersi liberamente sua moglie, gli fa credere di essere in Purgatorio, e tra le sofferenze Ferondo rievoca la bella consorte, «la più dolce: ella era più melata che il confetto».
E a proposito di confetti l’autrice ci fa notare come il binomio vini e confetti sia ricorrente, una specie di contrassegno dei momenti di convivialità. I confetti, come leggiamo da una citazione di Claudio Bemporat, erano composti di «un nucleo di zenzero, mandorle, noci, cannella, semi di finocchio ricoperto da uno strato solido di zucchero, serviti all’inizio e alla fine dei banchetti più lussuosi». La presenza del cibo si delinea nel testo attraverso un gioco di varianti e di articolazioni: se nella cornice il riferimento è generico (vini e confetti, vivande buone e delicate), via via nelle novelle siamo meglio informati di cosa si mangia e si beve, con attenzione alle varietà regionali: così ad esempio la bella – e pericolosa – siciliana offre a Andreuccio da Perugia, arrivato a Napoli, del vino “greco”, mentre il notaio attempato che nell’ultima novella della seconda giornata fa fatica a consumare il matrimonio, ristora poi le sue forze, oltre che con i soliti confetti, con una buona vernaccia.
I cibi si adeguano infatti alle diverse prestazioni: nella prima novella della settima giornata il marito mangia «un poco di carne salata», mentre il giovane e prestante amante si concede, per prepararsi all’incontro amoroso, «due capponi lessi, molte uova fresche e un fiasco di buon vino».
Il cuore umano, in particolare il cuore della persona amata, entra in gioco in alcune delle novelle più tragiche e visionarie: se Ghismonda condisce con «erbe e radici velenose» il sangue dell’amato che il padre geloso ha ucciso, Nastagio degli Onesti vede, nella caccia infernale in cui viene punita la crudeltà della sua bella che rifiuta il suo amore, il cuore di lei gettato ai cani.
Il tema del cibo si rivela così, nel bel libro di Laura Sanguineti White, componente importante di quel libro\mondo che è il Decameron.

da Il Sole 24 Ore, 15/05/2016

Per saperne di più:
Laura Sanguineti White, Seduzione e privazione. Il cibo nel Decameron, Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, 2016.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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