Marco Polo e le tavole d’oro, una leggenda vera

di Roberto Bianchin

Kubilaï Khan dona la tavoletta salvacondotto a Marco Polo - miniatura da "Il Milione", Parigi, 1410-1412 - Parigi, BnF.

Kubilaï Khan dona la tavoletta salvacondotto a Marco Polo – miniatura da “Il Milione”, Parigi, 1410-1412 – Parigi, BnF.

Se ne andava in giro sconsolato da vecchio, parlava da solo e scuoteva la testa. Quelli che incontrava, e che lo riconoscevano, si davano di gomito e ridevano e si facevano beffe di lui. Non gli credeva nessuno. Non credevano a quello che raccontava né a quanto aveva scritto, dettandolo a Rustichello da Pisa nel 1298, in carcere a Genova, nelle pagine del Milione. Fu il suo più grande cruccio. Non era servito a nulla, a messer Marco Polo, «savio e nobile cittadino di Vinegia», come si definiva, scrivere nel prologo che «le cose vedute dirà di veduta e l’ altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia veritieri e sanza niuna menzogna».

Editto imperiale su tavolette d'argento, dinastia Yuan (1260–1368), Inner Mongolia Museum.

Editto imperiale su tavolette d’argento, dinastia Yuan (1260–1368), Inner Mongolia Museum.

«È davvero un singolare paradosso che un libro sostanzialmente così realistico e positivo potesse essere ritenuto un contesto di fiabe e di menzogne dai contemporanei e dai loro discendenti fino ad un’ epoca a noi prossima», scrive Maurizio Scarpari, docente di cinese all’università di Cà Foscari, nella prefazione alla versione trecentesca del Milione appena uscita da Einaudi. Del resto era difficile credere, in quello che era stato battezzato il «livre des merveilles», a tutte quelle storie all’ apparenza strampalate di diavoli e briganti, santi e monarchi e bestie gigantesche. A uccelli che ghermivano gli elefanti con gli artigli e li sollevavano in volo, a popoli che potevano avere fino a cento mogli e le offrivano in dono agli ospiti, a sovrani che si dilettavano con sei fanciulle alla volta, a uomini «che hanno la coda lunga più di un palmo», e a popoli che hanno «testa di cane e mangiano tutti gli uomini che riescono a prendere».

Lampasso broccato - Veneza, XIV sec.

Lampasso broccato – Veneza, XIV sec.

Lo stesso sospetto di esagerazione, millanteria, mistificazione, gravava sulla «storiella» delle tavole d’ oro, grandi, massicce, istoriate e preziosissime, che il Gran Khan avrebbe donato, come lasciapassare, a Marco Polo, al padre Niccolò e allo zio Matteo. Quelle tavole invece, raffigurate in una preziosa miniatura custodita alla Biblioteca Nazionale di Parigi, esistevano davvero. La prova è contenuta in un documento del 1310, il testamento di Matteo Polo, che da martedì 21 febbraio fino al 1° marzo verrà esposto al Museo d’ Arte Orientale di Cà Pesaro nell’ambito della mostra Dalla Cina a Venezia, vesti imperiali, porcellane e giade della dinastia Qing (1644-1911), un itinerario «tra draghi cinesi e antichi documenti veneziani». La rassegna è stata organizzata dalla Soprintendenza speciale per il polo museale veneziano e dall’Archivio di Stato di Venezia in occasione del festival Il Drago e il Leone della Biennale Teatro diretto da Maurizio Scaparro e dedicato alla Cina, che inizierà appunto martedì.
Si tratta di un documento eccezionale, conservato in ottime condizioni nei depositi dell’Archivio di Stato, che torna alla luce dopo 52 anni. Fu esposto una sola volta, nel 1954, in occasione di una mostra dedicata a Marco Polo. Sono due grandi fogli di pergamena, redatti in latino dallo zio di Marco Polo, Matteo, il 6 febbraio del 1310 a Venezia, alla presenza del notaio Pietro Pagano e di due testimoni. Un testamento preciso, dettagliatissimo, in cui Matteo incarica i suoi due nipoti, Marco e Stefano, di eseguire una serie di disposizioni, tra cui vari lasciti in favore di chiese e monasteri come San Mattia di Murano, San Lorenzo di Venezia, Santa Caterina di Mazzorbo. Inoltre assegna ai nipoti varie somme di denaro, quantificate in lire veneziane dell’epoca, e stabilisce che debba essere divisa tra loro la proprietà del palazzo di San Giovanni Grisostomo, accanto al teatro Malibran, dove abitava. Ed è qui, dopo l’elencazione di una serie di altri beni e di gioielli, «zoie incasate», che parla, per la prima e unica volta, delle mitiche tre tavole d’oro del Gran Khan: le «tribus tabulis de auro que fuerunt magnifici Chan Tartarorum». Così le definisce. Le tavole sono inserite in un elenco di lasciti al nipote Marco, il viaggiatore.

Lampasso - Venezia, XIV sec.

Lampasso – Venezia, XIV sec.

L’autore del Milione, secondo Alessandra Schiavon dell’Archivio di Stato che ha curato la trascrizione del testamento, le avrebbe poi lasciate, una ciascuna, alle figlie Fantina, Moreta e Belella. Poi chissà. Una tavola risalirebbe al primo viaggio dei Polo in Cina, le altre due al secondo. Marco Polo ne parla più volte nel Milione. La prima all’inizio del libro, quando racconta che il Gran Khan diede loro «una piastra d’ oro su cui era scritto che ai messaggeri, in qualunque parte andassero, fosse dato ciò di cui abbisognavano… e in tutti i posti dove giungevano erano resi loro i maggiori onori del mondo grazie alla piastra d’oro». In un altro capitolo Marco racconta che per un nuovo viaggio il Gran Khan «fece dare loro due placche d’oro e ordinò che avessero libero passaggio in tutte le sue terre e fossero completamente spesati, loro e i loro servitori, dovunque andassero». E una volta anche il re dell’ isola di Giava, Chiacatu, diede loro quattro piastre d’oro su cui era scritto che «andavano serviti e onorati». Il «mercante illuminato», come lo chiama il regista Scaparro, almeno sulle tavole d’oro non aveva mentito. Segno che forse, anche sul resto, per quanto potesse apparire incredibile, aveva raccontato il vero.

da “La Repubblica”, 19/02/2006.

Per saperne di più:
Marco Polo, Il milione, prefazione di Maurizio Scarpari ; versione trecentesca dell’ottimo a cura di Daniele Ponchiroli, Torino : Einaudi, 2005.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a Marco Polo e le tavole d’oro, una leggenda vera

  1. newwhitebear ha detto:

    Il milione un libro che sa dell’incredibile ma assolutamente veritiero, come questo articolo dimostra.

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