Questione di moneta: tremissi, tarì e follari nella Salerno dell’Anno Mille.

Solido aureo di Sicone (819-832) - zecca di Salerno.

Solido aureo di Sicone (819-832) – zecca di Benevento.

Dal punto di vista economico, l’XI secolo rappresenta uno snodo primario per l’intera Italia meridionale, Sicilia compresa. E questo paradossalmente anche grazie alla situazione molto fluida del panorama politico e sociale, sia al suo interno sia all’esterno: ad esempio, nella Sicilia araba si fronteggiano gli emirati di Mazzara, Girgenti e Siracusa, mentre nella Puglia e nella Calabria bizantine serpeggia una certa insofferenza per l’eccessivo fiscalismo di Costantinopoli che alimenta la spinta all’indipendenza di questi territori.
All’inizio, i Longobardi non conoscono la moneta, e per gli scambi utilizzano un’apposita forma di pane: le prime monetazioni risalgono alla fondazione del Regno d’Italia nel 572, e sono coniate da zecchieri di Ravenna.
Per l’Italia meridionale altomedievale è nota l’attività di produzione di alcune zecche: le principali sono Roma, Benevento, Salerno, Capua, Gaeta, Napoli, Amalfi. I tipi iconografici sono di matrice fondamentalmente bizantina, più marcata nella zecca di Salerno, sorta in seguito alla divisio ducatus dell’849, mentre in quella più antica di Benevento (chiusa nell’860 a causa dell’invasione capuana) si fa più sentire l’influenza dell’iconografia carolingia. Anche la tipologia di monete si differenzia a seconda della zecca: a Salerno si coniano solidi e tremissi d’oro praticamente identici a quelli coniati in tutto il mondo bizantino, mentre Benevento utilizza anche i denari d’argento carolingi; Gaeta e Capua battono follari di rame, ma in quest’ultima la zecca finirà con Pandolfo Capodiferro (961-981); anche dalla zecca di Amalfi inizialmente escono i follari di derivazione bizantina, ma, a partire dal 960, cominceranno a uscire anche i tarì d’oro, una moneta fatta apposta per rispondere alla dinamicità del commercio amalfitano e che, nell’XI secolo, anche Salerno inizierà a coniare, probabilmente per influenza della colonia amalfitana e di quella ebraica presenti in città. Nello stesso secolo, anche Salerno comincia a produrre i follari di rame (specchio forse della contrapposizione in atto in quel periodo tra Salerno e Amalfi), e iniziamo ad assistere al fenomeno della sovrabattitura delle monete: ovvero, al posto di un tondello vergine, si batte il conio su una moneta vecchia, del cui tipo noi possiamo notare le tracce; e questo accade per vari motivi, damnatio memoriae dei sovrani precedenti, o semplicemente carenza della materia prima; a volte assistiamo a delle vere e proprie campagne di sovrabattitura promosse dall’autorità politica per rimarcare il loro potere, in cui viene ribattuto tutto il materiale in circolazione. Da sottolineare che tarì e follari saranno coniati anche dai Normanni dopo la conquista di Salerno nel 1076.

Follaro di rame di Gisulfo II (1052-1059) - zecca di Salerno.

Follaro di rame di Gisulfo II (1052-1059) – zecca di Salerno.

Questi piccoli indizi ci portano alla conclusione che il contesto culturale mediterraneo, in cui Salerno tra il X e l’XI secolo cerca di entrare, è dominato fondamentalmente dai Greci e dagli Arabi, un contesto in cui gli Amalfitani già da tempo sono perfettamente inseriti: le loro navi portano nelle colonie del Nord Africa sia merci di lusso provenienti da Costantinopoli come stoffe e spezie, sia prodotti del Sud Italia come vino, castagne e schiavi longobardi.
Questo per quanto riguarda il “commercio internazionale”, ma al livello locale quali monete circolano?
A questa domanda si può rispondere solo parzialmente, perché solo una minima parte delle monete che noi oggi abbiamo di quel periodo proviene da siti archeologici individuabili: non dobbiamo dimenticare che si tratta sempre di dischi di rame o d’oro considerate soprattutto per il loro valore intrinseco, e dunque si continua a farle circolare e a tesaurizzarle anche molto tempo dopo la fine dell’autorità che le ha emanate, tanto che noi troviamo tarì di XI secolo in gruzzoli del Quattrocento; naturalmente vengono tesaurizzate solo quelle di maggior valore, mentre quelle di minor valore vengono subito rimesse in circolo, magari dopo un’opportuna sovrabattitura. Un altro motivo è il fatto che le monete prodotte effettivamente in Italia meridionale sono poche rispetto ad esempio a quelle provenienti da Costantinopoli o dalla Sicilia: questo perché, all’interno dei loro territori, i Longobardi utilizzano la monetazione bizantina.

Tarì amalfitano, X sec. - zecca di Amalfi.

Tarì amalfitano, X sec. – zecca di Amalfi.

Non solo, la imitano: Ad esempio, il famoso follaro di rame di Gisulfo II, spesso mostrato come una delle prime immagini della città di Salerno, imita in realtà un follaro di Mansone II coniato pochi anni prima ad Amalfi. Si imita addirittura la sigla della zecca di Costantinopoli, come accade in una tremisse di Sicardo; le prime monete longobarde, coniate da Arechi I, non hanno alcun riferimento al sovrano, e riportano il monogramma dell’imperatore di Costantinopoli Eraclio. La stessa cosa accade anche ad Amalfi con i tarì: quelli amalfitani si distinguono da quelli siciliani trattandosi di imitazioni pensate apposta per entrare nel mercato arabo, caratterizzati da una legenda in pseudo-cufico che a leggerla non ha nessun significato, ma che vengono accettati anche in Sicilia perché rispettano il peso in oro richiesto. Infatti il mercato internazionale richiede la moneta d’oro. La circolazione delle monete locali, invece (prevalentemente in rame, il cui peso è molto variabile), serve soprattutto per i mercati locali, una rete che diviene molto capillare.
In Italia meridionale si abbandona presto la monetazione d’argento, l’unica di origine carolingia, sia per la scarsità della materia prima sia per l’inserimento del territorio in un contesto mediterraneo, in cui prevalgono l’oro e il rame. Dunque le monete di riferimento divengono il follaro e il tarì; se la monetazione bizantina prevale, il motivo principale è la necessità di pagare le milizie.

Per saperne di più:
Lucia Travaini, La monetazione nell’Italia normanna, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1995;
Philip Grierson, Tarì, Follari e Denari. La numismatica medievale nell’Italia meridionale, Salerno, Elea Press, 1991;
Gaetano Foresio, Le Monete delle zecche di Salerno prima parte: I Longobardi, principi di Salerno; I duchi di Amalfi; i duchi normanni di Salerno, e le incerte, Salerno, Tip. del Commercio A. Volpe, 1891;
Lucio Bellizia, Le monete della zecca di Salerno, Salerno, Libreria Ar, 1992.

Annunci

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
Questa voce è stata pubblicata in Economia & società. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Questione di moneta: tremissi, tarì e follari nella Salerno dell’Anno Mille.

  1. marzia ha detto:

    Estremamente interessante…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...