I Guaimario: una dinastia tra due imperi

Sovrano - miniatura dal "De Universo" di Rabano Mauro - Montecassino, X-XI sec.

Sovrano – miniatura dal “De Universo” di Rabano Mauro – Montecassino, X-XI sec.

Ad un certo punto, tra il X e l’XI secolo, nel Sud Italia, comincia a correre sempre più frequentemente un nome, pronunciato con crescente rispetto: Guaimario. Una dinastia di origine spoletina che, sia pure ad intermittenza, dominerà per un secolo, fino all’arrivo dei Normanni, non solo il principato di Salerno, ma, con Guaimario III e Guaimario IV, l’intero Mezzogiorno, portandolo ad un tale livello di splendore da eguagliare, agli occhi dei cronachisti dell’epoca, l’ “età dell’oro” del principato di Arechi.
Questo grazie anche ad una straordinaria capacità di confronto con i poteri politici del loro tempo, soprattutto con le due autorità da cui all’epoca non si può prescindere: gli Imperatori, quello d’Occidente e quello d’Oriente. I Guaimario riusciranno così sia a conquistare una certa autonomia per i propri domini sia ad inserire a tutti gli effetti il Mezzogiorno nella “politica internazionale”.
Sono vari i fattori che i Guaimario sfruttano abilmente per affermarsi politicamente; anzitutto la presenza intermittente di entrambi gli imperatori sul territorio, che crea un vuoto di potere in cui si inseriscono i principati di Benevento, Salerno e Capua; poi il profondo grado di parentela tra le famiglie dei tre principati, da Salerno fino ad Aquino, una rete pazientemente tessuta attraverso un’accorta politica matrimoniale; così come l’uso mirato e strumentale della violenza, all’interno del quale bisogna sottolineare il ruolo attivo svolto dai Normanni.

Carro del re - miniatura dal "De Universo" di Rabano Mauro - Montecassino, X-XI sec.

Carro del re – miniatura dal “De Universo” di Rabano Mauro – Montecassino, X-XI sec.

Pur essendo i principati longobardi formalmente sottomessi agli imperatori d’Occidente, la loro effettiva presenza sul territorio si conta sulle dita di una mano.
Il primo a metter piede su suolo meridionale era stato Ludovico II, alla fine del IX secolo, il cui appoggio era stato fondamentale per salvare il Mezzogiorno dal tentativo di conquista arabo dell’871-72. Poi c’era stato Ottone II, che nel 967 aveva concesso l’intero ducato di Spoleto al principe di Capua, Pandolfo I detto Capodiferro, decretando così ufficialmente l’autonomia di Capua rispetto a Salerno. Un clamoroso fiasco si era rivelata invece l’impresa di Ottone II, che, sceso in Italia meridionale per riaffermare il suo potere e combattere l’emiro di Sicilia, aveva subito una sonora sconfitta contro i Saraceni a Rossano, in Calabria, nel 983.
Dal canto loro, gli imperatori d’Oriente non se n’erano stati con le mani in mano, tentando di strappare la Langobardia meridionale al dominio a loro parere illegittimo degli imperatori d’Occidente: già nell’891 l’imperatore Leone IV aveva espugnato con la forza Benevento, che però era stata riconquistata dopo soli tre anni. Un secolo dopo, nel 972, Giovanni I Zimisce aveva preferito la diplomazia, concludendo un accordo con Ottone I suggellato dal matrimonio della figlia Teofane con il futuro Ottone II. D’altra parte, però, l’Impero d’Oriente non rinuncia a riprendere il controllo almeno su altre zone come la Puglia, dando un contributo decisivo alla caduta dell’Emirato di Bari, soprattutto con la presa di Taranto nell’880.
In questa complessa situazione politica, i principati della Langobardia meridionale si inseriscono perfettamente, anche grazie ai loro stretti rapporti sia con le città costiere come Amalfi e con i vari catepanati greci della Puglia.

Manto dell'imperatore Enrico II, dono di Melo di Bari - Italia meridionale, 1018–1024 - Bamberga, Diözesanmuseum.

Manto dell’imperatore Enrico II, dono di Melo di Bari – Italia meridionale, 1018–1024 – Bamberga, Diözesanmuseum.

Dopo essere stato associato al trono dal padre Giovanni per dieci anni, Guaimario III diviene ufficialmente principe di Salerno nel 999. E si trova subito nel mezzo di una situazione politica molto complicata: da un lato c’è l’imperatore Enrico II che pretende il rispetto del giuramento di fedeltà fatto dai principi longobardi ai suoi predecessori, dall’altro c’è l’imperatore di Costantinopoli che, attraverso i suoi catepani come Basilio Bojoannes (i quali hanno un ruolo attivo anche in Campania) reclama anch’egli la sua sottomissione; a questo si aggiunge la minaccia dei Saraceni che continuano ad assaltare le coste meridionali e la situazione estremamente instabile della Puglia, con grandi rivolte come quella del duca Melo di Bari contro i catapani bizantini tra il 1009 e il 1017. Il primo atto di Guaimario, appena salito al trono, è associare al potere Giovanni, figlio della sua prima moglie Porpora; questi, però, muore nel 1018, e così Guaimario associa al potere il suo omonimo figlio, generato dalla sua seconda moglie Gaitelgrima.
Di sicuro, l’avvenimento che segna profondamente questo periodo è l’entrata in scena dei Normanni, tra il 999 e il 1016, giunti nell’Italia meridionale dal Nord della Francia prima da pellegrini, poi assoldati dai poteri locali come mercenari. “Clan” come quelli dei Drengot e degli Hauteville in parte si stanziano a Salerno, in parte si spostano a cercare chi li assoldi ad esempio in Puglia: come durante la rivolta di Melo di Bari, nel cui esercito che sconfisse per ben tre volte il catapano Basilio c’erano anche contingenti normanni.
Una volta sconfitto Melo a Canne nel 1018, però, il catepano si reca nei territori longobardi, per richiedere la loro formale sottomissione all’imperatore di Costantinopoli, e, come autorità di riferimento, sceglie il principe Pandolfo IV di Capua, costretto a consegnare le chiavi d’oro della città all’inviato del basileus, appoggiato dagli altri principi. Non contento, Basilio fa fortificare il confine per impedire l’accesso dei Longobardi alla Capitanata: tra le roccaforti che fa costruire, c’è quella di Troia, che darà molto filo da torcere, e non solo ai Longobardi.
Infatti, verso il 1022, l’imperatore Enrico II in persona, saputo ciò che l’Impero d’Oriente era riuscito ad ottenere alle sue spalle, piomba nel Mezzogiorno con l’esplicita intenzione di riprenderne il possesso: assedia l’abbazia di Montecassino, prende Capua e Pandolfo, colpevole di essersi formalmente sottomesso a Costantinopoli, viene imprigionato. L’intenzione di Enrico è quella di dare una sonora lezione a Basilio Bojoannes, ma non riuscirà ad espugnare le possenti mura di Troia, e la spedizione si risolve in un mezzo fiasco: l’imperatore si accontenta di una formale sottomissione degli abitanti e si ritira portandosi dietro Pandolfo IV in catene.
In tutto questo, Guaimario III è rimasto un po’ nell’ombra, pur essendo stata Salerno la prima città toccata da Basilio nel chiedere la sottomissione dei Longobardi al basileus: e la sua si rivela una strategia saggia, essendo egli legato da rapporti di parentela sia con il principe di Capua (di cui è cognato) sia con l’abate di Montecassino: il principe di Salerno conduce una politica di compromesso, quasi “doppiogiochista” tra i due imperi, ponendosi così sulla stessa linea dei suoi predecessori, che avevano sempre giocato la carta della sottomissione formale per mantenere l’indipendenza del Sud. Questo permetterà a Guaimario, alla morte di Enrico, di porsi come intermediario per la liberazione di Pandolfo tramite il pagamento di un riscatto.
Da segnalare anche l’abile politica ecclesiastica di Guaimario, della quale è certamente una prova la fondazione del cenobio benedettino di Cava dei Tirreni, dove tra l’altro è attestata l’esistenza di un borgo precedente; oltre al confronto dialettico con l’arcivescovo di Salerno, che si avvia a diventare un vero e proprio principe, signore di un vasto territorio a sud di Salerno che comprendeva anche il castrum Olibani (l’attuale Olevano sul Tusciano).

Scontro di cavalieri - pannello da cofanetto in avorio, Costantinopoli, metà XI sec. - Londra, Victoria & Albert Museum.

Scontro di cavalieri – pannello da cofanetto in avorio, Costantinopoli, metà XI sec. – Londra, Victoria & Albert Museum.

Morto Guaimario III, nel 1027, gli succede il figlio, Guaimario IV. Nei primi mesi di governo, è associato alla madre Gaitelgrima, una figura che unisce in qualche modo in sé l’intera Langobardia meridionale, essendo anche figlia del principe di Benevento e sorella di Pandolfo di Capua. Che una donna potesse ricoprire un ruolo così importante non deve stupirci affatto, in quanto si inserisce in una lunga tradizione che passa per figure come Adelperga moglie di Arechi o Aloara, moglie di Pandolfo Capodiferro, note soprattutto nel ruolo di reggenti. Ed è il ruolo che esercita anche Gaitelgrima nei confronti del figlio appena quattordicenne, influenzando (volente o nolente) la sua politica soprattutto in favore di suo fratello Pandolfo IV, il quale aveva imposto la sua tutela anche a Napoli, a Gaeta, e perfino ad Amalfi, prima tramite il matrimonio di sua sorella Maria con il duca Sergio III, e poi con l’occupazione diretta della città da cui il duca deve addirittura fuggire lasciando il potere alla moglie quale reggente del figlio Mansone, ricordata addirittura da Amato di Montecassino come «patricissa et ducissa».
Soltanto alla morte della madre, Guaimario IV può dissociarsi dalla longa manus dello zio e intraprendere una politica di espansione tra Campania, Puglia e basso Lazio.
In questo senso, si rivela fondamentale l’appoggio che riesce ad ottenere dall’imperatore Corrado II, che, nell’assise di Capua del 1038, approfittando del passo falso fatto da Pandolfo dell’occupazione armata dei territori dell’abbazia di Montecassino, condanna il principe di Capua all’esilio, concedendo la città, insieme ad Arpino, proprio a Guaimario, e addirittura adottandolo come figlio, secondo una consuetudine che mira a creare legami di parentela tra l’imperatore e i suoi collaboratori. Guaimario si ritrova ad essere così a tutti gli effetti rappresentante imperiale a pieno titolo nell’Italia Meridionale, e dunque la massima autorità sul territorio.
A differenza del padre, inoltre, Guaimario ha capito il potenziale dei mercenari normanni per attuare le sue mire espansionistiche, e si inserisce nel vuoto di potere creatosi tra i vari membri della famiglia degli Altavilla e si fa riconoscere da essi, secondo le consuetudini franche, come loro signore feudale, dando addirittura in sposa una sua nipote a Guglielmo detto “Braccio di ferro”. Questo gli permette di attaccare prima la contea normanna di Aversa dominata dai Drengot (rivali degli Altavilla), poi, nel 1029, i ducati di Sorrento e di Amalfi, concedendo la prima al fratello Guido e lasciando la seconda a Mansone II (pur sempre suo parente per parte della madre), ma riservando per sé il titolo di dux, degradando il nipote a vicedux.
Intorno al 1040, Guaimario si affaccia alla Calabria e alla Sicilia, nel momento in cui l’Impero d’Oriente in crisi, sta mettendo in piedi una spedizione (più propagandistica che altro) per riconquistare la Sicilia ancora in mano araba. Lo stratega Giorgio Maniace, comandante della spedizione, chiede aiuto al principe di Salerno, che, con un’abile mossa, gli mette a disposizione i mercenari normanni guidati da Guglielmo d’Altavilla. La campagna, naturalmente, fallisce, ma permette ai Normanni di stanziarsi nella zona del Vulture e a cominciare, di loro iniziativa, a fomentare ribellioni e a conquistare le città bizantine della Calabria e della Puglia. Queste conquiste, però, hanno bisogno di una legittimazione, e la loro autorità di riferimento è proprio Guaimario: gli Altavilla sono dunque investiti del titolo di conti dal loro signore, il quale a sua volta si attribuisce il titolo di dux Apuliae et Calabriae. Titolo, però, più simbolico che reale, essendo la maggior parte della Puglia ancora dominata dai catapani bizantini. Guaimario, nei diplomi da lui emanati, si attribuisce insegne imperiali, uno stile che attinge direttamente dal linguaggio propagandistico bizantino, ponendosi così come l’unica autorità del Mezzogiorno, riconosciuta anche dai Normanni.

L'imperatore Enrico III presiede alla consacrazione della chiesa di Stavelot - miniatura, Echternach, XI sec. - Brema, Staats und Universitätsbibliothek

L’imperatore Enrico III presiede alla consacrazione della chiesa di Stavelot – miniatura, Echternach, XI sec. – Brema, Staats und Universitätsbibliothek

Questo attivismo militare di Guaimario, alla lunga, finisce per creare le premesse per la sua rovina. E il primo atto si compie quando, tra il 1046 e il 1047, l’imperatore Enrico III piomba a Capua: a suo parere il principe di Salerno è diventato troppo potente e autoreferenziale, e così l’imperatore gli toglie sia Capua, concedendola nuovamente a Pandolfo IV, sia il titolo di duca di Puglia e di Calabria, riservandolo a se stesso. Guaimario perde così il controllo anche su Gaeta e Sorrento, e si ritrova in grande difficoltà economica.
Ed è in questo momento, il 3 giugno del 1052, che il principe cade vittima di una congiura pilotata proprio dal cognato Pandolfo, consumata sulla spiaggia di Salerno con trentasei colpi di lancia.
La sua morte ha una grande risonanza nei ceti dirigenti dell’Italia meridionale, ed è subito chiaro che con lui è terminato uno dei più grandi periodi di intraprendenza della storia del Mezzogiorno, anche se l’idea dell’opulenta Salernum, tanto esaltata agli inizi del Novecento, va sicuramente ridimensionata. La vicenda del suo regno, come quello di suo padre, dimostra comunque che il Mezzogiorno altomedievale non è affatto un’ “isola”, ma perfettamente inserito nel contesto del suo tempo, europeo e mediterraneo.
Persino l’arcivescovo Alfano I, nel carme dedicato a Guido, lo esalta prima di tutto come «figlio del grande duca Guaimario, che ha avuto i natali da stirpe regia», e, utilizzando un linguaggio squisitamente tardoantico, afferma addirittura che «Salerno, sotto il governo di lui, fu più splendida di Roma, prima città del Lazio».
Un po’ di esagerazione c’è senza dubbio, ma una cosa è certa: con Guaimario IV è finita un’epoca.

Per saperne di più:
Tommaso Indelli, Il tramonto della Langobardia minor. Longobardi, Saraceni e Normanni nel Mezzogiorno (X-XI sec.), Angri (SA), Editrice Gaia, 2015;
I Longobardi dei ducati di Spoleto e Benevento: atti del XVI Congresso Internazionale di Studi sull’Alto Medioevo ; Spoleto, 20 – 23 ottobre 2002, Benevento, 24 – 27 ottobre 2002, Spoleto, CISAM, 2004;
Il ducato e principato di Benevento: aspetti e problemi (secoli VI-XI). Atti del Convegno di studi (Museo del Sannio, 1° febbraio 2013), a cura di Errico Cuozzo e Mario Iadanza, Benevento, La provincia sannita, 2014.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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Una risposta a I Guaimario: una dinastia tra due imperi

  1. marzia ha detto:

    Un plauso per questo corposo lavoro che restituisce a tutti lacerti di storia poco nota.
    Brava Federica

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