Arn. L’ultimo cavaliere – Peter Flinth (2007)

Devo confessare di non aver mai amato i film direttamente o indirettamente dedicati alle Crociate, specie quelli degli ultimi anni (Le Crociate di Ridley Scott, tanto per fare un nome). Detesto i luoghi comuni sbattuti in prima pagina, e, quando si parla di Crociate al livello di mass-media, ce n’è finché si vuole: crociati colonialisti e fanatici contro musulmani pacifisti e tolleranti, anacronistici paragoni con l’odierna situazione in Medio Oriente, jihad compresa, e via dicendo. Quando poi ci si mettono di mezzo anche i Templari salta fuori veramente di tutto: teorie complottistiche, tesori nascosti, “storie segrete” in salsa anticlericale, e chi più ne ha più ne metta.
Per fortuna uno dei vantaggi di avere contatti con i rievocatori è che quando salta fuori qualcosa di valido lo si viene subito a sapere. Nello specifico, devo ringraziare i miei amici della Mansio Templi Parmensis di Parma, i quali, ad un certo punto, anni fa, cominciarono a parlare in toni entusiastici di due film tratti dalla trilogia Il Romanzo delle Crociate dello scrittore svedese Jan Guillou e ambientati alla metà del XII secolo, purtroppo usciti solo in Inglese. Nel 2010, finalmente, si diffuse la notizia che li avrebbero trasmessi nella versione italiana, riassunti in un unico film per la televisione: Arn. L’ultimo cavaliere, di Peter Flinth. 
La trama del film ruota intorno alla storia di Arn Magnusson, nobile svedese coinvolto nella guerra civile tra le due famiglie pretendenti al trono, quella degli Eriksson e quella degli Svereker, che si intreccia con la sua a tratti tragica storia d’amore con la bionda e bella Cecilia Algotsdotter. La gravidanza inaspettata di lei e gli intrighi delle rispettive famiglie finiscono per bollare pubblicamente gli amanti del marchio del disonore, e per condannarli ad un’espiazione di vent’anni in monastero. Mentre il calvario di Cecilia si svolgerà tutto tra le mura di un monastero femminile, Arn riuscirà a far commutare la sua condanna in servizio in Terrasanta all’interno dell’ordine dei Templari, dove, sotto il nome di Arn di Gothia, si guadagnerà fama di cavaliere invincibile, rispettato dagli stessi musulmani, partecipando alle battaglie più significative del suo tempo come la vittoria di Montgisard e la disfatta di Hattin. Pur creduto morto, riuscirà a tornare in patria, a sposare l’amata Cecilia e ad abbracciare il figlio Magnus, frutto del loro amore; morirà in una battaglia che pure vincerà, contribuendo alla fine della guerra civile e alla creazione definitiva del regno di Svezia.
Un film d’altri tempi, verrebbe da dire: da anni ’90 sicuramente, concepito come un grande affresco storico dal sapore epico ma senza nulla togliere ai drammi dei singoli personaggi. In alcuni passaggi, poi, il film ricorda quasi Braveheart per la suggestione delle riprese, l’attenzione ai luoghi e alle luci, le scene di battaglia girate “al naturale” senza quella ridondanza di effetti speciali oggi tanto di moda e con le cineprese ben piantate per terra, l’uso spesso e volentieri di piani ravvicinati e primi piani. Ben venga anche il ritmo lento della narrazione che concede una boccata d’aria rispetto all’ “horror vacui” decisamente ansiogeno che ho riscontrato in alcuni film degli ultimi anni come Exodus di Ridley Scott; certo, la condensazione di due film in uno solo si percepisce, in certi “salti” della trama e in semplificazioni un po’ irritanti, specie nella seconda parte del film, pur durato due ore e mezzo buone. I rievocatori andranno sicuramente in sollucchero per la ricostruzione minuziosa di ambientazioni, costumi e accessori che ci riportano in un XII secolo scandinavo assolutamente impeccabile.
Buono il livello del cast, quasi sconosciuto al livello internazionale (in Svezia non lo so), il che non è necessariamente un difetto: tra i due protagonisti io preferirei Sofia Helin che, nell’interpretare Cecilia, riesce a rendere il dolore terribile di una donna cui hanno strappato l’amato e il figlio, ma anche le speranze e l’evoluzione psicologica del personaggio nel corso degli anni, rispetto a un Joakim Nätterqvist forse un po’ statico nel ruolo di Arn. Comunque sia, mi ha fatto molto piacere sapere che Madre Rikissa, la terribile badessa del monastero femminile in cui Cecilia è reclusa, altri non fosse se non Bibi Andersson, la musa di Ingmar Bergman, protagonista ne Il Settimo Sigillo e Il posto delle fragole.
La cosa che più ho apprezzato del film, comunque, è stata la resa della mentalità: in una vicenda come questa sarebbe stato facile cadere nella tentazione di fare dei protagonisti due “moderni” in lotta con un tempo indietro anni luce rispetto a loro. Arn e Cecilia invece partecipano della mentalità del loro contesto, invocano la Vergine Maria come custode del loro amore, danno la colpa a persone concrete per lo sfacelo in cui la loro vita precipita, non alla “società” come a noi verrebbe naturale pensare.
Le scene in cui questa impostazione si può apprezzare di più sono proprio quelle ambientate in Terrasanta, in particolare i dialoghi di Arn con un misterioso viaggiatore saraceno cui ha salvato la vita, il quale scoprirà essere il Saladino in persona. Due uomini di due fedi diverse, schierati su fronti opposti, l’uno di fronte all’altro: e tuttavia la sceneggiatura non cede al politically correct di una requisitoria contro le Crociate. I due rimangono uomini del loro tempo: si stimano e rispettano a vicenda come uomini, il Saladino si considera in debito con l’uomo che gli ha salvato la vita e se ne ricorderà quando lo ritroverà come suo prigioniero, ma entrambi si considerano schierati su fronti opposti, e sono tutt’altro che relativisti. È lo stesso Saladino a dire in un passaggio: «Tre cose non possono nascondersi a lungo: la luna, il sole, la verità.»

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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2 risposte a Arn. L’ultimo cavaliere – Peter Flinth (2007)

  1. Dave Welf Masters ha detto:

    Sono contento che tu abbia seguito il consiglio dato sul gruppo! 😀 (almeno nel film lo dicono bene il segno della croce? 😉 )
    Io non ho visto il film, vidi solo i primi quarantacinque minuti, di una versione adattata a serie TV, quindi non posso giudicare, ho tuttavia letto i libri, che ho apprezzato molto e che hanno un valore intrinseco per me, personale. Vedere resi i luoghi e i personaggi che avevo immaginato resi in maniera così diversa dalla mia immagine mentale mi ha dato un senso di straniamento, ed alla fine ho deciso di non proseguire nella visione, mi basta la mia! I personaggi hanno realmente vissuto nella mia mente, ed è stato ben più di un film!
    Chiudendo l’excursus personale, da appassionato del Medioevo raccomando caldamente i libri, che hanno tutti i pregi che a quanto pare anche il film condivide.
    Buona serata 🙂

  2. Franco Vignazia ha detto:

    sono capitato per caso su questo blog…ma è un blog? e ho letto diverse cose molto interessanti!
    Sono un rievocatore da molti anni, e non è sempre facile trovare una impostazione così …onesta in chi avvicina medioevo e luoghi vicini! Purteoppo non ho visto il film ma ho letto l’intera saga di Arn , quarto volume compreso anche se il meno avvincente, a mio parere. Splendida, unica e purtroppo non molto conosciuta. Grazie comunque di questo bel luogo che hai creato.
    Franco Vignazia

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