Un’illustrazione a tre dimensioni: autopsie e dissezione nel Medioevo.

Dissezione di cadavere - miniatura dall'Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 - Chantilly, Bibliothèque du château

Dissezione di cadavere – miniatura dall’Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 – Chantilly, Bibliothèque du château.

Tra i luoghi comuni che vengono spesso tirati in mezzo sulla medicina medievale, c’è quello del “tabù dell’anatomia”: ovvero i medici medievali non avrebbero conosciuto il corpo umano che attraverso le descrizioni nebulose dei medici dell’antichità, non preoccupandosi minimamente di andare a verificare di persona, o, ancora peggio, non osando farlo per paura delle sanzioni imposte dalla Chiesa. In questo contesto, Leonardo e Michelangelo, con i loro lavori anatomici, sono spesso considerati degli eroi per aver sfidato i divieti ecclesiastici, a proprio rischio e pericolo.

Come prova di tutto questo, soprattutto nell’Ottocento, si è spesso citata la bolla Detestande feritatis, emanata da Bonifacio VIII nel 1299 e poi ripubblicata nel 1300.
A ben leggere questo documento, però, non si trova alcuna menzione né di autopsie né di dissezione. Quello che la bolla vieta nel modo più assoluto, sotto pena di scomunica, è una pratica di sepoltura molto diffusa nel Nord Europa, in particolare nel contesto delle Crociate, per chi fosse morto lontano dalla terra natia: far bollire il cadavere staccando così la carne dalle ossa, in modo che la carne fosse seppellita sul posto, e le ossa, insieme agli organi interni opportunamente trattati, trasportate in patria (anche il corpo del re di Francia Luigi IX aveva subito questo trattamento).
D’altra parte, in Italia, l’uso di imbalsamare i corpi con l’asportazione degli organi interni e l’utilizzo di materiali conservativi come la mirra è largamente praticato almeno dal XII secolo per personaggi particolarmente altolocati (papi compresi), e per persone morte in odore di santità: è ampiamente documentata nei minimi particolari, ad esempio, l’imbalsamazione di Chiara da Montefalco nel 1308, o quella di Margherita da Città di Castello nel 1320. Non ci si fa scrupolo, inoltre, di smembrare i corpi dei santi, donarne parti piccole o grandi, contendersele addirittura, per poter avere un contatto “fisico” con loro, dei pegni della loro presenza da poter vedere, toccare, baciare.

Dissezione di cadavere - miniatura dall'Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 - Chantilly, Bibliothèque du château.

Dissezione di cadavere – miniatura dall’Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 – Chantilly, Bibliothèque du château.

Forse è proprio questa carnalità insita nella mentalità medievale a rompere le forti riserve che fin dall’antichità si hanno alla sola idea di tagliare a pezzi il cadavere di un essere umano: nel mondo romano, ad esempio, la sepoltura immediata del defunto aveva un valore importantissimo, e lasciare un cadavere insepolto, preda dei cani e dei corvi, era l’umiliazione estrema, che si riservava solo agli schiavi crocifissi per gravi reati, e soltanto nei tempi più arcaici; era credenza diffusa che l’anima di un insepolto potesse tormentare i vivi per esigere ciò che spettava ai suoi mortali resti.
Per molto tempo, dunque, la dissezione è sì praticata, ma sugli animali: lo stesso Galeno aveva condotto i suoi esperimenti di anatomia su maiali e scimmie, la cui fisiologia era giudicata la più simile a quella umana.
Lo stesso accade nel mondo bizantino e nel mondo arabo, dove, se i vari testi medici sottolineano l’importanza della dissezione per comprendere i meccanismi del corpo umano, si tratta sempre di esperimenti su animali. In questo contesto, assume i caratteri di una raccapricciante eccezionalità l’episodio ricordato dallo storico bizantino Teofane (752–818) del capo dei predoni Scamari condannato a morte e dissezionato dai chirurghi ancora vivo.
Anche nella Scuola Medica Salernitana l’insegnamento dell’anatomia, è generalmente esplicitato attraverso la dissezione sugli animali, in particolare sui maiali: risalgono al XII secolo il trattato Anatomia Porci, tradizionalmente attribuito a Cofone, un’Anatomia di Mauro, e un’anonima Demonstratio anatomica corporis animalis che avrebbero fatto scuola per tutto il secolo successivo. Tuttavia sappiamo che l’imperatore Federico II già nel 1231, nelle sue Costituzioni di Melfi, rende obbligatorio lo studio dell’anatomia per chiunque voglia acquisire il titolo di medico, e consente la dissezione pubblica di un cadavere ogni cinque anni; dunque questo può voler dire che la dissezione su cadaveri umani fosse già praticata dalla Scuola Medica Salernitana anche in precedenza, ma non sappiamo in che misura.
È soltanto alla fine del XIII secolo, all’università di Bologna, che troviamo le prime tracce di dissezione su corpi umani. I chirurghi formati a Bologna sono molto richiesti per autopsie medico-legali in caso di morti sospette, specie se si ipotizzano epidemie o avvelenamenti. Il primo caso registrato è quello di Azzolino degli Onesti, nel 1302, sul cui cadavere è effettuata un’autopsia da una commissione nominata dal giudice, composta da un medico e due chirurghi, per accertare se fosse morto per avvelenamento. Queste autopsie, praticate perlopiù nella riservatezza delle mura domestiche, pian piano finiscono per essere molto richieste dalle stesse famiglie nobili nei secoli XIV e XV, soprattutto là dove si sospetta una malattia ereditaria o un errore medico.

Interno della scatola cranica - miniatura dall'Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 - Chantilly, Bibliothèque du château.

Interno della scatola cranica – miniatura dall’Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 – Chantilly, Bibliothèque du château.

Anche le autopsie a scopo didattico all’inizio sono praticate “in casa”, anche perché nelle università medievali è perlopiù nella dimora del docente che si svolge l’insegnamento. Particolarmente all’avanguardia in questo frangente è la cerchia che ruota attorno al fiorentino Taddeo Alderotti, maestro di medicina talmente illustre da esser citato perfino da Dante: forse non è un caso che fosse stato proprio un suo allievo, Bartolomeo da Varignana, ad aver effettuato l’autopsia forense su Azzolino degli Onesti. La prima autopsia pubblica, però (questa volta su due donne incinte), è datata al 1316, ad opera di un altro allievo dell’Alderotti, Mondino de’ Liuzzi, la cui fama avrebbe ben presto superato quella del suo maestro, tanto da essere infine annoverato tra i padri dell’anatomia moderna: proprio nel 1316, Mondino compone il manuale Anathomia, che rimarrà il testo di riferimento in materia fino a Cinquecento inoltrato. Le conoscenze anatomiche di Mondino gli permettono anche di mettere in discussione, seppure in misura limitata, le teorie sul corpo umano di Galeno, considerate intoccabili; cosa che non gli viene perdonata da alcuni maestri tedeschi, che vietano ai loro studenti di adottare il suo testo. Un’altra Anathomia, riccamente illustrata (1345), è opera di un possibile allievo di Mondino, Guido da Vigevano, originario di Pavia, poi entrato al servizio del re di Francia Filippo VI; il suo lavoro è ancora oggi di grande interesse, perché alcuni specialisti vi hanno ravvisato le prime immagini e descrizioni del cervello e del sistema nervoso.

Busto mummificato datato al XIII secolo - Canada, collezione privata.

Busto mummificato datato al XIII secolo – Canada, collezione privata.

Un recente ritrovamento permette di gettare nuova luce su questa realtà: nel 2003 è stato identificato, all’interno di una collezione di un antiquario parigino e oggi in Canada, un torso umano mummificato, di provenienza sconosciuta, che il radiocarbonio ha datato tra il 1200 e il 1280. Le analisi hanno rivelato che il cadavere ha subito uno svuotamento dei vasi sanguigni, ed è stato trattato con il cinabro (solfuro di mercurio) per garantirne la conservazione: guardacaso, il cronachista del XIV secolo Ranieri d’Arpinello dalla Foglia, citato nel Settecento dall’erudito Giovanni Machiavelli, riporta di un’allieva di Mondino de’Liuzzi, Alessandra Giliani di Persiceto, abilissima nello svuotare i vasi dei cadaveri dissezionati, e nel metterli in evidenza riempiendoli di un «liquore di vario adattato colore, che subito infuso s’induriva e condensava senza mai corrompersi». Probabilmente siamo di fronte a qualcosa di questo genere, ovvero un cadavere dissezionato e trattato poi utilizzato a scopi didattici.

Midollo spinale - miniatura dall'Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 - Chantilly, Bibliothèque du château.

Midollo spinale – miniatura dall’Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 – Chantilly, Bibliothèque du château.

Casi come questo, però, devono essere rarissimi, perché quasi sempre il cadavere, dopo l’autopsia, è subito seppellito. Nella maggioranza dei casi si tratta o di condannati a morte, o di stranieri o miserabili morti negli ospedali, in buona parte donne; comunque gente senza famiglia, non in grado di provvedere alla propria sepoltura. Anche in questo frangente, tuttavia, si cerca di assicurare almeno un po’ di dignità a questi “ultimi” che subiscono l’estrema umiliazione di essere esposti in pubblico sventrati: nella Firenze del Quattrocento gli studenti della facoltà di medicina, per avere l’autorizzazione all’autopsia, devono versare una somma di cinque lire perché, dopo, il corpo riceva un’adeguata sepoltura e sia celebrata una messa per l’anima del defunto, cosa che non si nega nemmeno ai cadaveri dei condannati a morte; a Venezia il regolamento prevede addirittura che siano gli studenti a dover provvedere al funerale.
C’è anche, però, chi esagera, come quei quattro studenti di Bologna che nel 1319 vengono sorpresi in flagrante nel tentativo di profanare la tomba di un uomo giustiziato il giorno prima per dissezionarlo.
Questo spiega perché le autopsie universitarie, dalla riservatezza di un contesto privato con un pubblico ristretto, divengano rapidamente eventi pubblici e con un preciso regolamento: si tengono una o due volte all’anno, in genere all’interno degli ospedali, e durano quattro giorni. Il docente siede in cattedra e legge ad alta voce il libro di testo, mentre gli assistenti effettuano la dissezione, indicando man mano sul corpo della cavia i tessuti e gli organi descritti nel testo. In questo senso, la bolla di Bonifacio VIII del 1299 non apporta limiti sostanziali, se non quello che lo stesso Mondino de’ Liuzzi riporta nella sua Anathomia:

Le altre ossa che sono sotto l’osso basilare non appaiono bene alla vista se quelle ossa non si fanno bollire, ma, poiché è peccato, si ha l’abitudine di lasciar stare.

Apparato digerente - miniatura dall'Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 - Chantilly, Bibliothèque du château.

Polmoni, cuore e vasi sanguigni – miniatura dall’Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 – Chantilly, Bibliothèque du château.

La pratica della dissezione su cadaveri umani si rivela molto utile in caso di epidemia: sappiamo che già nel 1286, in occasione di un morbo scoppiato nella Pianura Padana causato da polli infetti, un medico veneziano aveva effettuato autopsie su uomini e animali, mettendo alla fine in guardia dal mangiare carne e uova di pollo. A partire dall’estate del 1348, con il diffondersi della prima, terribile ondata di Peste Nera, sono i Comuni stessi, come Firenze, Perugia e Padova, a finanziare autopsie su cadaveri di appestati per tentare di venire a capo del misterioso morbo. In questo senso, alcuni timidi passi avanti sono fatti da Giovanni della Penna, maestro di medicina all’università di Napoli tra il 1344 e il 1387, che, sulla base di diverse autopsie, redige due consulti contra pestem, in cui fa le seguenti osservazioni:

Alcuni hanno una quantità di ulcere interne, nel petto e sui polmoni, e da questi proviene l’emottisi ed essi muoiono rapidamente. Altre le presentano esternamente, con ulcere, macchie e herpes che si formano sotto la pelle in corrispondenza delle tre principali ghiandole.

Grazie alla dissezione, dunque, Giovanni non solo avanza osservazioni sostanzialmente corrette, ma intuisce anche che uno dei veicoli di trasmissione della peste può risiedere nel respiro.

Apparato digerente - miniatura dall'Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 - Chantilly, Bibliothèque du château.

Apparato digerente – miniatura dall’Anathomia di Guido da Vigevano, 1345 – Chantilly, Bibliothèque du château.

In generale, però, le autopsie del Medioevo non hanno carattere di ricerca ma pedagogico: un cadavere dissezionato è visto come una specie di illustrazione anatomica a tre dimensioni, che deve permettere agli studenti di capire meglio gli scritti dei grandi maestri, Galeno in testa. Non importa se spesso la realtà non corrisponde alle elucubrazioni dei medici dell’antichità: anzi, nei testi medievali di anatomia assistiamo a volte a contorsioni eroiche per salvare capra e cavoli, oppure, sì dà la colpa al fatto che il cadavere appartenga ad un criminale se “non funziona come dovrebbe”. Tuttavia, nonostante tutti i suoi limiti, questa lunga consuetudine con l’anatomia praticata direttamente sul corpo umano si dimostrerà essere fondamentale, perché è la base imprescindibile su cui gli anatomisti della prima metà del XVI secolo, tra cui il fiammingo Andreas van Wesel (meglio conosciuto come Andrea Vesalio) inizieranno a costruire l’edificio della medicina moderna.

Bibliografia:
Katherine Park, The criminal and the saintly body: autopsy and dissection in Renaissance Italy, in «Renaissance Quarterly», vol. 47, n. 1 (primavera, 1994), pp. 1-33;
Philippe Charlier et al., A glimpse into the early origins of medieval anatomy through the oldest conserved human dissection (Western Europe, 13th c. A.D.), in «Archives of Medical Science», vol. 10, n. 2, aprile 2014, pp. 366-373;
Antonio Di Ieva et al., The Neuroanatomical Plates of Guido da Vigevano, in «Neurosurg Focus», vol. 23, luglio 2007, pp. 1-4;
Irma Naso, Individuazione diagnostica della “peste nera”. Cultura medica e aspetti clinici, in La pesta nera: dati di una realtà ed elementi di una interpretazione. Atti del XXX Convegno Storico Internazionale, Todi, 10 – 13 ottobre 1993, Spoleto, CISAM, 1994, pp. 349-381;
James Hannam, La genesi della scienza, a cura di Maurizio Brunetti, Crotone, D’Ettoris Editore, 2015, pp. 335-354.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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