La Dama di Vergy

Dì, che ci prepara mai la sorte?
Dì, come fu che ci legò così stretti?
Ah, in tempi remoti tu fosti
Mia sorella o la mia sposa.
J. W. Goethe

Anno 1793. Infuria la Rivoluzione Francese. E si compie la storia di una donna: una storia antica di seicento anni, dai contorni scarlatti sospesi tra sogno e realtà.

Johann Heinrich Füssli, donna al chiaro di luna, Basilea, Kunstmuseum.

Johann Heinrich Füssli, donna al chiaro di luna, Basilea, Kunstmuseum.

Ci è voluta la quarta vostra lettera, mia cara signora de Stäel, perché trovassi le parole per rispondervi; specie dopo il concerto in casa vostra quella sera. Ebbene sì, lo confesso, avevo paura di dare una risposta ai tanti perché con cui accompagnaste la musica: temevo che non mi avreste creduta, che avreste pensato fosse solo il parto di una fantasia troppo avida, oppure l’effusione di un’anima malata o ebbra d’oppio. Prendendo la penna in mano ho scelto di fidarmi della vostra sensibilità, che da quando vi ho conosciuta non mi ha mai delusa. E, anche se così non fosse, ho una promessa da mantenere verso me stessa e verso coloro che amo: mai più silenzio, mai più la verità dovrà esser nascosta.
La verità di cui vi parlo ha un volto: quello della Dama Scarlatta.
L’ho sempre chiamata così, fin dai miei giochi di bambina; «Dov’è la Dama Scarlatta che piange sempre?», dicevo, e la mia nutrice sorrideva, come si fa davanti alle innocenti chimere dei piccoli. Non passava mai molto tempo senza che la vedessi vagare per le stanze nel buio della notte, smarrita come il riflesso di una fiamma, mentre protendeva con disperato slancio le mani avanti, quasi tentasse di toccare qualcuno che non potesse nemmeno sfiorare. A volte, nel mezzo della notte, venivo svegliata dal suono leggero del suo pianto, e allora ero certa della presenza di lei, perfino senza che la vedessi. Non ho mai conosciuto la sua voce se non in quel lamento, e non ricordo di una volta in cui le sue guance non fossero illuminate dalle lacrime. Più volte le chiesi: «Chi sei? Perché piangi?», e mai ebbi altra risposta se non i suoi dolenti sospiri.
Un giorno dipinsi la sua immagine a pastello su tela, cercai di fissare almeno una pallida impressione della materia aerea di quella che era pure troppo reale per esser chiamata visione; credo di aver intravisto qualcosa di simile solo nei barlumi di alcune tele di Rembrandt, o nei volti bianchi di luce di Rosalba Carriera. La mia tela non esiste più, ma quei lineamenti mi sono impressi così fortemente nella memoria che potrei tracciarli in qualunque momento.
E tuttavia con le parole, e ho provato mille volte, non potrei rendere anche solo un’impronta, un riflesso di ciò che vedevo. Chi vi riusciva era mio marito, Lucien de Treyssac, il primo al quale abbia confidato coscientemente la mia visione, e il primo che mi abbia presa sul serio. Era uno studioso, aveva una vera passione per il Medioevo, conosceva a memoria le canzoni di gesta e quelle dei trovatori. Si divertiva anche a comporne di sue, ne scrisse una proprio sulla mia Dama Scarlatta. Ho provato a trascriverla qualche giorno fa, e l’emozione mi ha chiuso la gola mentre tentavo di ripescare le parole nella memoria. Quanta bontà, quanto affetto in quei versi! Come nei capelli del conte di Vergy, che io, bimba, vedevo già venati d’argento. Chi ricorda più la bellezza solenne e tenera insieme della sua testa, sempre china sullo scrittoio ingombro di antichi manoscritti? Chi ha mai amato la calma penetrante del suo volto, la sua voce pacata e profonda che non ho mai sentito alterarsi nemmeno una volta, pur con tutto quanto di maligno si mormorava alle sue spalle? Neanche da morto gli hanno perdonato di esser stato grande amico del signor von Fersen, e tanto basta a colorire di disprezzo ogni voce che può ricordare il suo nome. Treyssac, il conte di Vergy, sento dire ancora, se la intendeva con quella banda di depravati che pendevano dalle labbra di Maria Antonietta, era perfino amico dell’ambasciatore di Svezia, l’amante di quell’arpia e la spia dei nemici della Francia. Voi potete capire quanto queste parole mi facciano soffrire, voi che avete amato il signor von Fersen e sapete quanto desiderasse la compagnia di spiriti così nobili e grandi quale era Treyssac.
Queste cose non le sapevo al tempo in cui il conte di Vergy era il mio tutore; conoscevo solo le fiabe della buonanotte ch’egli mi raccontava, e le storie che divideva con me quando divenne mio marito. Storie che scaturivano dalle pagine dei suoi libri medievali, le ricomponeva pezzo per pezzo, e tutto in bocca a lui si tramutava in una fiaba.
Ve n’era una in particolare, antica come la sua famiglia, quella dei conti di Vergy, dei quali sono io l’ultima; una fiaba fissata per sempre cinque secoli fa da un poeta senza nome.
La fiaba triste della Dama di Vergy, innamorata alla follia di un bel cavaliere che pur così l’amava, ma finita nella rete della malvagia duchessa di Borgogna. Essa s’era malauguratamente invaghita dello stesso cavaliere, e non poté sopportare ch’egli l’avesse respinta. Non ebbe pace fin quando non riuscì a scoprire l’identità della donna da lui amata, fin quando non li tradì il segnale che la Dama gli inviava per i loro convegni d’amore, il suo cagnolino. Accusando il cavaliere di averla presa con la forza, la duchessa lo fece sorprendere nel castello della Dama e trucidare dal duca suo marito e dai suoi uomini; un unico colpo di spada trafisse, insieme col cavaliere, colei che pur di salvarlo era pronta a morire. E la stessa spada uccise anche la duchessa quando un’ancella rivelò la verità al signore di Borgogna. Eppure il duca era buono, si fece Templare per espiare la sua colpa, ma prima si curò di far seppellire gli innamorati nella stessa tomba.
Treyssac me la mostrò, il giorno in cui mi condusse tra le rovine del castello di Vergy, nel monastero di Saint-Vivant, tutto ciò che la furia dei re di Francia aveva risparmiato; lì non viveva che un vecchio eremita dalla barba bianca, antico e maestoso quanto quelle pietre.
Una nicchia nella parete di una cappellina nascosta, due colonnine scolpite innanzi, e dentro, due statue. O forse una. Il cavaliere e la dama serrati l’uno all’altra con le mani enormi, quasi un sol pezzo di pietra. Sotto di esse si trovava la lapide, incisa in latino in caratteri gotici. Nella nostra lingua suonava a un dipresso così:

Questo è il sepolcro di Erec, maresciallo del Duca di Borgogna, e di Yvonne, Castellana di Vergy, morti addì 2 giugno 1193. Pregate per essi e per colui che li uccise.

Yvonne era il nome della Dama di Vergy.
E Yvonne è il mio nome.
Ebbi la certezza che la Dama di Vergy fosse la mia Dama Scarlatta quando Treyssac aprì una vecchia cassapanca, rivelandomi l’unico tesoro rimasto ai de Vergy. Una veste di sciamito rosso, dalle maniche larghe come le ali di una fenice, sbiadita alquanto ma ancora intatta, dal collo ricamato d’oro e di perle. Era identica in tutto e per tutto a quella che la mia visione indossava, fin nello squarcio che l’attraversava da parte a parte, dal petto alla schiena, e nella grossa macchia di sangue che avevo veduto coperta senza posa di lancinanti carezze dalle mani lunghe e sottili.
Toccai più volte la pietra della tomba e la stoffa consunta della veste. E non accadde nulla. Non ebbi mai il sentore di aver indossato la veste in un’altra vita, né di esser stata tra quelle pietre sepolta. Anche guardare la Dama Scarlatta non era come vedere la mia immagine riflessa in uno specchio. La sua corporatura era molto simile alla mia, i suoi capelli erano ricci e lunghi come i miei, ma solo al buio qualcuno che non mi conoscesse avrebbe potuto scambiarla per me. Le fattezze erano completamente diverse dalle mie, dalla fronte al naso, al mento, e la sfumatura della sua pelle, benché chiara come la mia, sembrava dare al volto tutt’altro colore, come accade alle venature del marmo; e la Dama era bionda, i suoi riccioli sembravano oro filato, mentre, voi lo sapete, i miei capelli sono neri. Vi era tuttavia qualcosa di più della difformità delle sembianze, signora; quelle non sono che una piccola parte delle difformità tra gli esseri umani, siano essi vivi o morti. Il ritmo dei suoi passi non era il mio, come non era mio il moto dell’aprire e chiudere le dita, la curva del collo quando alzava la testa, la cadenza del suo respiro e del suo pianto.
Eppure quel pianto lo sentivo dentro di me. Ogni volta che la Dama Scarlatta si faceva vedere, era come se il mio cuore fosse arso da una fiamma invisibile e sconosciuta. La sua presenza aveva plasmato il mio carattere e mi aveva resa melanconica: il mio medico soleva dirlo spesso: «Siete di umor melanconico oggi». E plasmò anche i miei sogni. Mi accadeva spesso di svegliarmi in piena notte tra lacrime e sudore, con la certezza che vi era un essere che amavo più della mia vita e che in quello stesso istante soffriva indicibilmente; nel sogno lo vedevo avvolto dalle fiamme invocare il mio nome, per tentare di raggiungerlo protendevo le mani avanti ed egli sempre mi sfuggiva. Poi, riportando lo sguardo su di me, mi vedevo inondata di sangue, un torrente, un oceano di sangue, sì gonfio che il corpo di un uomo non avrebbe potuto contenerne tanto; non era sangue mio, e lo sentivo più prezioso ancora, premevo le mani sul mio petto per tentare di trattenerne almeno una stilla, e non vi riuscivo. Gli stessi gesti che avevo veduto dalla Dama Scarlatta. Ma non sapevo chi fosse la creatura da cui sgorgava quello sciagurato torrente, la memoria del suo volto non sopravvisse mai al risveglio.
Qualcosa mi legava alla Dama Scarlatta, come si dice accada ai gemelli, che hanno diviso nel ventre materno lo stesso cordone ombelicale. Quel cordone era l’unica cosa sua che avevo davvero identica, eccetto il nome: gli occhi.
Neri, come i miei, nonostante fosse bionda.
Un’iride di fiamma corvina che sembrava coprire ogni cosa toccasse, ogni occhio in cui si fissava, tanto che nemmeno il conte di Vergy poteva guardarmi fissa senza girare il volto dopo mezzo minuto. A stento potevo farlo io, quando lo specchio mi restituiva due nubi nere, due gorghi di notte in cui moriva ogni raggio di luce; e divoravano il mio stesso volto, come divoravano il volto della Dama sulla tela di pastello.
Proprio il mio volto, che non aveva mai conosciuto il rossore della passione, nemmeno quello ingenuo delle fanciulle. Ero un’orfana con un titolo di piccola nobiltà di provincia che valeva ben poco. Appena uscita dal collegio avevo sposato il mio tutore, il conte di Vergy, per me più un padre che un marito. L’amore di una figlia era l’unico amore che mi era stato dato di conoscere, sembravo votata a una vita tranquilla, placida e calma senza l’ombra di una tempesta.
Ma vi fu un giorno in cui gli occhi che i miei oscurarono non fuggirono. Non dimenticherò mai più quel giorno, il giorno di otto anni fa in cui parve che la mia vita dovesse aver fine.
Il giorno in cui vidi per l’ultima volta Treyssac nel Cortile dei Dodici della Conciergerie di Parigi, e lo vidi issare con i ferri ai polsi sulla carretta dei condannati a morte, e scomparire oltre il cancello. Sua sola colpa era l’aver voluto portare in salvo la regina: e la dichiararono punibile di morte dopo un processo di poche settimane che fu una burla. Non ebbi il coraggio di veder cadere la mannaia nella Piazza della Rivoluzione, ed egli non l’avrebbe mai permesso.
Per un istante vidi riunito il mio destino passato e futuro, quando proprio in quell’ora giunse l’ufficiale svedese incaricato dal signor von Fersen di prendermi in consegna e di portarmi al sicuro. Treyssac ebbe appena il tempo di informarmene: si sarebbe spacciato per mio cugino con il nome di Claude La Reynie, come avrebbero dimostrato anche i documenti falsi che aveva preparato; il suo nome, però, era Erik.
Il maresciallo Erik Warnesson.
Erik Warnesson. Un nome insignificante per me in quell’ora. Come i suoi occhi azzurri, sommersi subito dalla mia iride nera, senza cercare di sfuggirle. Insignificante per i primi giorni, giorni di dolore, giorni dell’umiliazione. La legge della Rivoluzione fu implacabile: ero la vedova di un traditore, divenivo proprietà della repubblica. Tutelata, dissero; di fatto, prigioniera.
Insignificante fu l’ufficiale svedese in quelle poche ore, solo in quelle: poi, non riuscii a pensare ad altro.
Un pensiero sciocco, all’inizio, il semplice desiderio di avere, nella casa di estranei in cui ero finita, a Digione, un volto conosciuto cui aggrapparmi, anche se, ogni volta che varcava la soglia di quella casa, il cuore mi batteva forte dalla paura. Il mio custode era Jacques Boilleau, un deputato della Gironda dall’animo fortunatamente gentile, aveva creduto che l’uomo alto e biondo che di tanto in tanto chiedeva di me fosse mio cugino; non gli dispiaceva affatto che venisse a trovarmi, purché tutto avvenisse sotto gli occhi suoi e di sua moglie. Eppure non avrebbe avuto esitazione alcuna ad arrestarlo, se avesse saputo chi era e cosa nascondeva quel nome; per fortuna nemmeno io sapevo, egli mi tenne all’oscuro di tutto, credeva così di proteggermi. Avrei saputo soltanto dopo che la stampa di salvacondotti falsificati continuava, nello scantinato della casa che Erik aveva preso in affitto per sé dalle parti dell’Accademia: dalla Vandea i primi cannoni di ribellione cominciavano a farsi sentire, e molte famiglie impaurite chiedevano di poter mettersi al sicuro in Germania. E, anche se egli taceva, coglievo l’aura di minaccia che portava con sé, sotto quei modi così pieni di forza da rendere impossibile non credergli. Per stornare ogni sospetto, mi lasciavo andare a confidenze sulla mia vita passata, leggevo ad alta voce la fiaba della Dama di Vergy, raccontavo storie di una nostra infanzia insieme che non era mai esistita, lo facevo entrare in tanti piccoli episodi in cui Erik si muoveva alla perfezione, come li avesse conosciuti da sempre; quando la mia memoria si arrestava, proseguiva lui il racconto con tanta delicatezza e tanta vividezza di colori che avevo l’impressione fosse accaduto davvero. Treyssac solamente aveva saputo leggere così dentro di me, ma Treyssac era stato mio padre, il solo che avessi mai conosciuto. Quell’uomo chi era? Lo avevo veduto solo da qualche mese, e pareva fosse una vita.
Per nulla al mondo avrei voluto spezzare questa dolce illusione, ma fu essa stessa a morire. Una sera, nel salutarmi, Erik mi baciò la mano, e nel medesimo istante alzò di colpo gli occhi azzurri verso il nero dei miei, con la lacerante insolenza del suicida che guarda senza paura il mare notturno in cui sta per annegarsi.
Tanto bastò: il fuoco che covava sotto la cenere divampò con forza inaudita.
Mai la casa in cui trascorrevo i miei giorni e le mie notti rassomigliò tanto ad una prigione; giorni di tenebra, notti di fuoco. Conobbi cosa davvero fossero i tormenti della passione, le lacrime, i sospiri, le infinite ore di veglia trascorse nel desiderio di lui, il letto che diviene di spine, il cuscino un lago di pianto. Avrei dato la vita per un momento da sola con Erik, fosse pure solo per un bacio, e dovevo mordermi a sangue le labbra per tener serrato il suo nome e non metterlo in pericolo.
Tant’ero ridotta allo stremo che mi sarei aggrappata fin alla mano venuta a portarmi via l’anima. E mi parve discesa dal cielo la mano che quella notte mi asciugò il sudore, nel momento stesso in cui, nella febbre del sonno, pronunciai il nome impronunciabile, Erik.
La mano era quella della signora Boilleau. Heloise Boilleau.
Quella mano non mi lasciò più per tutta la notte, fece scorrere il pettine nei miei capelli, fugò così dalla mia testa il terrore repentino per ciò che sarebbe potuto accadere. No, non mi avrebbe mai tradita, mi disse; anzi, avrebbe fatto in modo che, l’indomani stesso, io fossi nelle braccia di lui.
Mi consegnai a lei anima e corpo. E così fu.
Il giorno dopo disse a suo marito che sarebbe uscita con me per delle commissioni, m’indicò il luogo della casa che Erik aveva affittato, e se ne andò.
«Sei qui?» fu tutto ciò ch’egli mi disse appena aprì la porta, e mi vide, ansante per la corsa che avevo fatta tutta d’un fiato su per la scalinata; un sussurro, come avesse innanzi un sogno. Eppure avevo le mani ancora premute sui battenti, li avevo picchiati più e più volte, con tutta la forza che mi era restata, temendo che non fosse in casa; Erik mi tolse i guanti, mi bevve il sudore dalle palme e dalla fronte prima di attirarmi dentro e chiudere la porta. Non riconobbi l’ufficiale accorto e dai nervi saldi che avevo veduto a casa Boilleau, nemmeno alla Conciergerie, nemmeno la sera famosa in cui mi aveva baciato la mano avevo sospettata una tale furia; sembrava in delirio, mi carezzava con la smania di un cieco, come per convincersi ch’io fossi davvero in carne e ossa tra le sue braccia, appena riusciva a staccare la sua bocca dalla mia chiamava mille e mille volte il mio nome. Tra gli spasimi della passione mi rinfacciò ogni cosa, dal giorno della Conciergerie: era colpa mia se si trovava lì a Digione a rischiare la vita, nonostante il conte von Fersen, del quale era uomo fedele, lo avesse pregato di raggiungerlo a Bruxelles; la colpa era solo mia se aveva dovuto imbarcarsi nella produzione di salvacondotti falsi, unicamente per avere un motivo valido per restare, e dargli il tempo di non ripartire senza di me. Se dicessi ch’egli mi amasse insulterei un animo capace di giungere a tanto.
Da allora per me non vi fu null’altro all’infuori di lui. Scopo della mia esistenza divenne chiedere alla signora Boilleau d’inventare pretesti per farmi uscire, e per correre all’appartamento presso l’Accademia o per mandarvi una delle cameriere con una lettera. Quando io non potevo, veniva lui a casa Boilleau, e la gioia d’essere insieme nella stessa stanza diveniva più sottile, dolce, struggente, in quelle ore in cui non potevamo che assaporare l’una le parole dell’altro.
Ma alto fu il prezzo che pagai per quegli istanti di felicità.
Non era solo la paura che il signor Boilleau scoprisse tutto. Il terrore che ormai avevo nel sangue era di ben altra natura; ed emerse poco a poco, come un male oscuro. Della specie che tanto diletto dava alla signora Boilleau e che faceva rabbrividire me, quando intravvedevo il piacere balenare nei suoi candidi denti, attraverso le labbra dischiuse in un sinistro sorriso.
Nemmeno mi accorsi di quando fu il principio: forse fu nelle domande di cui la signora Boilleau mi tempestava ogni sera, innanzi alla scacchiera. Quasi sempre le toccavano le pedine nere. Le si addicevano: il volto intagliato nell’ebano della regina nera le somigliava molto. Era una fine giocatrice, non era facile vincere contro di lei, e non interrompeva mai una partita, a costo di tenermi per tutta una notte sulla sedia.
Conosceva la fiaba della Dama di Vergy, e sapeva ch’io ero della stessa stirpe.
Quel sinistro sorriso dai denti candidi non mi lasciava un momento, e nemmeno la sua voce, una voce morbida di velluto scuro. Pian piano volle sapere tutto, la tomba, l’iscrizione, il nome, Yvonne.
E la Dama Scarlatta.
La signora Boilleau insistette, mi strappò di bocca anche i minimi particolari della visione, ogni moto, ogni sospiro, lo squarcio nell’abito, la macchia di sangue.
Ma la notte in cui sentì sussurrare dalle mie labbra il nome amato e promise d’aiutarmi, anche le ultime resistenze verso di lei caddero. Ella sentì che oramai ero cosa sua. Mi spinse a confidenze sui miei istanti con Erik; non vi fu bacio o carezza che lei non conobbe.
Ben presto iniziò a farmi strane domande: «Egli t’ha riconosciuta?», «T’ha giurato amore oltre la morte?» E io, disgraziata, non sapevo quale significato avessero simili parole. Prendendomi tra le braccia e vezzeggiandomi, sempre suadente e lusinghiera, mi pettinava, mi profumava. Come giocasse con una bambola, mi baciava le labbra che aveva appena dipinte di rosso, e sussurrava «D’altronde egli ti ha conosciuta già, già ti ha amata…»
Sin quando una notte venne a svegliarmi e mi tormentò perché la raggiungessi sul balcone: un innocente capriccio, non aveva mai visto i miei occhi di notte all’aperto, voleva vedere quale colore assumessero alla luce della luna.
Infilai la vestaglia e uscii al balcone, dove la signora Boilleau mi attendeva.
Ella si voltò.
I denti che vidi lampeggiarmi addosso non li scorderò finché avrò vita. Guizzarono nell’oscurità, felini, crudeli; se mai si può scorgere il male assoluto in una bocca umana, io in quell’istante lo vidi.
«Yvonne, la Dama di Vergy!», sibilò. «I tuoi occhi ti divorano. Il corpo non ha importanza, riconoscerei questi occhi in qualunque volto li vedessi. Credi davvero che il mio odio si fosse appagato d’una morte sola, dopo l’umiliazione che mi deste, tu e il tuo maresciallo? Pur se rinasceste altre duecento volte, duecento volte io sarò ad attendervi. Bada, l’ora è vicina! Il due di giugno saranno esattamente seicento anni da quella notte. La Croce della Morte è già tracciata sulle linee dei vostri palmi! Il vostro sangue scorrerà ancora, e sarà balsamo sublime per la mia febbre! Morirai! Morirete tutti e due, al Castello di Vergy, nello stesso luogo!»
Furono le ultime parole che i miei orecchi poterono sopportare, svenni. Ripresi i sensi solo nel letto, cercai di convincermi che il mio fosse stato soltanto un incubo, per la mia aguzzina sembrava non fosse accaduto nulla, ma il vetro che celava la sua vera natura s’era infranto. Ed ella lo sapeva, la sua voce divenne ancor più di miele, le sue maniere ancor più dolci, e avrei preferito esser fatta a pezzi. Aveva avvolto la mia vita nel buio, nel momento stesso in cui gli aveva dato un nome, Morte. Mi circondava da ogni parte, penetrava nel mio corpo e invadeva tutto, dentro e fuori, come già fossi chiusa nella tomba. La Dama Scarlatta si fece vedere tutte le notti, e io, che non avevo avuto mai paura delle sue maniche larghissime d’uccello vermiglio, premevo la testa sul cuscino fino a soffocarmi per non vederle, ebbi orrore del suo volto, delle sue lacrime, del suo lamento; soprattutto ebbi orrore dei suoi occhi, dei suoi occhi che erano anche i miei, volli strapparmeli via dalla faccia, dalla mente, dalla memoria. Giunsi a gettare la tela di pastello nel camino, mandai in pezzi ogni specchio su cui potei mettere le mani, ma non servì a nulla. La fine dell’uomo che amavo era inevitabile quanto la mia: era questo a gettarmi nell’abisso più nero.
Quanto mancava al due di giugno? Tre giorni.
Pensai che l’unico modo di salvarlo fosse allontanarlo da me.
Con l’anima dilaniata, gli scrissi la lettera più falsa e crudele che avrei potuto concepire; gli scrissi di non averlo mai amato, di avere un altro uomo, di non seccarmi più altrimenti lo avrei denunciato e fatto finire alla fucilazione o sotto la mannaia.
Purtroppo per me, non ho mai saputo mentire, nemmeno per lettera. E nessuno poteva saperlo più di Erik.
Quella notte stessa me lo trovai nella stanza: aveva scavalcato la finestra che dava sul giardino. Il foglio era accartocciato nel suo pugno. Non mi lasciò aprir bocca.
«Guardami negli occhi, e ripeti tutto quel che c’è scritto qui,» ordinò.
Invece chiusi gli occhi, e tentai di pronunciare «non ti amo», ma la prima parola mi si spense nel petto, soffocata dalle lacrime.
Erik volle stringermi a sé, lo respinsi con tutta me stessa; cercai di fuggire, egli mi costrinse sul letto come volesse farmi violenza, giunsi a morderlo, a graffiarlo.
Infine un grido venne dalla mia gola: «Erec, vattene o morirai! Sono dannata, il nostro amore è dannato! Salvati almeno tu, per me sarebbe peggio dell’inferno vederti morire di nuovo!»
Erik mi guardò, pareva fosse divenuto di sale. «Yvonne, cosa dici?»
Gli presi il volto, il nero dei miei occhi gettò la sua ombra su di lui. «Erec, dolce amico, non rammenti più? Sono bastati seicento anni a cancellare i miei occhi dalla tua memoria?»
Mi strinse le mani. «Anima mia, che idiozie sono queste?»
«Te ne rammenti, lo so…è la tua voce che lo dice…Questa è la voce che sento implorarmi ogni notte, è la voce che mi chiama dalle fiamme…E questo è il tuo sangue, te lo sento battere nelle vene, è il sangue che m’inonda… È tutto sopra di me, come quella notte!» Senza nemmeno pensare a quel che facevo corsi all’armadio, vi tolsi la veste insanguinata, la gettai sul letto, davanti ai suoi occhi. «Eccolo il tuo sangue! È ancora qui, mischiato al mio, sul segno della spada che il mio corpo non poté fermare! Ora posso, ora posso… Solo se mi dimentichi vivrai! La nostra nemica non avrà pace prima di averci visti di nuovo insieme nella tomba, anche se ora si fa chiamare Heloise Boilleau, è ancora la Regina Nera! Fuggi e dimenticami! Non vedi che manca poco al due di giugno e che la nostra maledizione si rinnoverà, dopo seicento anni esatti?»
Egli mi baciò sulla fronte ma le vene del collo erano tese come le corde di un arco. Non aveva creduto a una sola parola. «Io vedo solo una fanciulla sola e spaventata che una lurida serpe vuole ridurre alla pazzia. Non so cosa ti abbia fatto credere quella strega, ma non ti lascerò nelle sue mani un momento di più! Che tu lo voglia o no, adesso verrai con me!»
Seduta stante mise sottosopra l’armadio e legò insieme le coperte più grosse e robuste che poté trovare. Mi diede appena il tempo di prendere una sacca con l’essenziale e mi aiutò a calarmi giù dalla finestra. Facendo attenzione ch’egli non mi vedesse, nella sacca posi anche la veste vermiglia.
Ci fermammo a casa sua solo perché egli prendesse il necessario per qualche giorno di viaggio, e partimmo subito, prima che i miei carcerieri si accorgessero della mia assenza.
Erik mi disse che avrebbe dovuto aiutare alcuni fuggiaschi della Vandea a raggiungere il confine con la Germania fingendoli commercianti tedeschi. Sarebbe andato tutto come previsto: l’unica variante è che noi li avremmo seguiti. Nel montare a cavallo, vestita da uomo, con gli stivali ai piedi e la tuba in capo, intravedevo un barlume di speranza.
Mi sbagliavo. Giunti al luogo dell’incontro con i nostri protetti, presso Beaune, ci venne incontro un uomo a cavallo, un Lorenese che Erik sembrava conoscere bene.
I Vandeani erano stati tutti arrestati, la Guardia Nazionale stava pattugliando la zona palmo a palmo in cerca di altri fuggiaschi. Dovevamo nasconderci. Egli sapeva dove. Conosceva un uomo di Dio che ci avrebbe protetti, mentre lui avrebbe pensato ad avvertire il signor von Fersen.
Ogni mia speranza s’infranse contro le mura del monastero di Saint-Vivant, che si mostrarono spietate sullo sperone di Vergy nel rossore dell’alba offuscato da nubi spesse e scure. La tempesta si stava per abbattere su di noi, e la Dama Scarlatta ci sbarrava ogni via d’uscita.
Calò un giorno più nero della notte, e con esso un uragano innaturale che a giugno non s’era mai veduto, anzi, che non ricordo di aver veduto neppur nelle notti di fine autunno. Le grida dei venti si udivano fin attraverso le mura spesse, come se il lamento della Dama si fosse accresciuto di mille volte. Il monaco accese le lampade, e lingue di fuoco iniziarono a danzare sulle pietre nude.
D’improvviso, porte e finestre s’aprirono tutte insieme, come per l’irrompere di qualcosa o di qualcuno che quelle fragili barriere non potessero fermare.
Erik si precipitò a chiuderle e puntellarle assieme all’eremita, ma era troppo tardi.
Avevo già veduto un’ombra oscurare la luce della lampada.
Un’ombra di donna. E un bagliore di seta vermiglia.
Corsi verso di essa, in mezzo al fuoco delle torce che, ravvivato dal vento, era divenuto più rosso, vivo, alto, come il fuoco dei miei sogni; la mia pelle non lo avvertì, e vi passai così vicino che le fiamme mi sfiorarono la camicia, ma nemmeno per un istante pensai che quel fuoco non fosse reale. Per me non lo era meno dei passi di Erik che mi seguivano.
E poi, può l’immaginazione far apparire cose che non esistono tanto reali, abbaglianti, vive? Poteva essere immaginaria la veste della Dama che tutto d’un tratto mi ritrovai indosso, la stoffa rilucente e lieve come fosse nuova, la macchia di sangue svanita assieme al taglio? Non potevo averla soltanto infilata con le mie mani senza rendermene conto? Era un miraggio quella stanza rivestita di tappeti e arazzi, i mobili dipinti di rosso e di blu, le lucerne di vetro che tingevano le pareti di riflessi variopinti? Sentii sotto le mie dita le tende che chiudevano il baldacchino del letto, i cuscini ricamati; e voi direste che tutto ciò non avrebbe potuto esistere in un’abbazia mezzo diroccata, io stessa non vi avevo mai messo piede; Treyssac me l’avrebbe mostrato, lui che conosceva quelle rovine meglio di chiunque altro. Ma allora perché sembravo muovermi in quella stanza come l’avessi sempre conosciuta? Quasi fosse la cosa più naturale di questo mondo, aprii un cofanetto di legno intagliato per riporre il pettine di tartaruga che mi tratteneva i capelli; non li avevo sciolti dal giorno prima e mi facevano terribilmente male.
Mi ricaddero sulle spalle, lunghi, inanellati, biondi.
Ditemi se al mio posto non sareste fuggita urlando chissà dove. Ma non mi passò per la mente neppur di cercare uno specchio e vedere se ciò che mi ricopriva il teschio fosse ancora il mio volto. Il mio cuore cominciò a battere forte soltanto quando un piccolo maltese color miele entrò trotterellando nella stanza e mi si accucciò ai piedi.
Attesi, attesi contando il battito delle vene che mi pulsavano negli orecchi, fin quando colsi il ritmo dei passi di Erik. O almeno, ero sicura che fossero i suoi. Li riconoscevo, passi da soldato, pesanti, cadenzati, marcati dal tacco degli stivali. Perché non avrebbe dovuto essere lui? Non ne dubitai nemmeno quando mi ritrovai a fissare il baleno di due occhi scuri; o forse era solo il nero dei miei a farli parer scuri? Porsi l’orecchio alla voce che mormorava il mio nome, baciai quelle labbra come fossero le sue, e tuttora non ne provo alcun rimorso.
Ma nulla può eguagliare il terrore che mi afferrò fin dentro le viscere quando, all’improvviso, uno schianto e grida d’uomini ruppero il silenzio. Il fuoco del camino acceso e le luci delle lampade si riverberarono su enormi spade sguainate, per almeno otto o dieci volte dei piedi calpestarono la porta scardinata e gettata in terra.
Sentii lo scatto del piede di lui, la sua mano si slanciò ad afferrare la grande spada poggiata sul cassone, ma le fu sbarrato il passo, la corona di lame si chiuse attorno a noi.
Guardai senza paura l’uomo dalla barba grigia che si fece largo tra gli scherani, le fauci schiumanti di tigre ferita, i denti bianchi come quelli di Heloise Boilleau: non volevo altro che morire, le spade mi si conficcassero tutte quante nel petto fino all’elsa, purché non toccassero l’uomo che amavo! Mi vidi gettare le braccia attorno al collo di lui, fargli scudo con il mio corpo nel momento esatto in cui l’enorme spadone gli si abbatteva addosso; sentii la lunga e gelida lama trapassarmi la schiena, superare il cuore, uscire fuor del petto, mentre il suo corpo cadeva, avvinto al mio, in un mare di sangue.
Cosa credete si provi a vedere la morte, e per me, che non potevo guardare negli occhi nemmeno la morte? Solo il desiderio disperato di poter finalmente vedere i suoi occhi, morire con l’impronta della sua iride nella mia mente! Ma, immancabilmente, il nero dei miei occhi coprì i suoi, anzi mi parve che quel nero avesse tinto perfino il sangue e formasse con esso sulla mia testa un mare profondo quanto tutto l’universo, e il pallido sole dei suoi occhi azzurri non era che un riflesso, l’ultimo barlume di vita per gli annegati.
No, questa volta non doveva accadere!
Mi gettai a risalire con tutta me stessa, e la forza del mio amore fu tale che i miei occhi vennero squarciati come da stiletti di ferro, e l’azzurro dei suoi occhi irruppe con tutta la violenza della luce del sole, tanto che ne fui quasi accecata.
Solo allora mi accorsi che il sangue che bagnava il palmo della mia mano non era mio. Era di Erik, gli macchiava il gilet, forato nel petto dalla pallottola di fucile.
E pure era come se fosse azzurro anch’esso, la vita gli stava fluendo via dalle vene per andare a riempire il cielo.
Ed è l’azzurro il colore che più ricorre nei miei pastelli oggi. Potrei mai trovare altro colore se non quello dei suoi occhi, che solo riempiva la mia carne svuotata mentre gli uomini del conte von Fersen appena giunti la strappavano dalla carne di Erik e la portavano via, un momento prima che la polvere da sparo disseminata dai gendarmi facesse esplodere quelle mura con tutto ciò che conteneva?
Oh, colore celeste, colore di salvezza, che d’un colpo ha cancellato il rosso della veste della Dama e il nero dei suoi occhi senza fondo! È per quell’azzurro che vivo ancora, esso solo mi ha impedito di non sopravvivere a Erik, di lasciarmi esplodere con lui nel monastero, lì, sotto la tomba della Dama di Vergy, e di calpestare così l’amore di lui insieme al suo sacrificio.
Scorgo spesso il suo volto sorridere in qualche nuvola di questo cielo svizzero sotto cui mi trovo insieme a voi, signora, e nel riportarlo su un foglio di carta o su una tela lo sento più vicino ancora che nell’appartamento di Digione. Lo amai nelle tenebre e lo amo nella luce, lo amai nella follia e lo amo nella ragione, così come egli stesso mi ha permesso di amarlo.
E la Dama Scarlatta, voi direte? Non ne so nulla; dieci anni sono passati, e da allora non una volta la vidi più, nemmeno perché mi dicesse addio. Quel sacrificio è dunque bastato a liberare anche lei dai suoi tormenti e a dare finalmente pace alla sua anima?
Lascio a voi la risposta.

Devotamente vostra

Yvonne de Vergy

© Associazione Culturale Italia Medievale

Advertisements

Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
Questa voce è stata pubblicata in Messaggi personali racconti & poesie. Contrassegna il permalink.

Una risposta a La Dama di Vergy

  1. Mary Falco ha detto:

    complimenti! Triste, ma più vero di come l’avevi progettato una volta, l’ho scritto anche nello spazio dei commenti, ma devo aver sbagliato qualche cosa, perché ha cancellato tutto!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...