Un politico, due santi e un re – tre papi e il Regno di Napoli.

Cappella palatina, 1307-1330 - Napoli, Castelnuovo.

Cappella palatina, 1307-1330 – Napoli, Castelnuovo.

«Il Medioevo è “buio” per un solo motivo: siamo noi che ne sappiamo poco. E il lavoro dello storico è proprio quello di diradare le tenebre.»
È categorica Barbara Frale, membro del comitato scientifico dell’Archivio Segreto Vaticano e medievista di prestigio, per il secondo anno ospite a Salerno, in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo, da sempre protettori dei papi. E proprio ai papi, nello specifico ai Papi del Medioevo, è stata dedicata la conferenza che l’ha vista relatrice, il 27 giugno scorso, nella chiesa di San Pietro in Vinculis.
«In realtà, i papi di cui parlo sono solo tre,» precisa la studiosa romana. «Tre uomini che hanno dominato in rapida successione la scena europea tra il Duecento e il Trecento, e sui quali le polemiche si trascinano ancora oggi: Celestino V, Bonifacio VIII e Benedetto XI. Tutti e tre eletti a furor di popolo, e dal popolo acclamati come “uomini della provvidenza”, ma la cui vicenda prese una piega molto diversa da com’era iniziata: Celestino V avrebbe abdicato e sarebbe morto per ulcera polmonare nel castello di Fumone, Bonifacio VIII si sarebbe visto rinnegare e addirittura schiaffeggiare dall’emissario del più potente sovrano dell’epoca (Filippo IV re di Francia) e non sarebbe sopravvissuto allo shock, e Benedetto XI sarebbe finito avvelenato.»
Tutti e tre questi papi, guardacaso, ebbero un rapporto molto stretto con il Regno di Napoli, e con colui che all’epoca ne era il sovrano, Carlo II d’Angiò, detto “lo Zoppo”, un personaggio affascinante e ambiguo, leale cavaliere e spietato tiranno al tempo stesso.

Sigillo di Carlo II d'Angiò re di Napoli.

Sigillo di Carlo II d’Angiò re di Napoli.

Un uomo che, nell’infuriare della Guerra del Vespro contro gli Aragonesi proclamatisi eredi degli Svevi e dunque legittimi sovrani del Mezzogiorno, si rende conto di aver bisogno dell’appoggio del baronaggio, laico o clericale e concede loro ampia autonomia; al tempo stesso, però, fa arrestare, spogliare del patrimonio e giustiziare tre grandi “finanzieri” dell’epoca, Angelo della Marra, suo fratello Galgano e Lorenzo Rufolo, per sostenere le spese di guerra. Anche quando è fatto prigioniero da Ruggiero di Lauria, comandante della flotta aragonese, Carlo II sostiene sempre con forza, addirittura con prepotenza i suoi diritti sulla Sicilia strappatagli dagli avversari; eppure prende molto sul serio la parola data, a costo di rinunciare alla propria libertà, riconsegnandosi come prigioniero a Giacomo d’Aragona per non aver potuto mantenere gli obblighi del riscatto, pur se papa Martino IV lo aveva sciolto dal giuramento. Promulga statuti mirati a limitare gli abusi dei funzionari regi ai danni della popolazione, ma nel 1300 ordina a Giovanni Pipino da Barletta di radere al suolo Lucera e di sterminare o vendere come schiavi la popolazione saracena ivi deportata da Federico II.
«Carlo II era semplicemente un uomo ben inquadrato nel suo tempo, religioso in modo sincero, ma con il pragmatismo a volte anche spietato del cavaliere» spiega Barbara Frale, «per giunta il nipote di colui che nel XIII secolo era stato considerato il modello del re cavaliere: San Luigi IX re di Francia. Se i papi del Medioevo sentivano molto forte la responsabilità di essere il vicario di Cristo in terra (forse ancora più di oggi), tanto più doveva sentirla un re: un uomo, cioè, che era educato a comportarsi come tale fin dall’infanzia e che si sentiva potentemente obbligato a rendere onore alla propria stirpe, specie se all’interno della stirpe in questione c’era un santo ufficialmente dichiarato tale.»

Niccolò di Tommaso, Celestino V in maestà, proveniente dalla cappella palatina del Castello del Balzo, Casaluce 2a metà XIV secolo, Napoli, Museo Civico di Castelnuovo.

Niccolò di Tommaso, Celestino V in maestà, particolare da trittico affrescato proveniente dalla cappella palatina del Castello del Balzo, Casaluce 2a metà XIV secolo, Napoli, Museo Civico di Castelnuovo.

Alcuni accusano addirittura Carlo II di aver influenzato il conclave che elesse l’ingenuo Celestino V, per giunta suo direttore spirituale, per avere un pontefice da poter manipolare a suo piacimento, soprattutto allo scopo di riottenere la Sicilia.
Barbara Frale non è d’accordo: «Pietro da Morrone era ascetico, sì, ma non era stupido: pur essendo di umilissime origini, aveva studiato alla scuola del Laterano. Fu eletto dopo un conclave durato due anni, in cui certo contò l’influenza di Carlo, come, paradossalmente, quella del cardinale Benedetto Caetani (il futuro Bonifacio VIII) ma questa fu solo uno degli elementi: la fama di santità di Pietro da Morrone era già ampiamente diffusa, così come era diffusa una volontà di far pulizia dal nepotismo dei papi precedenti. Serpeggiavano inoltre sogni e presagi collegati alla profezia del “papa angelico” pronunciata un secolo prima da Gioacchino da Fiore, e l’asceta di origine abruzzese sembrava fatto apposta per rispondere a queste aspettative; anche Carlo II aveva un’ammirazione sincera per il suo padre spirituale. Quel che certamente l’Angioino fece fu mettersi in mezzo, forse in qualche modo circuirlo, in modo da convincerlo a trasferirsi a Napoli, per arricchire la sua capitale dei benefici temporali che in genere otteneva Roma, oltre che per riottenere la Sicilia.»
Nell’agosto del 1294, così, Celestino V fa il suo ingresso trionfale a Napoli, nuova capitale della Cristianità, a dorso di un asino, come Cristo la Domenica delle Palme: a tenere le briglie, il re Carlo II e il suo primogenito Carlo Martello. Il papa si trasferisce a Castelnuovo, la lussuosa residenza reale fatta costruire da Carlo I, in cui però si trova quasi subito come un pesce fuor d’acqua: un carattere ascetico come quello del pontefice non poteva certo sentirsi a suo agio nella corte napoletana, un ambiente mondano il cui lusso è noto in tutta Europa, soprattutto nei banchetti, per i quali il re (pur indebitato fino al collo) spende cifre esorbitanti. Celestino si fa così costruire una minuscola celletta di legno accanto al palazzo dove possa mantenere le sue frugali abitudini.
«Celestino V si fece convincere da re di Napoli a mettere ai vertici della Chiesa uomini di sua fiducia,» racconta la dott.ssa Frale, «nonostante fosse gente di dubbia reputazione, alcuni perfino sospettati di omicidio, come il controverso Bartolomeo da Capua, Protonotaro del Regno di Sicilia, nominato su due piedi Protonotaio apostolico. Ben presto l’amministrazione e la cancelleria pontificia andarono letteralmente in panne, la situazione divenne insostenibile, anche per lo stesso papa. Si sparse la voce ch’egli volesse abdicare, e Carlo II, temendo che i cardinali facessero pressione su di lui, organizzò una sommossa contro di loro
Tutti i suoi sforzi sono, però, inutili: quello che sarebbe stato poi chiamato da Dante “il gran rifiuto” avviene, Celestino V abdica, nello sconcerto del mondo intero, e si ritira nel castello di Fumone, dove morirà dopo poco per un’ulcera al polmone.

Sala "dello Schiaffo" o "delle Scacchiere", XIV sec. - Anagni, Palazzo papale.

Sala “dello Schiaffo” o “delle Scacchiere”, XIV sec. – Anagni, Palazzo papale.

Al suo posto, viene eletto uno dei suoi consiglieri favoriti, il cardinale Benedetto Caetani, che prenderà il nome con cui sarà ricordato dalla Storia: Bonifacio VIII, addirittura messo da Dante all’Inferno ancora vivo. Barbara Frale ci riporta ad una più equilibrata visione delle cose.
«Di Bonifacio VIII abbiamo un ritratto a tinte fosche, decisamente esagerato, dovuto in gran parte a Dante e a Iacopone da Todi. Certo non era un santo: un nepotista che tendeva a coprire gli abusi della sua famiglia, perdeva le staffe molto facilmente arrivando a prorompere in parolacce ed alzare le mani, smanioso di ricchezze, tanto che il lusso sfrenato della corte pontificia era molto criticato. Ma era anche un politico di prima categoria, un insigne giurista che aveva insegnato all’università di Bologna, e con un concetto altissimo del papato già da cardinale
E uno così non può essere di sicuro il tipo che si lascia circuire: infatti la prima cosa che fa una volta al soglio pontificio è tornare a Roma e rimuovere tutti i funzionari che Carlo II d’Angiò era riuscito ad inserire. Nonostante questo, il re di Napoli gli assicura il suo sostegno, e, in occasione della sua consacrazione il 3 gennaio 1295, è sempre lui, insieme al figlio Carlo Martello a tenere le briglie del cavallo bianco con cui il nuovo papa entra in trionfo in San Pietro, e padre e figlio servono Bonifacio durante il banchetto di rito; dopotutto, per antica tradizione, il pontefice è pur sempre il suo signore feudale.
«I rapporti tra Bonifacio VIII e Carlo II furono sempre molto amichevoli; addirittura Carlo nominò conte di Caserta il fratello del papa, Roffredo Caetani, e gli assicurò una rendita di 140 onze d’oro l’anno» assicura dal canto suo Barbara Frale. «Abbiamo perfino un aneddoto simpatico riguardante il banchetto del giorno dell’incoronazione: Bonifacio VIII portava al dito un prezioso anello d’ambra che incantò talmente il re di Napoli da farlo distrarre nel servire il papa e versare un po’ di salsa sulla tovaglia. Il pontefice, divertito, gli chiese se per caso desiderasse quell’anello, e re Carlo, con la schiettezza del cavaliere, rispose in Francese che poteva tenerselo quel suo “demonio”.»
D’altra parte, Bonifacio VIII sostiene le trattative di Carlo II per arrivare ad un accordo con gli Aragonesi, e, anzi, gestisce in prima persona i negoziati: è anche grazie a lui se si arriva prima all’accordo di Anagni nel 1295 e poi alla pace di Caltabellotta nel 1302. Per giunta, alla corte papale risiede un uomo che unisce in qualche modo entrambi i regni: Arnaldo da Villanova, di origine Catalana, dunque Aragonese, ma che per lungo periodo ha studiato e insegnato a Salerno, nella prestigiosa Scuola Medica, ora uno studium (università) a tutti gli effetti.
Le preoccupazioni del pontefice provengono da ben altrove, come ci racconta la dott.ssa Frale.
«Il più grande nemico di Bonifacio VIII fu il nipote di Carlo d’Angiò, il re di Francia Filippo IV detto Il Bello, un monarca dalle tendenze “assolutistiche” che rivendicava la libertà totale del suo potere, e non tollerava altri poteri all’interno del suo regno: ad esempio, impose di tassare i beni della Chiesa (teoricamente appartenenti al papato) per finanziare le sue guerre. Due tendenze egualmente autoritarie che non potevano assolutamente conciliarsi: per giunta, Filippo di Francia era uno strano personaggio, misterioso, ascetico sicuramente più del papa. Il conflitto arrivò al punto di non ritorno quando Bonifacio, nel 1303, scomunicò Filippo con una bolla che però non ebbe il tempo di pubblicare; di rimando, il re di Francia mandò duemila armati ad Anagni, capitanati dal suo consigliere Guglielmo di Nogaret, a far arrestare il papa. È il celebre episodio dello Schiaffo di Anagni (in quell’occasione Sciarra Colonna, acerrimo nemico del pontefice, lo avrebbe addirittura schiaffeggiato), fatto inaudito, che costituì un grande trauma per l’intera Europa, cui d’altronde lo stesso Bonifacio non sarebbe sopravvissuto. Sarebbe morto infatti poco più di un mese dopo.»

Tommaso da Modena, Benedetto XI - affresco dalla Sala del Capitolo del Convento di San Nicolò, Treviso – 1352.

Tommaso da Modena, Benedetto XI – affresco dalla Sala del Capitolo del Convento di San Nicolò, Treviso – 1352.

La morte del papa, spregiudicato e furfante quanto si vuole, ma forte e determinato quanto il suo ruolo richiedeva all’epoca, lascia la Chiesa letteralmente sotto shock, e con essa l’Europa: ci sono di mezzo un papa oltraggiato e un re scomunicato, anche se non pubblicamente. Il conclave per eleggere il successore, a Perugia, è letteralmente blindato, con la “doppia tenaglia” francese di re Filippo da una parte e suo zio Carlo II dall’altra, nella persona del figlio Roberto, erede dopo la morte precoce di Carlo Martello. La dott.ssa Frale ci rende conto dell’esito
«L’uomo che viene eletto è il confessore di Bonifacio VIII, colui che sul letto di morte lo aveva spinto a perdonare gli attentatori di Anagni: il domenicano Niccolò Boccasini, un uomo di umilissima famiglia che aveva fatto carriera contro la sua volontà, arrivando a diventare generale dell’Ordine dei predicatori. Prese il nome di Benedetto XI. Ai cardinali elettori sembrò il perfetto compromesso tra santità e diplomazia, e la scelta si rivelò molto saggia: appena salito al soglio pontificio, il nuovo papa cominciò a riallacciare i rapporti con il re di Francia, e dopo soli sei mesi, Filippo gli giurava fedeltà. Oggi, per la Chiesa, è beato, come Celestino V
Il nuovo vicario di Cristo non è uno sconosciuto per Carlo re di Napoli: nel 1301, alla morte di suo figlio Carlo Martello che, oltre ad essere erede al trono del Mezzogiorno d’Italia era già re titolare d’Ungheria, il Boccasini era stato inviato inviato come legato pontificio in Ungheria per appoggiare l’ascesa al trono del primogenito del defunto, Carlo Roberto. Per quanto riguarda la questione Sicilia, il pontefice e il re di Napoli sono sulla stessa lunghezza d’onda: Federico d’Aragona, che già comincia a pensare alle scappatoie su come far passare l’isola ai suoi figli, riceve più di una nota di biasimo da Benedetto XI. Il papa, tra l’altro, aderisce entusiasticamente ad un progetto che i d’Angiò stanno coltivando già dai tempi di Carlo I: una specie di crociata contro l’Impero bizantino, ormai debolissimo, per ripristinare il regno latino di Costantinopoli riconquistato dai Greci quarant’anni prima.
Questa politica così accorta da una parte e così dinamica dall’altra, però, non doveva durare a lungo, come ci racconta Barbara Frale:
«Dopo appena un anno di pontificato, Benedetto XI morì dopo aver mangiato un piatto di fichi. È molto probabile che si fosse trattato di avvelenamento: non si sa esattamente per mano di chi, ma sicuramente per ordine di qualcuno cui la sua politica aveva dato fastidio. La scomunica contro il re di Francia era stata sostanzialmente revocata, mentre erano state mantenute quelle contro gli attentatori di Anagni, Guglielmo di Nogaret e Sciarra Colonna: forse furono proprio loro i mandanti
Carlo II d’Angiò, re di Napoli, dal canto suo, morirà il 5 maggio 1309, nella sua capitale. Le sue spoglie, secondo la sua volontà, furono portate ad Aix-en-Provence, feudo lasciatogli in eredità dalla madre, Beatrice di Provenza. Sua moglie, Maria d’Ungheria, si farà invece seppellire nella splendida chiesa da lei restaurata, uno dei gioielli della Napoli gotica: Santa Maria Donnaregina.

Tino da Camaino - Monumento sepolcrale di Maria dUngheria, 1323 - Napoli, Santa Maria Donnaregina Vecchia.

Tino da Camaino – Monumento sepolcrale di Maria d’Ungheria, 1323 – Napoli, Santa Maria Donnaregina Vecchia.

Articolo pubblicato su “SaperinCampania.it” – Tre papi e il Regno di Napoli: un politico, due santi e un re.

Per saperne di più:
Video della conferenza – S. Pietro in Camerellis, Salerno 27/07/2015;
Barbara Frale, L’inganno del gran rifiuto. La vera storia di Celestino V, papa dimissionario, Torino, UTET, 2013

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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3 risposte a Un politico, due santi e un re – tre papi e il Regno di Napoli.

  1. mary ha detto:

    il Medioevo è proprio la tua epoca d’oro!!!

  2. marzia ha detto:

    I libri di questa studiosa son molto appetibili..

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