Seconda canzone di Marotta a fra’ Guittone

Ricordate la storia di Marotta Amalfitana e del suo amore impossibile per Guittone d’Arezzo, poeta, cavaliere e consacrato? Qualcuno è curioso di sapere com’è andata a finire?

Per cortesia del gruppo di Living History "Imperiales Friderici II".

Per cortesia del gruppo di Living History “Imperiales Friderici II”.

Bene, com’era prevedibile, gli struggenti versi della fanciulla, sulle ali dell’appassionata melodia scritta per lei da Matteo ‘o Taccone, volarono di bocca in bocca da Amalfi per tutto il Regno di Napoli per poi planare fuori e raggiungere le valli toscane; fino al convento di Fonte Veneziana, fuori dalle mura di Arezzo, dove fra’ Guittone aveva dimora.
In molti tesero l’orecchio verso quelle pietre, in un misto di curiosità e trepidazione, aspettando che fossero improvvisamente travolte dallo sdegno del Cavaliere della Beata e Gloriosa Vergine Maria, scagliate come carboni ardenti addosso all’ignota fanciulla amalfitana che aveva osato parlare d’amore (cortesemente quanto si vuole ma pur sempre d’amor profano) a chi non aveva altro amore se non la Madre di Dio. Eppure il tempo passava, e non una parola apriva uno spiraglio nel silenzio assordante di Fonte Veneziana.
Poi, un giorno, il sonatore Matteo ‘o Taccone si ritrovò davanti un fratello Ospedaliere appena giunto a Salerno da Arezzo; gli consegnò un plico di fogli che, a suo dire gli erano stati affidati da Frate Guittone in persona e che, raccomandò con molta insistenza, dovevano essere eseguiti alla presenza di Marotta di Amalfi, sua e di nessun altro.
Era un sonetto, completo di musica. Un sonetto tutto per lei.
Chi era egli dunque, si chiedeva Guittone in quei versi, perché gli fosse riservato un simile dono, il dono delle lacrime e del sudore con cui era stato annaffiato il seme dell’amore piantato in un terreno così vile come lui? E per giunta un seme i cui frutti quella stessa mano non aveva intenzione di cogliere dall’albero che sarebbe spuntato, incurante che sarebbero stati solo frutti amari, e anzi, proprio per questo li venerava come pietre preziose? Non temesse nulla, lo spirito puro e nobile di Marotta: se non si può impedire all’uccellino di cantare a maggio, tanto più non si può impedire all’amore d’insinuarsi in un cuore gentile, anche contro la sua volontà. Guittone sentiva nel suo cuore il pianto di Marotta, ed esserne lui la causa lo riempiva di dolore: quel pianto non sarebbe andato perduto, anzi, da esso sarebbe sbocciato un fiore quale il mondo non aveva mai visto. Questo, però, sarebbe accaduto solo grazie a Colui che era stato la vera causa dell’amore della fanciulla, e del quale egli era solo un pallido riflesso: splende infatti più il riflesso nell’acqua del disco che sfolgora in cielo? A quel Sole, che solo ha amato fino a farsi svenare per lei sul legno della croce, Marotta avrebbe dovuto affidare il fiore nato da una Sua ombra, a Lui che non aspettava altro se non aprirlo nell’amore puro, quello per lo Spirito e non per la carne, soltanto per amarla ancora di più e di adornarla delle suppliche e dei lamenti di lei come di vesti splendide e gioielli, così da esser rapito dalla sua bellezza nella Corte del Cielo. Così soltanto poteva ricompensarla Guittone, umile suo cavaliere, per il dono immenso che gli aveva fatto: fino al suo ultimo respiro l’avrebbe difesa dagli assalti del Maligno, e, una volta comparso innanzi al Re dei Cieli, l’avrebbe supplicato di farla sedere come regina alla Sua destra.
A Marotta parve davvero di impazzire: ogni parola e ogni nota di quei versi che l’avevano fatta innamorare, stavolta era per lei, solo per lei! Era molto più di quanto il suo piccolo cuore avesse mai osato sperare; una gratitudine sconfinata ne irruppe come un fiume in piena, riversandosi quasi da sé nell’allegra malinconia di un’altra canzone, che Matteo ‘o Taccone musicò con la triste freschezza di una danza di primavera velata d’autunno.

Chi me pô levà ‘e ddeta.
da ‘e ccorde ‘e sto liuto?
A vuje l’aggio sentuto:
cavaliero me site.

Maggio mo’ pozzo cantà
cu’ ‘a lengua ‘e l’aucielle,
e int’a li ffronnelle
n’armunia sunarrà:

“Scetate, uorto mio,
e vuje, rose e viole!
Neh, no cchù bbello sole
Ogge v’ha dato Ddio!”

‘E sfere soje manna
Lu Sire mio pe’ mme!
Sti pparole a mme! Pecché?
Che smania ca me danno!

‘A luce vosta pare
vicina ‘no poco ‘e cchiù,
e ‘o core: “Che faje tu?
Nun puo’ passà sto mare.

Isso s’è scurdato ggià.
So’ tutta ‘a ggioja soja
l’uocchje sante ‘e Maria:
sul’essa no scurdarrà.”

Ma, ajemmé, c’aggio ‘a fa’?
Chiantulella songh’io
ca nun cerca golio,
ma na sfera pe campà.

Cchiù ccaro m’è sto viso
ca nun ‘o pozzo addurà,
pecché nun se po’ streppà
‘no sciore ‘e Paraviso.

No, stateve ccà sulo!
N’ato ppoco sciurite
e barzamo spannite
primma ‘e turnà ‘n Cielo!

Traduzione
Chi mi può levar le dita
dalle corde del mio liuto?
Da voi l’ho sentito:
cavaliere mi siete.

Ora maggio posso cantar
con la lingua degli uccelli,
e, nel boschetto,
un’armonia suonerà:

“Svegliati, giardino mio,
e voi, rose e viole!
Deh, un più bel sole
oggi v’ha dato Dio!”

I raggi suoi manda
il Sire mio per me!
Parole così a me! Perché?
Che smania che mi danno!

La luce vostra pare
vicina un po’ di più,
e il cuore: “Che fai tu?
Non puoi passar tal mare.

Scordato egli l’ha già.
Son tutta la sua gioia
gli occhi santi di Maria:
Lei sola non scorderà”

Ma, ahimé, che debbo far?
Pianticella son io
che non chiede diletto,
ma un raggio per vivere.

Più caro m’è questo viso,
ché mai odorar lo potrò,
perché coglier non si può
un fior di Paradiso.

No, qua sol restate!
Un altro po’ fiorite
ed aroma spandete
prima di tornare in Cielo!

Pubblicato su “Aphorism” – Seconda Canzone di Marotta a fra’ Guittone

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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