Nicola. Lì dove sorge il sole – Vito Giuss Potenza (2006)

Strana terra, il mio Sud Italia: spontanea, appassionata, luminosa, ma al tempo stesso inquietante, violenta, cupa. Sono sempre più convinta che sia una delle poche terre davvero medievali rimaste in Europa, come ha raccontato benissimo Roberto de Simone nel suo capolavoro teatrale La Gatta Cenerentola, parlando del popolo di Napoli: un popolo ribelle a qualsiasi tipo di “schematizzazione”, insofferente alle idee e alle regole astratte, che guarda i vari regni che si succedono sopra di esso come qualcosa che non lo riguardi, come d’altronde tutto quello con cui non si possa avere un contatto diretto, con cui si possa stringere alleanza, offrire fedeltà in cambio di protezione, tirare anche una coltellata nella pancia se necessario. Il popolo napoletano (e quello del Sud in generale) è il popolo della materia, del cibo, del sangue, dei sensi, può essere opportunista fino al cinismo come Pulcinella, ma d’altra parte può arrivare anche a farsi ammazzare per chi ama: da secoli la “munnezza” convive con l’arte, e forse proprio per questo la bellezza emerge con una forza tutta speciale. Questo è particolarmente vero per il rapporto con il sacro: come gli uomini del Medioevo, anche tanti uomini del Sud Italia non si fanno scrupoli a tirare il Mistero in terra e di sporcarlo di carne e sangue. Quello con Dio, la Vergine, i Santi dev’essere un contatto fisico, si devono avere a portata di mano per poter parlarci, toccarli, “tirarli per le orecchie” nella vita di tutti i giorni, anche prenderli “a maleparole” all’occorrenza. Una religiosità di strada, capace di ripetere la stessa invocazione cento volte di seguito pur di ottenere la grazia, di affrontare chilometri a piedi di pellegrinaggio (anche se si tratta di scalare montagne intere) verso i santuari in cui trovare la guarigione, ma che spinge anche ad abbandonare ai suoi patimenti un’anima del Purgatorio rappresentata da un teschio e, anzi, di accrescerli con le peggiori maledizioni se le cose vanno male, o a lasciarsi andare a tammurriate orgiastiche fin davanti al sagrato di una chiesa, in barba ai divieti.
Anche se, da Campana, conosco poco il contesto pugliese, ho ritrovato tutta la carnalità del rapporto con il sacro tipico della mia terra in questo film, straboccante di tinte forti, anche se girato in bianco e nero: Nicola. Lì dove sorge il sole, di Vito Giuss Potenza.
Che il regista sia Barese fino al midollo delle ossa lo si può intuire anche senza leggerne la biografia: il film, tratto quasi pari pari dalla Translatio Sancti Nicolai redatta dal monaco Niceforo di Bari verso la fine dell’XI secolo, narra il vero e proprio furto delle reliquie di San Nicola dal santuario di Myra, in Asia Minore, da parte di sessantadue marinai palesini spinti da un sogno dell’abate Elia, nella quale il santo stesso avrebbe chiesto di esser portato a Bari, e narra questa storia con tono più epico che agiografico, con un coinvolgimento e una partecipazione che si può avere per qualcosa da cui si è presi, fino alle viscere.
Significativa è stata la scelta di Vito Giuss Potenza di far interpretare il manipolo di marinai da attori di teatro e di farli parlare in dialetto barese, mentre gli “alti papaveri” (l’abate Elia, il vescovo di Bari, ecc.) parlano in Italiano: sottolinea così che questa è una storia di popolo, la storia di un pugno di uomini che non sono né santi né eroi, anzi, veri e propri ladri, a volte anche violenti, ma sempre caldi, spontanei e sinceri, e soprattutto disinteressati, che si buttano su quelle quattro ossa e sul liquido profumato che ne sgorga quasi con voracità, e sono disposti a tutto pur di portarle nella loro terra e di dedicare una chiesa a San Nicola, il loro santo, perfino a usare le maniere forti con preti e vescovi. E non si fanno certo sconti perché c’è un santo di mezzo, anzi, San Nicola viene letteralmente scaraventato nella realtà della Puglia dell’XI secolo, una realtà fatta di fatica, di fame, regolata dalle leggi dei potenti, ma anche dalle arcaiche leggi non scritte, un codice primordiale dominato dal senso dell’onore e dalla lealtà; ed è a queste ultime, non alle regole dei pezzi grossi, che è legata la sfera del sacro. Ad esempio, è il furto di parte delle ossa da parte di due marinai a far scatenare una tempesta, e basta l’ordalia non violenta di un giuramento a far venir fuori i ladri; ladri non per interesse, però, ma per amore, riassunto tutto dal grido di uno dei marinai, costretto a consegnare la “refurtiva” al capo della spedizione «Santu Nicola io ‘u tengo dintu ‘u core!» (mi perdonino gli amici pugliesi se ho sbagliato l’ortografia).
Il film non concede niente al melense, non c’è traccia di sviolinate: il soprannaturale viene accostato al naturale nel modo più semplice possibile, il meraviglioso è parte integrante del quotidiano. E anch’esso si riveste di carnalità, perché riguarda i corpi, quelli dei lebbrosi, degli storpi, dei ciechi che si affollano intorno alle reliquie di San Nicola portate a Bari, inquadrati in tutta la loro brutale ripugnanza. Altrettanto si può dire per le scene degli scontri tra la popolazione che pretende una nuova chiesa per custodire le reliquie del santo e le guardie del vescovo (rappresentate dai rievocatori della Compagnia Stratos e della Historia Bari): la guerra non è bella, e il regista lo dice con il linguaggio più forte, quello della disperazione delle donne; indimenticabile è l’inquadratura di una madre che piange e urla sul corpo del figlio morto.
Con tutte queste premesse, a mio parere ci si può permettere di ignorare gli errori filologici che i rievocatori non mancheranno di notare, frutto indubbiamente dei mezzi limitati che la produzione ha avuto a disposizione: insomma, non sarà un film storicamente fedele al 100%, ma è umanamente credibile, e quest’ultima caratteristica non è quantificabile in percentuali, come non lo è tutto ciò che ha a che fare con tutto ciò che appartiene alle sfere più profonde dell’umano.
Piccola nota a margine, nel cast sono presenti tre nomi non da poco del nostro schermo e del nostro palcoscenico, in ruoli piccoli, ma che non passano inosservati: Andrea Giordana, Massimo d’Apporto e Moni Ovadia. Una menzione speciale e meritatissima va all’attore pugliese Vito Signorile, mistico nel vero senso della parola, nel ruolo dell’abate Elia, intenso senza essere melodrammatico, consapevole che non servono i salti mortali per andare dritto al cuore del pubblico.
I veri protagonisti però, nelle riprese come nella storia, non sono i grandi, ma i “piccoli”, gli attori di teatro che non si vedono tutti i giorni, i cui nomi sono quasi del tutto ignoti; e sono proprio loro a dipingere con la loro passione il bianco e nero della pellicola, passione autentica, non simulata, quella specie di passione di cui solo il popolo del Sud è capace.

Servizio di Vincenzo Mollica per il Tg1 – 5 maggio 2006

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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2 risposte a Nicola. Lì dove sorge il sole – Vito Giuss Potenza (2006)

  1. Stefano Latorre ha detto:

    Federica complimenti! Hai colto perfettamente nel segno lo spirito con cui è stato voluto e girato questo film “povero” (poichè fatto con un budget irrisorio). E’ la religiosità della “pancia” che viene fuori, è la profondità del culto presente ancora oggi nei vicoli della città vecchia di Bari che è rappresentata.

    • Mercuriade ha detto:

      Come nei vicoli e nelle chiese del centro storico di Napoli: chi ha avuto modo di assistere anche una volta sola al Miracolo di San Gennaro non può non esserne risucchiato.

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