Ivanhoe

Ivanhoe

Lady Rowena, Rebecca e Lucia: analizza questi tre personaggi, sottolineando gli aspetti fondamentali di ciascuna di loro.

È forse la traccia che ricordo meglio di un tema di Italiano nei miei anni del liceo classico, o meglio. in quei due anni di “studio disperato e matto” (per usare le parole della mia prof.), che prima venivano chiamati “IV e V ginnasio”. La prima di tre opzioni che, ricordo, scelsi senza esitazione, buttandomi a capofitto con cuore e cervello, con il trasporto tipico degli adolescenti, quando qualcosa riesce ad appassionarli.
E, in effetti, la nostra fantastica prof. di lettere (che di batoste ne dava, ma che ci ha davvero fatto diventare adulti) aveva deciso di affiancare alla tradizionale lettura e analisi “a puntate” de I Promessi Sposi, la lettura a casa di un altro romanzo, che divenne il mio inseparabile compagno in quei due anni, tanto da ritrovarmi spesso in borsa quel volume “tascabile” (per modo di dire) della Garzianti, quasi fosse un portafortuna, e da rileggerlo di nascosto sotto il banco nell’ora di matematica:

Ivanhoe, di Walter Scott.

Ho ancora vivo il ricordo dello slancio con cui mi lasciavo risucchiare dal Medioevo immaginario dispiegato in quelle pagine, delle varianti che scrivevo e riscrivevo sui miei quaderni, dell’affetto che mi legava ai personaggi quasi fossero persone vive, compagni della mia adolescenza. In modo particolare la mia immagine si sovrapponeva a quella di Rebecca, la figlia del ricco banchiere ebreo Isacco di York, l’esclusa vestita all’orientale, sulla cui figura di odalisca vedevo aleggiare quella stessa nebbia di malinconia che pervadeva i miei quindici anni, come nella principessa greca Haydée de Il conte di Montecristo.
Capita spesso, però, che rileggendo lo stesso libro dopo un certo tempo, quando si è più maturi, le considerazioni appuntate sui quaderni del liceo appartengano quasi ad un altro pianeta, e gli stessi personaggi appaiano sotto una luce totalmente diversa.
In particolare, posso dire di avere in un certo senso rivalutato Vilifrido di Ivanhoe, il protagonista, e Lady Rowena, la nobile dama sassone alla fine sposa dell’eroe, che all’epoca avevo degnato appena di un’occhiata, considerandoli troppo sbiaditi.
Quando si è adolescenti, capita spesso di voler portare tutto all’estremo, di voler vedere solo due colori: il bianco e il nero. Bianco e nero, come il Beau-séant, nome francese che risuona così spesso tra le pagine del romanzo, anche come grido di battaglia: il nome del vessillo bianco e nero dei Templari. Quei Templari cui appartiene forse il vero “cattivo” della storia, il Nero assoluto, al cui confronto tutti gli altri, Giovanni Senzaterra compreso, sembrano dei grigi sbiaditi: Brian de Bois-Guilbert.
Un “personaggio grande nel male”, avrebbe detto la mia prof., e in effetti, data la descrizione fisica così dettagliata che ne fa Walter Scott (come al solito), barba nera compresa, non facevo fatica ad immaginarlo in tutta la sua imponenza, tutto muscoli e nervi, il volto coperto di cicatrici e dagli occhi neri, fatto apposta per incutere paura, e che insieme svela le smisurate passioni che si agitano sotto la cotta di maglia, per soddisfare le quali è disposto a tutto; passioni di potere e di ambizione, al di là di ogni immaginazione, ma anche passioni di dolore, quelle del suo passato; e passioni d’amore.
E per chi se non per Rebecca, il Bianco senza macchia, che forse non a caso fa la sua prima apparizione nel libro avvolta in un velo ricamato d’argento? Per chi se non per la generosa, irreprensibile e appassionata Rebecca, capace di non rivelare il suo amore proibito per Vilifrido nemmeno a lui, a prezzo di enormi sofferenze, e che la condizione di esclusa ha reso sempre pronta a rischiare il tutto per tutto, come una che non ha più nulla da perdere? Uno così poteva perdere la testa solo per qualcuna che, di fronte al suo ordine di “rassegnarsi al suo destino” con le buone o con le cattive, non esita a salire sul parapetto della finestra della torre e a gridargli in faccia: «Restate dove siete, fiero Templare, o, se credete, venite avanti! Un passo, e io mi getterò nel precipizio; il mio corpo sarà sfracellato sulle pietre di quella corte, prima che divenga vittima della vostra brutalità!» Come stupirsi se egli arrivi a rischiare l’espulsione dall’Ordine e la scomunica pur di averla, messo alle strette durante il processo per stregoneria intentato a Rebecca dal Gran Maestro? «Eppure, Rebecca, sacrificherò questa grandezza, rinuncerò alla fama, abbandonerò il potere anche se l’ho già quasi in pugno, se mi dirai: “Bois-Guilbert, ti accetto come amante”
Ciò che mi affascinava era proprio lo scontro tra i due opposti, e l’enorme tensione erotica che ne scaturiva; ed era inevitabile paragonare questa storia, isolata da tutto il resto, a quella raccontata ne I Promessi Sposi, che nello stesso momento leggevo. Cosa sarebbe successo se don Rodrigo e Lucia si fossero incontrati faccia a faccia, come Rebecca e il Templare? E, soprattutto, se, per il signorotto in questione, la contadinella di Pescarenico non fosse stata una semplice scommessa da vincere ma un vero oggetto del desiderio (anche se, più che con don Rodrigo, tutto fumo e niente arrosto, Brian de Bois-Guilbert calza a pennello con la descrizione dell’Innominato)? Il Bianco e il Nero cuciti sullo stesso vessillo, sulla stessa stazza interiore, sulla stessa passionalità di fondo e sulla stessa granitica decisione a non cedere di un millimetro rispetto ai propri intenti. Forse è proprio per questo che è proprio grazie all’Ebrea se veniamo a conoscenza del doloroso passato di Brian de Bois-Guilbert, ed è egli stesso a dirlo: «Rebecca! colei che è capace di preferire la morte al disonore, deve avere un’anima eroica e forte. Devi essere mia! […] Devi acconsentire a dividere con me speranze più grandi di quelle che potrebbero sognarsi sedendo sul trono di un monarca! […] Non cercavo che un’anima gemella per condividerlo, e l’ho trovata in te.» Detto tra parentesi, quando, qualche anno fa, la televisione trasmise la versione musical de I Promessi Sposi, la grande aria di don Rodrigo (degna di un baritono verdiano) mi fece pensare immediatamente al Templare, e a come lo immaginavo giovinetta.
Quel tempo, però, è, trascorso da un pezzo, e il tempo costringe a rivedere molte cose. Soprattutto, che la realtà è ben diversa dai romanzi, e che, tra il bianco e il nero, vi sono molte sfumature.
Ad esempio, il paragone tra Lady Rowena e Rebecca, che si vede soprattutto dal comportamento tenuto da ciascuna innanzi al loro carceriere: mentre Rebecca non fa una piega davanti al Templare, minacciando addirittura di buttarsi dalla finestra, Lady Rowena riesce a tener testa solo fino ad un certo punto a Maurizio de Bracy, poi scoppia a piangere. Ebbene, non ho potuto fare a meno di pormi una domanda: io cosa avrei fatto?
E la risposta è stata che, trovandomi in una situazione del genere, mi sarei comportata più come Lady Rowena che come Rebecca; soprattutto se mi fosse stato sbattuto in faccia che la vita delle persone che più amavo dipendesse da un mio sì o da un mio no.
Ora non nego di nutrire una certa simpatia, e complicità, per Lady Rowena, perché lei, come Lucia, non è un’eroina: è una persona qualunque. Una persona qualunque che ha fatto la sua scelta per il bene, e che cerca di portarla avanti come può, con tutti i limiti di una persona qualunque. Ora mi ritrovo ad immaginare i carboni ardenti che deve aver ingoiato la povera Rowena chiusa nella sua prigione, forse anche più di Rebecca, perché più si sta in alto più pesa la responsabilità della vita di chi dipende dalla risposta che si dà. Cosa sarebbe accaduto al vecchio nobiluomo sassone Cerdic di Rotherwood, e a tutta la gente che da lui dipendeva, compresi il contadino Gurth e il buffone Wamba, se Rowena si fosse comportata come Rebecca? In questo, Walter Scott non è uno psicologo così fine come lo è Manzoni, che sviscera nei particolari l’animo di Lucia in quella notte terribile nel castellaccio dell’Innominato, il buio totale che vede da ogni parte: ma io immagino che Rowena debba aver passato una notte simile, o più terribile ancora pensando al suo padre adottivo Cerdic e all’amato Vilifrido, che non sa nemmeno vivo o morto. Una persona qualunque, Rowena, che ha i suoi cedimenti, ma che, al momento opportuno, non si tira indietro, come quando la vediamo rimboccarsi le maniche per soccorrere i feriti.
Così, in fondo, è anche Vilifrido: una persona qualunque, che deve affrontare tutti i guai che gli capitano addosso, e cerca di farlo nel migliore dei modi. Non sempre ci riesce, ma almeno ci prova; al torneo vince, ma ne esce mezzo morto. Fa certo le sue figuracce davanti ai lettori, come quando tratta con tanta sufficienza Rebecca che pure gli ha salvato la pelle; ha però il fegato, lui che a stento si regge in piedi, di montare a cavallo e di presentarsi come campione dell’ebrea nel duello giudiziario contro Brian de Bois-Guilbert, per ricambiarle il favore. Insomma, non si potrebbe definire un eroe come lo è il Templare (sia pure nel male), ma è sicuramente un galantuomo: e, se vogliamo dar retta a Pirandello, «È molto più facile essere un eroe, che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto; galantuomini, si dev’esser sempre.»
A ben guardare, quasi tutte le figure del romanzo sono persone qualunque, tranne pochissime eccezioni: gente normale, in alto e in basso, il vecchio nobiluomo sassone Cerdic di Rotherwood, rude ma di gran cuore, come la megera Umfrida, la classica “strega” scontrosa e ubriacona ma che le passate sofferenze porteranno ad una terribile vendetta; il priore di  Jorvaulx, che a me ha ricordato molto don Abbondio, come frate Tuck, altro chierico gaudente ma pronto a rischiare la pelle quando necessario. Gente consapevole che qualche compromesso ogni tanto va accettato, purché la coerenza di fondo non venga meno.
Gli unici che si ostinano a rifiutare qualsiasi compromesso sono proprio Rebecca e Brian de Bois-Guilbert; così, inevitabilmente, si autoescludono dalla vicenda. Ora sono dell’idea che non sono soltanto i canoni del romanzo ottocentesco ad esigere che questi due personaggi alla fine spariscano: sono loro a “decidere” in qualche modo di uscirne, perché rimanervi voleva dire, in qualche modo, accettare compromessi. Il Templare avrebbe avuto la possibilità di redimersi salvando Rebecca, come appare palese ed evidente nell’ultimo dialogo che ha con lei, ma questo vuol dire rinunciare ad averla, cosa cui egli non è disposto mai e poi mai; così, alla fine, Rebecca potrebbe rimanere in Inghilterra, accanto all’uomo che ama, pur se sotto altra veste, ma a prezzo di rinnegare la sua identità di Ebrea, cui vuole rimanere fedele fino alla fine. È inevitabile, dunque, che vengano cancellati proprio dalla loro intransigenza, il primo in senso letterale, morendo con il cuore spezzato dalle sue passioni estreme, e l’altra con una rinuncia totale a se stessa sintetizzata da una frase scioccante nella sua brevità, «Non porterò mai più gioielli».
Perché Walter Scott lo aveva capito benissimo: se un romanzo dev’essere in qualche modo uno specchio (deformato quanto si vuole ma pur sempre uno specchio) della vita reale, non può mettere al centro il Beau-séant, il bianco e il nero, ma la gente che davvero fanno la vita, quella a sfumature, come Vilifrido e Rowena; come Renzo e Lucia. D’altronde, come ammette la stessa intransigente Rebecca, «come potremmo rimproverare a una creatura di questo mondo di portare qualche traccia della sua origine?»

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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3 risposte a Ivanhoe

  1. Italo Benati ha detto:

    Gentilissima Signora Mercuriade, sono appena arrivato sul suo sito, per caso. Sa come succede, nel Web: qualcuno che conosci, ad es su Facebook. posta qualcosa, e via si finisce risucchiati. Per ora ho letto solamente il post su Ivanhoe, qui sopra, ma mi darò da fare. Mi scusi se non mi attengo strettamente all’argomento che pure mi ha molto interessato. Voglia accettare le mie più vivaci congratulazioni, Grazie anche per il coinvolgimento con il popolo longobardo, da parte di un residente in Romagna, in pratica sull’antico Limes Langobardorum.
    Ancora grazie.
    IB
    Lugo di Romagna

    • Mercuriade ha detto:

      Egregio Lugo,
      le sue parole mi lusingano, e lusingano soprattutto questo “cofanetto” cui ho imparato pian piano anche io a portar rispetto, tanto, da impreziosirlo con una gemma qual è Frate Wolmaro.
      Grazie mille!

  2. Angelo Cappelli ha detto:

    Mi sono interessato a Walter Scott, da quando ne lessi una bellissima storia di fantasmi al corso universitario d’inglese, e devo dire che ha avuto un destino paradossale. Anche se la critica ha ormai stabilito che la parte più valida della sua opera sia quella ambientata nella Scozia del Settecento,per il pubblico, è solo l’autore di Ivanohe, e le decine di altri romanzi che ha scritto sono ingiustamente dimenticati (in primo luogo dai trduttori italiani).

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