Dal Regimen Sanitatis alla fitoterapia biotecnologica: la Scuola Medica Salernitana nel XXI secolo.

Ha avuto un taglio particolare questa edizione 2015 dell’annuale Giornata di Studi sulla Scuola Medica Salernitana a cura dell’associazione Adorea, tenutasi, come di consueto, al Salone della Sede dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri a Salerno, il 12 marzo scorso.
Il perno dell’incontro è stato la presentazione di un e-book (consultabile gratuitamente on-line), in pratica gli atti del suo primo convegno scientifico, che data ormai al novembre 2013: Erbe, manoscritti e incisioni – esplorazioni nel mondo della fitoterapia.

La Madre Terra porge al medico la cornucopia dei semplici - miniatura da "Medicina Antiqua" - Italia Meridionale, XIII sec. - Vienna, Oesterreichische Nationalbibliothek.

La Madre Terra porge al medico la cornucopia dei semplici – miniatura da “Medicina Antiqua” – Italia Meridionale, XIII sec. – Vienna, Oesterreichische Nationalbibliothek.

«Sentivamo la necessità di rendere partecipi quanti più possibile al lavoro che abbiamo intrapreso, frutto degli sforzi di quasi due anni: e di farlo attraverso i nuovi mezzi che la tecnologia ci offre,» puntualizza Vittoria Bonani, presidente di Adorea. «Non tanto per l’esterno, quanto per gli stessi Salernitani, che per la maggior parte ignorano completamente questo momento straordinario della nostra storia, e i “colti” sembrano addirittura snobbarlo. Tanti anni fa, fu proposta perfino l’istituzione di una Cattedra di Storia della Scuola Medica Salernitana all’Università di Salerno, ma l’idea cadde nel vuoto. Con questo non voglio dire che l’Università di Salerno sia rimasta insensibile alle nostre iniziative, al contrario: il nostro volume vanta interventi di docenti dell’Università di Salerno e di Napoli, come Rita Patrizia Aquino, Paola Zito, Virginia Lanzotti ed Enrica de Falco, che hanno creduto nel nostro progetto e vi hanno aderito con entusiasmo. Aiutandoci tra l’altro a capire che la Scuola Medica Salernitana non appartiene all’archeologia, ma all’attualità, e che le sue conoscenze in materia di erbe possono aiutarci ad affrontare le sfide delle malattie del terzo millennio.»
E invero l’Università di Salerno è stata ben rappresentata anche alla presentazione, nelle persone di Paola Capone, docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia delle Arti Grafiche, Aldo Pinto, ordinario di Farmacologia, e Antonella Leone, docente associato di Genetica Agraria e Ingegneria Metabolica delle Piante.
Sono loro ad incaricarsi di mostrare come le grandi conoscenze erboristiche della Scuola Medica Salernitana, pur situandosi al di qua del “metodo scientifico” esploso nel Seicento, risultino preziose nel contesto della rivoluzione che il mondo della farmacologia sta vivendo in questo momento storico: quello dei farmaci biologici e biotecnologici, e della farmacologia ecosostenibile. In più, l’approccio empirico implicava l’idea di una terapia ad personam, concetto che oggi si sta rivalutando.
Non c’è bisogno nemmeno di scomodare i grandi trattati come il Circa Instans o il Liber Pandectarum: è sufficiente partire dall’ABC, cioè dalla leggenda della nascita della Scuola di Salerno, e dal Regimen Sanitatis, forse il meno “scientifico” dei testi che Salerno ha prodotto, eppure quello che ha avuto più successo ed è sopravvissuto più a lungo.
La leggenda riportata dalla Chronica Elini racconta che la Scuola Medica Salernitana sarebbe nata sostanzialmente da un consulto tra quattro medici incontratisi presso la Porta Elini (presso l’attuale Piazza Portanova): un longobardo di nome Salernus, ferito al braccio, si ripara sotto la porta, applicando sopra il taglio della carne di gallo nero per rimarginarla, e viene raggiunto da un suo collega romeo (greco-bizantino), Pontus, che gli consiglia di curarla invece con la melissa; non è questa l’opinione di altri due medici giunti nel frattempo, il giudeo Helinus, che ritiene migliore spalmarvi un impiastro di issopo e nepitella, e l’agareno (arabo) Adela, per il quale niente è meglio della ruta. Al di là della leggenda (che tra l’altro non si sa nemmeno quando sia stata elaborata, ma rappresenta alla perfezione il connubio tra empirismo e studio, oltre al fondersi di conoscenze provenienti da mondi diversi), il racconto dimostra già in se stesso una grande conoscenza dei “semplici”, dato che la scienza moderna ha potuto stabilire che… avevano ragione tutti e quattro! Infatti la carne cruda, non avendo più sangue, rilascia il siero, che ha proprietà antinfiammatorie; la melissa invece, se adoperata per uso esterno, è cicatrizzante, astringente e analgesica; l’issopo e la nepitella, poi, messe insieme, producono una vera e propria “bomba” cicatrizzante, lenitiva e antibatterica; non parliamo della ruta, ricchissima di flavonoidi, perfetta per fermare emorragie.
Forse il particolare che la carne cruda in questione debba appartenere ad un “gallo nero” ci può far sorridere; eppure quest’aspetto, per gli uomini del Medioevo, come per quelli dell’antichità, non era di secondo piano. Essi consideravano la Natura come una realtà viva e sfaccettata, non riducendola a processi chimici e meccanici come facciamo noi: ogni aspetto della pianta, non solo il “principio attivo” che contiene, ma anche il suo aspetto, il suo colore, i suoi ritmi, perfino il bagaglio di simbolismi di cui è stata caricata nel corso dei secoli, veniva ritenuto importante nel suo uso come medicamento, e non di rado il simbolo nasconde una qualità terapeutica reale.
Per fare un esempio, il Regimen Sanitatis nomina soltanto diciotto erbe, comprese quelle ad uso non semplicemente medico, ma anche alimentare; si tratta, però, delle piante principali, utilizzate in campo farmacologico fin dalla notte dei tempi, piante che raccontano anche di metafore. Ad esempio le proprietà lenitive e antibatteriche dell’issopo, oltre alla sua utilità contro le malattie polmonari, ne hanno fatto il simbolo stesso della purificazione, espresso finanche nella Bibbia. O la menta, il cui estratto (il mentolo) è uno degli oli essenziali più utilizzati soprattutto per le sue proprietà antisettiche, nell’Antichità era il frutto del sacrificio di una ninfa, Menthe, innamorata di Ade, il signore dell’oltretomba, trasformata da quest’ultimo in una pianta di menta per salvarla dalla gelosia della moglie Persefone; la connotazione femminile di questa pianta resta nel mondo cristiano, in cui è conosciuta come “Erba di Santa Maria”, per esser stata l’unica pianta a dare ristoro alla Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto. Per non parlare della salvia, della quale il Regimen dice addirittura, giocando sul nome, “salvia salvatrix, naturae conciliatrix”, sottolineandone il ruolo di panacea e insieme di ponte tra la temporaneità dell’uomo e l’atemporalità della natura: e, a quanto pare, il Regimen non ha tutti i torti, visto che il genere salvia comprende la bellezza di 900 specie diverse, tra le quali è degna di nota la salvia sclarea, dalle cui radici è possibile estrarre sostanze antitumorali.
Un sincretismo tra mito, empirismo e farmacologia, dunque, un embrione di ciò che oggi chiameremmo “approccio multidisciplinare”, e non siamo completamente sicuri, dopotutto, che l’abbandono di questo approccio in nome della chimica e dei farmaci di sintesi sia stato un guadagno; soprattutto ora, che la cultura del principio attivo sta cedendo il passo a quella della tecnologia biologica, e curarsi con i rimedi naturali sta diventando una vera e propria moda. Gli addetti ai lavori sanno benissimo che i migliori chimici sono proprio le piante, e le molecole di origine naturale hanno una struttura fisico-chimica più compatibile con il nostro organismo rispetto ai composti chimici duri e puri; anche gli antibiotici, in fondo, non sono altro che derivati delle muffe.
Il loro utilizzo nella medicina moderna implica, però, un problemino non da poco: il 90% di queste piante sono di solito raccolte nel loro ambiente naturale, mettendone in serio pericolo la sopravvivenza stessa. Ne abbiamo già un esempio nell’antichità con il silfio, il cui uso indiscriminato nel mondo romano ne decretò l’estinzione attorno al VI secolo d.C. Senza contare che l’estrazione del principio attivo in una quantità ragionevole richiederebbe enormi quantità di materia prima, con costi altissimi. Per fortuna, le biotecnologie ci danno la possibilità di ovviare a questi inconvenienti, permettendoci di trasferire le proprietà dalle piante ai batteri: ad esempio, questi batteri, iniettati nelle radici, possono essere stimolati a produrre anticorpi e vaccini a costi molto più bassi rispetto ai metodi tradizionali, e per combattere malattie contro cui ancora non esiste vaccino, come l’epatite B.

Articolo pubblicato su – Citizen Salerno

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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