Augusto e Carlo Magno – due “patres patriae” per un solo impero?

Dioscoride, Gemma Augustea - 12 a.C. ca - Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Dioscoride, Gemma Augustea – 12 a.C. ca – Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Si è appena concluso un anno singolare, il 2014, per chi studia e ama la storia: ha segnato duemila anni dalla morte di Augusto, il primo imperatore di Roma (14 d.C.), ma anche mille e duecento anni dalla morte di un altro uomo che ricevette lo stesso appellativo di “Imperatore dei Romani”, Carlo Magno (814).
Numerose iniziative sono sorte, nel corso di quest’anno, per ricordarli entrambi: ad esempio, dal 27 maggio al 21 settembre scorsi, il Kunsthistorisches Museum di Vienna allestì una mostra dal titolo significativo, “I Padri dell’Europa. Augusto e Carlo Magno“: in essa erano esposti, fianco a fianco, la Gemma Augustea e l’Evangeliario dell’Incoronazione, due opere d’arte separate da quasi otto secoli, che con le immagini utilizzano il linguaggio del sacro per legittimare il potere. Più modestamente, il 4 dicembre scorso, si tenne, nell’Aula Magna del Convitto Nazionale Torquato Tasso di Salerno, un convegno dal titolo “Augusto e Carlo Magno: due uomini, un solo impero“.
Questi titoli suscitano una domanda: è vero, entrambi hanno creato un “Impero”, ma cosa significava questa parola per Caio Giulio Cesare Ottaviano e cosa ha significato, quasi ottocento anni dopo, per Carlo, re dei Franchi?
Per scoprirlo, è necessario esaminare, una alla volta, non solo la personalità di questi due uomini, ma anche il contesto in cui ciascuno di loro visse, compresa la città in cui i destini dei due s’incrociarono a secoli di distanza, e che vide loro conferire l’appellativo di Imperator, Roma.

Aureo di Augusto - Pergamo, 19-18 a.C. - sul verso, la sfinge, immagine intagliata anche nel suo sigillo.

Aureo di Augusto – Pergamo, 19-18 a.C. – sul verso, la sfinge, immagine intagliata anche nel suo sigillo.

Da pochi mesi è uscito, per la collana “Le Monete di Roma” della Dielle Editore di Verona, un volume tutto dedicato al primo periodo della vita di colui che allora era soltanto Caio Giulio Cesare Ottaviano, intitolato appunto Augusto. Il Triumvirato (il secondo volume, Augusto. Il Principato, dovrebbe uscire la prossima primavera). Un racconto in cui parlano non solo le voci degli storici dell’epoca come Tacito e Svetonio, ma anche le immagini sul rovescio delle monete fatte coniare proprio da Ottaviano, in cui, attraverso simboli e attributi apparentemente insignificanti ma in realtà molto eloquenti, il futuro imperatore sembra dire «Zitti tutti, parlo io!», e dare la sua versione dei fatti (o forse la versione dei fatti che voleva rendere pubblica).
Che ritratto ne emerge dunque del futuro Augusto e dell’idea che lui aveva di impero?
Lo chiediamo all’autore, Daniele Leoni, che da anni studia le vite degli Imperatori confrontando i testi con i messaggi delle monete.
«L’idea che mi sono fatto di Ottaviano è quella di un uomo dalla forte personalità, e per certi versi anche contraddittoria; un uomo che non si è mai tirato indietro di fronte a nulla, e calcolatore nel pubblico come nel privato. Ma, soprattutto, la mia idea è che Ottaviano era letteralmente baciato dalla fortuna: discendeva da parte paterna da una stirpe di parvenu, ma da parte materna era pronipote nientedimeno che di Giulio Cesare, e questo voleva dire partire già avvantaggiato. Fu proprio Giulio Cesare a “scoprirlo”, in un certo senso, a capire che quel giovanotto malaticcio avrebbe fatto carriera come politico: infatti lo volle accanto a sé in Spagna, nella battaglia contro Sesto Pompeo, come nel successivo trionfo a Roma, e, cosa più importante, lo nominò erede nel suo testamento e lo adottò come figlio. Per giunta, Ottaviano non era affatto un capo carismatico, e risultava perfino un po’ sbiadito rispetto alla stazza dei suoi avversari (personaggi tipo Marco Antonio, per intenderci): ebbe la fortuna sfacciata, però, di avere a portata di mano due amici e collaboratori che seppero colmare bene queste lacune, Agrippa, che vinse le sue battaglie, e Mecenate che con il suo circolo poetico (di cui facevano parte un Virgilio e un Orazio, per intenderci) ne creò un’immagine semidivina.»
La domanda, però, è: a quale scopo? Che cosa aveva in testa Ottaviano quando cominciò la sua scalata al potere? Qual’era la sua idea di “impero”?
«La mia impressione è che, inizialmente, non lo sapesse nemmeno lui,» osserva Daniele Leoni. «La trasformazione cruciale avvenne solo alla fine del Triumvirato, quando, sconfitto il suo grande rivale Marco Antonio, si ritrovò padrone assoluto di Roma. Si potrebbe dire che, prima, Ottaviano sviluppasse pian piano le idee che covavano dentro di lui e al tempo stesso “tastasse il terreno” per realizzarle. Una cosa, però, aveva ben chiara, e l’aveva appresa dal prozio Giulio Cesare, per il quale aveva una venerazione sconfinata: ci voleva un uomo che ricostruisse la res publica (l’Impero, diremmo noi) tutta daccapo, a partire dal Senato, marcio di corruzione e praticamente morto; aveva capito, inoltre che, ormai, Roma non era più solo l’Italia, ma comprendeva l’intero Mediterraneo, e le province andavano coinvolte nella sua amministrazione o il tutto sarebbe collassato. La tragica fine di Giulio Cesare, però, gli aveva insegnato che tutto questo andava fatto con eleganza, soprattutto nei confronti del Senato, non con un atteggiamento “da dittatore”, ma dando l’impressione di seguire le leggi romane; e fu questo il suo vero colpo di genio, scegliere di fare il tutto “dietro le quinte”, di non strappare il potere al Senato combattendolo frontalmente, ma “costringendolo” a conferirglielo. In pratica lo prese per la gola, prima persuadendo Cicerone a mettere fuori gioco Marco Antonio e poi blindandolo con i veterani di Cesare al suo comando per farsi nominare console; poi lasciò che fosse il Senato a conferire a lui, a Marco Antonio e a Lepido, la carica di Triumviri, il che gli permise di poter dettare lui stesso le regole (ad esempio, rivide il Senato quattro volte, sfoltendolo un bel po’ e inserendoci uomini di sua fiducia), poi lo convinse a dichiarare guerra all’ex alleato ed ex cognato Marco Antonio rubando addirittura il suo testamento, e sbattendo in faccia ai Padri Coscritti come quest’ultimo si fosse messo praticamente nelle mani di una regina straniera, Cleopatra. Il bello è che, osservando il verso delle monete di quel periodo, vediamo chiaramente come Ottaviano e Marco Antonio abbiano fatto esattamente le stesse scelte: entrambi tenevano a ribadire di essere Romani al 100% e a sbandierare i valori della romanitas, presentandosi anzitutto come conquistatori, e, soprattutto come gli autentici restauratori della tradizione romana.»
La romanitas prima di tutto, dunque; non ultimo sotto l’aspetto della pietas, della religiosità, cui soprattutto Ottaviano teneva particolarmente (altra eredità di Giulio Cesare).
«Attenzione, però,» precisa Daniele Leoni. «Per Ottaviano la religio non era semplicemente, come aveva affermato Cicerone, un instrumentum regni: la pietas era parte integrante dei valori della romanità, ciò che plasmava il vero cittadino romano. Per questo, una volta al potere, Augusto si adoperò per darle la stessa importanza che aveva avuto in età repubblicana, se non addirittura in età regia; oltre, naturalmente, per figurare, come poi fu ufficialmente acclamato, quale pater patriae».

Il cosiddetto "Talismano di Carlo Magno" - reliquiario in filigrana d'oro, pietre preziose e perle; i due zaffiri al centro contengono frammenti della Vera Croce - Reims, Museo del Tesoro della Cattedrale.

Il cosiddetto “Talismano di Carlo Magno” – reliquiario in filigrana d’oro, pietre preziose e perle; i due zaffiri al centro contengono frammenti della Vera Croce, IX sec. – Reims, Museo del Tesoro della Cattedrale.

La pietas e la religio hanno un ruolo importantissimo anche per Carlo Magno, in un mondo radicalmente cambiato dopo settecento anni e più; in una veste, però, del tutto diversa da quella che aveva per Augusto. A dircelo è Fabio Piemonte, dottore di ricerca in Filosofia Medievale all’Università di Salerno e studioso in particolare del pensiero dell’età carolingia; è stato tra i relatori del convegno di Salerno.
«Carlo era un brillante stratega e un ottimo comandante per formazione, e un cattolico per eredità di famiglia,» spiega. «In un’Europa frammentata, dominata da popoli germanici che avevano abbracciato il cristianesimo perlopiù sotto l’eresia ariana, i Franchi si erano convertiti direttamente al cattolicesimo, e i loro re, a partire dal capostipite Clodoveo fino al padre di Carlo, Pipino il Breve, erano stati investiti del ruolo di difensori ufficiali del papa, soprattutto contro le scorrerie dei Longobardi. Ruolo che lo stesso Carlo prendeva molto sul serio: oggi siamo abituati a dividere in modo molto netto l’aspetto politico da quello religioso, e dunque per noi è facile vedere Carlo come un espansionista che usava la religione come pretesto; nell’VIII secolo, però, non era così, e se vogliamo capire il progetto politico di Carlo dobbiamo metterci nella sua testa.»
E qual’era il progetto politico di colui che inizialmente era soltanto il re dei Franchi, dunque delle Gallie?
Per scoprirlo possiamo contare su una fonte scritta molto importante: la Vita Karoli di Eginardo, monaco contemporaneo di Carlo e allievo di Alcuino di York, il capo della scuola palatina fondata dallo stesso Carlo ad Aquisgrana. Di lui possiamo fidarci perché, se il suo essere vicino all’imperatore lo obbligava a parlarne il meglio possibile, il suo essere uomo di Chiesa gli permetteva di descriverne anche i difetti, nonché di prendere le distanze da alcune sue scelte, prima fra tutte la decapitazione dei cinquemila sassoni sconfitti dopo trent’anni di guerra perché avevano rifiutato di farsi battezzare.
«Eginardo descrive un uomo tutto sommato coerente con se stesso,» osserva Fabio Piemonte. «che voleva dare di sé l’immagine del sovrano magnanimo e giusto; viene sottolineato il suo equilibrio nelle amicizie, la sua attenzione all’educazione dei figli (secondo Eginardo Carlo non cenava o si metteva in viaggio senza di loro), il suo senso di ospitalità, il suo amore per la cultura, al punto che mentre mangiava si faceva leggere il De Civitate Dei di Sant’Agostino, come si faceva nei monasteri.»
E forse, secondo Fabio Piemonte, fu anche la concezione teologico-politica di Sant’Agostino ad aver influenzato il progetto di Carlo:
«Lui era convinto di avere una missione affidatagli da Dio: costruire la Città di Dio sulla terra. Questa idea, però, a mio parere, divenne chiara solo ad un certo punto della sua vita, e cioè nel momento in cui il papa lo chiamò in aiuto contro i Longobardi. Non è nemmeno chiaro se l’iniziativa dell’incoronazione ad imperatore in quel Natale dell’800 d.C. sia partita da Carlo o da papa Leone III, ma certo è che, per i contemporanei, rappresentò una specie di affrancamento dell’Occidente dalla “tutela” dell’Impero di Bisanzio, con il quale non ci si sentiva più molto in sintonia.»
Nelle intenzioni di Carlo, quella avrebbe dovuto essere la resurrezione della “Santa Romana Repubblica”, e se le circostanze lo avessero consentito, avrebbe messo le mani anche sull’Impero d’Oriente sposando la “basilissa” Irene. Di fatto, però, e agli occhi dei posteri, il suo Impero aveva ben poco a che fare con quello che conobbe Augusto:
«Come dice molto bene Alessandro Barbero nel suo saggio Carlo Magno. Un padre dell’Europa, la differenza sostanziale sta nel ruolo del Mediterraneo: per Augusto era il centro del suo impero, per Carlo invece una frontiera. E non poteva essere altrimenti, dato che nell’VIII secolo i tre quarti delle terre che vi si affacciavano, dall’Anatolia fin quasi alla Spagna, erano sotto il controllo degli Arabi. Quello di Carlo non è dunque un’impero mediterraneo, ma un’impero europeo, e in questo senso possiamo dire che Carlo sia stato certamente non l’unico, ma uno di coloro che ha gettato le basi per il concetto di “Europa”
Una “nuova edizione” dell’Impero Romano, che comunque andava dall’Atlantico fin oltre il Reno, e da Benevento quasi fino alla Danimarca; e un territorio così vasto andava tenuto insieme in modo efficace, altrimenti sarebbe immediatamente crollato.
«Quella di Carlo fu veramente una strategia geniale,» commenta Fabio Piemonte. «Riassumendo in una battuta si potrebbe dire “una federazione di popoli guidata dall’imperatore“: le Contee e le Marche fondate dall’Imperatore si inserirono in una situazione già esistente, il governo dei signori locali cui i popoli dei diversi territori si erano affidati per avere protezione, ma lui si riserva il diritto di controllarli per mezzo dei Missi Dominici, e di sostituirli alla loro morte o in caso di cattivo governo. Inoltre, in tutto l’Impero si commerciava con la stessa moneta (la libbra o lira), si osservavano le stesse leggi (i capitularia), si professava una sola fede, quella cattolica (con una liturgia uniforme, in Latino) e si utilizzava, sia per i libri sia per gli atti notarili, una sola scrittura (la minuscola carolina)
Su questi due ultimi punti vale la pena di fermarsi un attimo, perché furono due aspetti molto importanti per Carlo, praticamente il collante con cui riuscì a tenere insieme il tutto almeno per un’altra generazione.
È universalmente nota la Scuola Palatina da lui fondata nel 782, con lo scopo di istruire i futuri funzionari imperiali e i chierici, diretta da un autentico luminare dell’epoca, il monaco anglosassone Alcuino di York, e ospitò intellettuali del calibro di Teodulfo d’Orleans, Paolo Diacono e Paolino d’Aquileia. Ma non solo.
«Carlo ebbe l’intelligenza di capire l’enorme potenziale dell’Ordine benedettino dal punto di vista culturale,» sottolinea Fabio Piemonte. «Frequenti sono le esortazioni, nelle sue lettere ai vari abati, di insegnare bene il Latino ai propri chierici perché la gente, durante la messa, non capisse una cosa per un’altra. Fino al decreto del 797, nel quale ordinava di istituire scuole presso i conventi e le cattedrali, in cui i fanciulli potessero imparare a leggere, il computo e la grammatica latina; lo stesso decreto stabiliva inoltre di trascrivere in Latino corretto salmi e canti, perché spesso si pregava male a causa dei libri scorretti.»
In questo decreto è sottinteso un altro messaggio: l’imperatore deve occuparsi non soltanto del corpo, ma anche delle anime dei suoi sudditi. Anche in ciò Carlo vuole porsi in continuità con l’Impero Romano, attribuendosi in qualche modo la qualifica di pontifex maximus che, a partire da Augusto, era stata prerogativa dei suoi successori. E questo implica uno strano rapporto con il papa, che Fabio Piemonte tiene ad evidenziare:
«Carlo si poneva come difensore degli interessi del papa, ma al tempo stesso pretendeva di avere più autorità di lui, anche in questioni teologiche. Infatti, più di una volta, mise le mani in affari che, teoricamente, avrebbero dovuto riguardare il papa: ad esempio, quando dispose che tutti i chierici che celebravano messa dovessero vestire l’abito liturgico, perfino gli ostiari, gli ultimi nella scala degli ordini minori; o nel momento in cui stabilì che il Credo, prima recitato soltanto in occasione del proprio battesimo, dovesse essere parte integrante della messa della domenica. Addirittura, in una lettera a Leone III, Carlo scrisse esplicitamente che “Spetta a noi con l’aiuto della divina pietà, all’esterno difendere con le armi dovunque la santa Chiesa di Cristo dalle invasioni pagane e dalle devastazioni degli infedeli, all’interno fortificarla con la maggior conoscenza della fede cattolica“; e dunque il papa si trovava ad essere, per forza di cose, una figura subalterna».
Il fatto curioso è che, ad Aachen (l’antica Aquisgrana) e in generale in Francia, Carlo Magno è venerato come santo, sebbene la Chiesa non lo abbia mai riconosciuto ufficialmente come tale. Fa venire in mente un po’ la “divinizzazione” di Ottaviano ufficializzata dopo la sua morte, che da quel momento in poi sarebbe stato ricordato come Divus Augustus, “Augusto il dio”.

San Giovanni Evangelista, miniatura su pergamena purpurea - "Evangeliario dell'Incoronazione", ritrovato nella tomba di Carlo Magno - Aquisgrana, 793,  - Vienna, Kunsthistorisches Museum.

San Giovanni Evangelista, miniatura su pergamena purpurea – “Evangeliario dell’Incoronazione”, ritrovato nella tomba di Carlo Magno – Aquisgrana, 793, – Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Di quale patria dunque furono padri questi due uomini così diversi eppure così simili?
La verità, forse, è che Augusto fu uno dei padri della civiltà occidentale, e Carlo Magno uno dei padri dell’Europa.

Per saperne di più:
Daniele Leoni, Augusto. Il Triumvirato, Verona, Dielle Editore, 2014;
Alessandro Barbero, Carlo Magno. Un padre dell’Europa, Bari, Laterza, 2006.

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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2 risposte a Augusto e Carlo Magno – due “patres patriae” per un solo impero?

  1. Molto interessante. Carlo Magno sapeva benissimo che per opporsi all’impero bizantino doveva allearsi con il papa al quale offerse protezione in cambio del ‘riconoscimento’ come imperatore. Ed essendo i popoli e territori conquistati così eterogenei, ebbe la grande intuizione di prendere, ed imporre, la religione, cattolica, come elemento di unione. Vedi anche il mio articolo
    https://nicolettadematthaeis.wordpress.com/2013/06/09/carlo-magno-un-santo/#more-987

    Buona giornata

    • Mercuriade ha detto:

      Veramente non è nemmeno chiaro se Carlo volesse sul serio opporsi all’Impero d’Oriente, nei suoi rapporti con Bisanzio mantenne sempre un atteggiamento di grande prudenza. Poi, nell’VIII secolo, non c’era bisogno di imporre un granché, dato che la stragrande maggioranza dell’Europa dell’epoca era di fatto già cristiana, anche se alcune cose andavano ancora messe in chiaro. C’erano, naturalmente, le eccezioni, come i Sassoni, ma il massacro che seguì la loro sconfitta era all’ordine del giorno, ed era il destino normalmente riservato ai vinti in una società guerriera e brutale; aggiungiamo che fu la fine di una guerra durata trent’anni, e, nella concezione altomedievale della guerra, tutto ciò era proporzionale alla durata del conflitto.

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