Anatomia (non autopsia) di Dante

Qualche anno fa, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, nell’ambito di una serie di pubblicità che erano altrettante parodie della storia d’Italia, comparve sugli schermi televisivi anche questa, dedicata all’Inferno di Dante, protagonisti Neri Marcoré, Marco Mazzocca e Francesco Panofino; e molte facce si dipinsero di scuro. Come per un’altra pubblicità, che stampava l’ultimo verso del XXXIII canto del Paradiso, la chiave di lettura di tutto il poema, «L’amor che muove il sole e l’altre stelle»… su un rotolo di carta igienica!
Alcuni gridarono allo scandalo: come si osava trascinare nel fango il Sommo Poeta in questo modo? Non solo, strumentalizzarlo per qualcosa che più consumistico non si può, una pubblicità, e rischiando così di farlo rivoltare nel sepolcro?
La Commedia, per alcuni, dovrebbe essere materia per filologi, storici e linguisti, accuratamente chiusi in una biblioteca o in una sala conferenze per evitare “infezioni” dal mondo di fuori. Andrebbe trattata con le pinzette e con i guanti sterili, anche quando la si porta in “pubblica autopsia” (con tanto di parafrasi e disquisizione sull’interpretazione di ogni virgola) nelle scuole e nei teatri.

Forse l’Alighieri si rivolterebbe nel sepolcro più a vedere l’opera della sua vita chiusa in una camera sterile e dissezionata: questo perché solo ciò che è morto si disseziona. Le cose vive, inevitabilmente si sporcano; e molti illustri lettori della Commedia, del calibro di Ungaretti, hanno sottolineato che Dante è arrivato sì in Paradiso, ma con il letame sotto le scarpe. Nel suo viaggio esistenziale attraverso tutti gli aspetti dell’umano e del divino, Dante si sporca non soltanto di tutto ciò che di più ripugnante possa esistere nell’uomo (dalla lussuria al tradimento, passando per sangue, corruzione, avidità, desiderio di potere…), ma anche delle piccole cose: la fatica del lavoro di un contadino, l’avventura di un pellegrino, l’accento di una voce che tradisce una provenienza diversa da quella toscana, il dolore di un malato, il piacere di ascoltare della buona musica, la sfrenata allegria delle feste comandate.
All’epoca di Dante, la Commedia, o almeno alcune sue parti, erano roba popolare, alla portata di tutti, tanto che una novella di Franco Sacchetti racconta come l’Alighieri avesse quasi preso a legnate un facchino perché cantava i suoi versi nonostante fosse stonato come una campana.
E allora, perché non recuperare questa quotidianità che ha reso la Commedia un’opera immortale e sempre attuale? A parte le esagerazioni, come il videogioco e relativo film, nel quale il Sommo Poeta diventava una specie di Beowulf, la domanda resta: perché non togliere i suoi versi dalle sale conferenze e portarli in strada, tra la gente, quella che l’autore ha voluto protagonista della sua opera? Perché anche il lavoro di studio sulla Commedia non dovrebbe esser pensato come anatomia, invece che come autopsia? Sarà per questo che gli studenti quasi la detestano a leggerla per come viene presentata sui banchi di scuola, mentre invece le letture di Benigni o l’Inferno alle Grotte di Pertosa spopolano?
Volando un tantino più basso, le Quattro Giornate di Dante organizzate a Salerno dal Teatro Nuovo in collaborazione con la Società Dante Alighieri, dall’11 al 14 marzo 2014, e che videro i versi del Sommo Poeta “sporcarsi” di musica, di danza, e perfino di una lettura di alcuni canti in lingua napoletana, registrarono un successo spettacolare, in particolare tra gli studenti.

Il 13 gennaio scorso, invece, la stessa Società Dante Alighieri ha organizzato, nella la sua sede presso il Teatro delle Suore Ancelle del Sacro Cuore in Via dei Mercanti a Salerno, un incontro con una tematica decisamente insolita: Dante e la medicina.

Dante e Virgilio nel Purgatorio - miniatura dal Purgatorio della Divina Commedia Egerton - Bologna, 1340 ca.

Dante e Virgilio nel Purgatorio – miniatura dal Purgatorio della Divina Commedia Egerton – Bologna, 1340 ca.

La presidente della sezione salernitana della Società, la prof.ssa Pina Basile, e il prof. Giuseppe Lauriello, medico, storico della medicina e grande esperto della Scuola Medica Salernitana (della quale ha tradotto molti testi finora inediti) hanno fatto una vera e propria anatomia (non autopsia) della Commedia, partendo dalla prima terzina dell’VIII canto del Purgatorio:

Era già l’ora che volge il disio
ai naviganti, e intenerisce il core
lo dì ch’han detto ai dolci amici addio;

E che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano,
che paia il giorno pianger che si more.

“I versi della nostalgia”, hanno detto in tanti; i versi che sembrano anticipare il Romanticismo, con il loro carico di tristezza e sentimento. Versi che ad una lettura più attenta, però, rivelano come Dante fosse un profondo conoscitore non solo delle anime, ma anche dei corpi, o meglio di quello che alla sua epoca si sapeva dei corpi.
Quello che Dante sta descrivendo, infatti, è lo stato d’animo definito dai suoi contemporanei “melanconia“, determinato proprio dalla prevalenza rispetto al sangue, alla bile gialla e alla flemma, della melancolia, la bile nera, l’umore che risiede nella milza.

Malato di febbre quartana - miniatura dal Post Mundi Fabricam di Ruggiero da Frugardo - Francia, 1° quarto del XIV sec. - Londra,  BL.

Malato di febbre quartana – miniatura dal Post Mundi Fabricam di Ruggiero da Frugardo – Francia, 1° quarto del XIV sec. – Londra, BL.

D’altronde, l’intera Commedia è disseminata di indizi che Dante la sapesse lunga in fatto di medicina: non solo l’autore incontra direttamente qua e là i grandi maestri di medicina del passato e del presente, ma soprattutto l’Inferno è disseminato di particolari medici e anatomici ben precisi, tanto precisi che sembra di vederli.
Ad esempio, nel XVII canto, quando racconta la sua fifa blu al solo pensiero di salire in groppa al demone Gerione perché porti lui e Virgilio dall’altra parte della ripa scoscesa, Dante fa una descrizione perfetta dei sintomi della “quartana”, la malaria:

Qual è colui, ch’ha sì presso il riprezzo
della quartana, ch’ha già l’unghie smorte
e triema tutto, pur guardando il rezzo,

tal divenn’io alle parole porte.

Chirurgo e paziente - miniatura dal Post Mundi Fabricam di Ruggiero da Frugardo - Francia, 1° quarto del XIV sec. - Londra,  BL.

Chirurgo e paziente – miniatura dal Post Mundi Fabricam di Ruggiero da Frugardo – Francia, 1° quarto del XIV sec. – Londra, BL.

Un vero e proprio manuale di sintomatologia si rivela il XXX canto, la bolgia dei falsari, coloro che ora sono deformati dalle malattie come in vita hanno deformato cose e persone. Qui troviamo un’analisi molto vivida e intensa dell’ultimo stato della malaria, e del puzzo acuto che emana il loro sudore:

per febbre acuta gittan tanto leppo.

Non solo, questo canto è pieno di termini tecnici e di descrizioni precise: l’anima di Mastro Adamo, ad esempio, un famoso falsario contemporaneo di Dante, è affetta da idropisia. L’autore usa proprio questo termine specifico, e descrive il suo aspetto con una ricchezza di dettagli degna di un medico:

Io vidi un, fatto a guisa di leuto,
pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.

La grave idropesì, che sì dispaia
le membra con l’omor che mal converte,
che ’l viso non risponde a la ventraia,

facea lui tener le labbra aperte
come l’etico fa, che per la sete
l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.

Più chiaro di così, Dante non poteva essere. Una descrizione perfetta dei sintomi dell’idropisia, quella che noi oggi chiamiamo ascite, un versamento di liquido nell’addome: ventre gonfio, volto emaciato, labbra livide. E non solo dipinge i sintomi della malattia con un uso di immagini molto vivide, ad esempio paragonando la forma del ventre di Mastro Adamo ad un liuto, ma spiega perfino quella che, secondo la medicina del suo tempo, ne è la causa: la flemma, l’umore prodotto dal cervello, che non riesce ad essere assorbita dal fegato, e allora si riversa nel ventre. Non contento, Dante aggiunge un dettaglio in più: ad un certo punto scoppia una rissa tra Mastro Adamo e Sinone (il Greco che, a forza di menzogne, convinse i Troiani a portar dentro il famoso cavallo di legno pieno di armati, provocando così la distruzione della città), e quest’ultimo

col pugno li percosse l’epa croia.
Quella sonò come fosse un tamburo;

Ed effettivamente, quando si percuote il ventre di un idropico in posizione verticale, il suono che ne viene fuori è quello di un tamburo.
Nel XXIV canto, poi, il girone dei ladri, leggendo la punizione di Vanni Fucci, nobile dei guelfi neri colpevole di aver saccheggiato la cattedrale di Pistoia, sembra di leggere l’analisi di un attacco di epilessia:

E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,

quando si leva, che ’ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:

Non solo la “fotografia” dell’attacco, dunque, ma anche le cause, e il poeta ci mette sia quella diffusa al livello popolare (possessione del demonio) sia quella conosciuta dai medici (ostruzione dei ventricoli cerebrali, come specifica anche il medico salernitano Giovanni Plateario).

Chirurgo e paziente - miniatura dal Post Mundi Fabricam di Ruggiero da Frugardo - Francia, 1° quarto del XIV sec. - Londra,  BL.

Chirurgo e paziente – miniatura dal Post Mundi Fabricam di Ruggiero da Frugardo – Francia, 1° quarto del XIV sec. – Londra, BL.

Per non parlare del XXVIII canto, dove sembra davvero di assistere ad un’autopsia: la nona bolgia, in cui sono puniti i seminatori di discordie, mutilati e squartati dalle stesse divisioni che seminarono in vita. La descrizione è precisa e molto cruda: Maometto tagliato in due dal mento fino all’ano, Pier da Medicina con la gola squarciata e il naso e un orecchio mozzati, il poeta provenzale Bertran de Born che ha in mano la propria testa…
A questo punto, la domanda sorge: come fa Dante a sapere tutto questo?
Sappiamo che, per ragioni politiche, l’Alighieri era iscritto alla potentissima Corporazione dei Medici e degli Speziali, ma sappiamo anche che era stato allievo nientedimeno che di Brunetto Latini, uno dei più grandi filosofi della natura del suo tempo, il quale, tra i suoi interessi di filosofia della natura, annoverava anche la medicina e la farmacia.
Sappiamo anche che Dante aveva frequentato l’ambiente dell’Università di Bologna, nata come specializzata nel diritto, ma dove proprio in quegli anni i suoi maestri di medicina stava dando vita ad una vera e propria scuola, quella bolognese, ispirata agli insegnamenti della Scuola Medica Salernitana, e che nei due secoli seguenti avrebbe avuto una fortuna enorme. In quegli anni, per giunta, proprio a Bologna stava prendendo piede la pratica delle lezioni di anatomia attraverso la dissezione dei cadaveri, previo naturalmente permesso dell’autorità ecclesiastica. Dante può benissimo essere entrato in contatto con questo mondo in fermento, e aver conosciuto uno dei pionieri di questo modo di insegnare l’anatomia, Mondino de’ Liuzzi, del quale tra l’altro era stata chiesta più volte la consulenza dalle autorità giudiziarie in veste di medico legale. Dante può aver assistito a qualcuna di queste autopsie pubbliche, che costituivano veri e propri eventi, e il ricordo dei corpi squartati può esser rimasto talmente vivo in lui da ritornare nei suoi versi.

Consulto medico - miniatura dal "Circa Instans" di Matteo Plateario - Francia, 1° quarto del XIV sec. - Londra,  BL.

Consulto medico – miniatura dal “Circa Instans” di Matteo Plateario – Francia, 1° quarto del XIV sec. – Londra, BL.

Per certo sappiamo comunque che l’Alighieri era grande amico di Taddeo Alderotti, un autentico luminare della medicina del tempo, anche lui maestro a Bologna, il quale tra le altre cose tradusse in volgare l’Etica di Aristotele. I suoi commenti a Ippocrate e Galeno e i suoi Consilia (“Consulti”) dipingono un personaggio molto attento all’osservazione dei sintomi e che non si fa scrupoli nello scomodare il metodo aristotelico per individuare la causa di una malattia. Un luminare che sapeva fin troppo di esserlo: le cronache riportano le sue parcelle esorbitanti, di solito 50 fiorini (175 g d’oro zecchino, per intenderci), e che, chiamato al capezzale del morente papa Onorio IV, ne pretese il doppio.
Dante lo aveva molto in stima, tanto da nominarlo nel XII canto del Paradiso come l’emblema stesso della professione medica; il nome di Taddeo era comparso già nel Convivium, con l’appellativo, non casuale, di ipocratista, cioè seguace della dottrina di Ippocrate, e che costituiva il pilastro della Scuola Medica Salernitana, basata sulla corrispondenza tra il cosmo e l’uomo, e dunque dei quattro elementi del cosmo (aria, acqua, fuoco, terra) con i quattro umori del corpo umano (sangue, flemma, bile gialla e bile nera).

Consulto medico - miniatura dal "Circa Instans" di Matteo Plateario - Francia, 1° quarto del XIV sec. - Londra,  BL.

Consulto medico – miniatura dal “Circa Instans” di Matteo Plateario – Francia, 1° quarto del XIV sec. – Londra, BL.

Ecco come l’ora del tramonto volge al disio: il calare del sole, cioè l’approssimarsi del buio, corrisponde nel cosmo all’elemento della terra, e dunque è l’ora in cui nel corpo umano prevale la bile nera, provocando, tra le altre cose, ansia, paura e tristezza. Con il sorgere del sole, invece, la luce provoca l’aumentare del sangue, e dunque migliora l’umore.
Il prof. Lauriello, in quanto medico, però, sottolinea una cosa: noi uomini del XXI secolo, che ci fidiamo solo di numeri e principi attivi, possiamo anche sorridere di queste teorie, ma, nella loro sostanza sono esatte. Corrisponde a ciò che la medicina moderna chiama ritmo circadiano, una specie di “orologio fisiologico” della durata di 24 ore durante il quale variano parecchie cose: il sonno, la pulsazione cardiaca, l’attività elettrica del cervello, le secrezioni ormonali, la temperatura corporea… E questo non solo nel nostro corpo, anche nelle piante e negli animali. In sostanza, come Ippocrate aveva in qualche modo intuito, noi, come il mondo che abbiamo intorno, viviamo di ritmi. Tra ciò che muta in noi durante l’arco della giornata ci sono anche le secrezioni ormonali come la dopamina e la serotonina, soprattutto in base alla luce del sole: gli ormoni del nostro cervello vengono prodotti in gran quantità al mattino, rendendoci pronti per affrontare la giornata, e cominciano a diminuire con il calar della sera.
Dante dunque, nella Commedia, il viaggio esistenziale in cui squaderna (per usare le sue parole) l’umano e interna il divino per ritrovare Beatrice, il miracolo perduto, non disdegna niente, nemmeno il corpo umano, i meccanismi che lo governano e le malattie che lo piagano, il sudore e il sangue. Più sporca e viva di così…

Articolo pubblicato su Citizen Salerno – Dante Alighieri e la medicina: analisi dell’interessante convegno salernitano.

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Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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