Borsa di Paestum, capitolo terzo: alle radici dell’uomo

Eva di fronte a Eva...

Figlia di Eva.

Nel Medioevo, quando si voleva dire “ai tempi dei tempi” si diceva “al tempo in cui Adamo vangava ed Eva filava“; e ad Adamo ed Eva il pensiero di chiunque correva subito quando capitava di pensare ai primi uomini.
Chissà se la cosa sarà venuta in mente anche al nostro abate Radoaldo quando, dal 31 ottobre al 1 novembre (proprio per la festa di Ognissanti e relativa vigilia, guarda un po’…) la Gens Langobardorum ha rinnovato il suo appuntamento con la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum spegnendo così la sua seconda candelina, e, sullo sfondo del “Tempio di Cerere” (una chiesa nell’VIII secolo, «un tempio è come il maiale, non si butta niente», parola dell’abate), si è trovata stretta tra Ponzio Pilato e i suoi soldati (la “Legio I Italica“) e il Progenitori con l’immediata discendenza (la “Compagnia del Cinghiale Bianco“).
È vero che i “barbari” Neolitici ricoperti di pellicce ci avevano già tenuto compagnia l’anno scorso, ma allora erano tutti uomini (e noi tutte donne…), e per giunta accampati agli angoli opposti della Terra; ora eravamo vicini “di territorio”, forniti di entrambi i sessi e per giunta con un uomo di Dio al seguito!

L'arciere Airolfo e lo sciamano si sfidano in una gara di tiro con l'arco.

L’arciere Airolfo e lo sciamano si sfidano in una gara di tiro con l’arco.

Certo anche loro avevano uno sciamano, custode del magico segreto del grammelot, la lingua dei Progenitori che nemmeno l’imperatore Federico II, con il suo sciagurato esperimento, riuscirà a scoprire, ma noi abbiamo sempre quegli almeno 6000 anni di vantaggio, Anno Zero compreso!
Se dunque ad un Longobardo fosse comparso di fronte un uomo non vestito che di pelli di animali, o una donna i cui soli ornamenti sono fatti di conchiglie, a chi avrebbe creduto di trovarsi davanti? Risposta scontata: Adamo ed Eva.

Adamo, ovvero Fabrizio.

Adamo, ovvero Fabrizio.

In effetti, gli uomini del Medioevo, alto o basso che fosse, anche chi non sapeva leggere né scrivere, avevano una familiarità con questa storia che noi, tutto sommato, abbiamo perso. Noi li abbiamo inchiodati in un solo fotogramma: quello della Caduta, del Peccato Originale, con al centro l’Albero della Conoscenza su cui ammicca il Serpente, ed Eva che porge la “mela” ad Adamo, il frutto che Dio aveva raccomandato loro di non toccare. Su questo fotogramma si sono fatti infiniti ricami, lo troviamo dappertutto, in tutte le salse, compresa quella piccante della satira e del fumetto, in cui c’è anche spazio per riferimenti maschilisti o femministi, a seconda di come lo si rigira.

Eva, ovvero Agnese.

Eva, ovvero Agnese.

Anche nel Medioevo la storia di Adamo ed Eva è dappertutto, nella letteratura, nelle miniature dei manoscritti, negli affreschi delle chiese, nelle sculture e nei capitelli delle cattedrali, nei reliquiari di metallo o d’avorio, ma è una storia dinamica, non statica. Certo, passa anche per il momento terribile della disobbedienza, quando queste due creature, plasmate direttamente da Dio e immensamente amate, che avevano tutto quello che serviva loro a portata di mano, che avrebbero potuto essere felici, senza ombra alcuna, per l’eternità, perdono tutto questo in un attimo, cedendo all’inganno del Serpente di poter essere loro déi di se stessi, di poter stabilire loro cos’è il bene e cos’è il male.
La storia, però, non finisce qui. In tutte le raffigurazioni medievali del racconto della Genesi, nessuna esclusa, dopo che l’angelo con la spada di fuoco, per quella disobbedienza, li caccia dal Paradiso Terrestre, troviamo Adamo ed Eva, vestiti di pelli di animali, intenti nel lavoro: in genere Adamo zappa la terra, Eva ha in mano il fuso e fila. Tutto quello che prima avevano gratis, ora devono guadagnarselo con il lavoro.

Storie di Adamo ed Eva - miniatura dalla Prima Bibbia di Carlo il Calvo, Saint-Martin di Tours, IX sec. - Parigi, BnF.

Storie di Adamo ed Eva – miniatura dalla Prima Bibbia di Carlo il Calvo, Saint-Martin di Tours, IX sec. – Parigi, BnF.

In pratica, Adamo ed Eva, con il loro lavoro, hanno fatto penitenza per tutta la vita: e questo la tradizione, a partire dai Padri come San Gregorio Magno e San Giovanni Crisostomo, ci tiene a sottolinearlo. La Chiesa d’Oriente li venera come santi: quella latina non è arrivata a tanto, ma li ha sempre considerati, dalla Caduta in poi, un uomo e una donna dalla vita tutto sommato esemplare. Costretti a dover lottare per sopravvivere, contro un mondo ora a loro ostile, con pazienza e sacrificio riescono a mettere in piedi e a portare avanti una famiglia, il che non è poco: a loro tocca perfino uno dei dolori più grandi che si possano immaginare, quello di dover seppellire il figlio Abele, per giunta ucciso dal fratello. Bernardo di Chiaravalle dedica loro una pagina bellissima delle sue Lodi della Vergine Maria, che inizia con un significativo «Rallegrati, padre Adamo, ma soprattutto esulta tu, o madre Eva», indicandoli, con uno dei suoi soliti giochi di parole, non solo come “causa della rovina” (peremptores) del genere umano, ma anche come suoi “genitori” (parentes). E proprio in quanto capostipiti dell’intero genere umano sono loro i primi beneficiari della redenzione di Cristo: soprattutto nell’arte orientale è molto diffusa l’icona dell’Anastasi, in cui Gesù prende per mano Adamo ed Eva e li tira fuori dagli inferi, insieme ad Abramo, Mosé e tutti i giusti dell’Antico Testamento, e ridona loro quel rapporto così diretto con Dio che il loro peccato aveva interrotto.

Anastasi - miniatura dall'Exultet di Bari, XI sec. - Bari, Museo Diocesano.

Anastasi – miniatura dall’Exultet di Bari, XI sec. – Bari, Museo Diocesano.

Il clima rilassato e il piacere dello stare insieme sono secondo me un ottimo terreno per meditabondazioni varie che possono andare anche al di là della rievocazione, e che toccano corde più profonde. Nel mettere piede nel campo dei neolitici a Paestum ho pensato ad una persona qualsiasi del periodo longobardo, o più in generale dell’Alto Medioevo, che entrasse anche nella più insignificante chiesetta di campagna, e vedesse affrescata sulle pareti la vicenda di Adamo ed Eva. A loro non importava niente di questioni storiche o filologiche, importava il succo, ciò che questa storia poteva significare per la propria vita. Guardavano quei riquadri, e cosa vedevano? Un uomo e una donna che lavoravano, che mandavano avanti una casa, che generavano e crescevano figli, proprio come loro.
Guardavano queste immagini e ascoltavano dal pulpito le conseguenze dell’inganno in cui quei due si erano fatti trascinare: «Moltiplicherò le pene e i travagli delle tue gravidanze, nel dolore partorirai i tuoi figli»; e proprio io, poi, che in quegli stessi giorni maledicevo il mio essere donna per quel piccolo ma così doloroso inconveniente mensile che Trotula chiamava molto elegantemente “fiori”! E doveva suonare ancor più dannatamente familiare ad un contadino dell’epoca il resto: «sia maledetta per causa tua la terra! Nel dolore e con fatica ricaverai da essa il nutrimento per tutti i giorni della tua vita, e la terra di darà spine e tormenti. Mangerai l’erba dei campi, e col sudore della tua fronte guadagnerai il tuo pane; fino a che non tornerai alla terra, perchè dalla terra sei stato tolto: sei polvere, ed in polvere ritornerai!» Chi poteva saperlo meglio di loro, che tutte le sante mattine si alzavano ancora prima del canto del gallo e si spaccavano la schiena nei campi per sfamare la propria famiglia, su una terra che non sempre garantiva un raccolto abbondante, o che rischiavano di continuo di perdere pecore o galline per colpa di lupi, faine e volpi?
Udivano anche, però, il grido di gioia di Eva nel vedere nato il suo primogenito: «Ecco, per volontà di Dio, ho dato la vita a un uomo!» e ripensavano ai bambini che riempivano con i loro giochi anche la più misera delle fattorie.
In fondo, chi erano, Adamo ed Eva? Esseri umani, come loro.

Riposo e nostalgia...

Riposo e nostalgia…

Anche una donna viziata del XXI secolo come me, andando alle radici, ad “Adamo ed Eva”, può sentire molto più forte la comune miseria e grandezza dell’essere uomini. Non so se sia stata anche l’impressione degli altri ragazzi della Gens, ma ho sentito aleggiare attorno a quelle pelli di lupo e a quelle conchiglie che le loro mani trasformavano in ciondoli, la nostalgia del paradiso perduto: basta un niente, anche condividere la seccatura di un mal di schiena persistente, per ricordarsi di essere soltanto “polvere”. Mettendomi nei panni di una donna dell’Alto Medioevo, e dunque di gente che aveva sempre la Bibbia in testa, una citazione in particolare è salita alla mia: «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi
C’è stato, però, un momento molto emozionante, e non solo per me: Agnese, la “Eva” dall’acconciatura di conchiglie, si era immedesimata talmente nella parte di neolitica da girare attorno ai visitatori con l’espressione ad un tempo incuriosita e sospettosa degli uomini delle Bahamas quando videro per la prima volta Cristoforo Colombo, maneggiando occhiali e cellulari con l’aria di chiedersi cosa diavolo fossero e spaventandosi al bagliore di una macchina fotografica. Arrivato il mio turno, io l’ho preceduta mostrandole il palmo della mia mano, i miei occhi fissi nei suoi; dopo un attimo di esitazione, lei ha poggiato il suo palmo contro il mio, e si è abbassata fino a terra, come inchinandosi. Io, non so se per istinto o cosa, mi sono abbassata insieme a lei, per poi rialzarmi nello stesso suo istante, quasi non fossimo che una sola donna riflessa in uno specchio.
E invero ci specchiavamo l’una nell’altra, almeno ai miei occhi: io, figlia di Eva, dinnanzi alla mia progenitrice, donna come me, capace di combinarne una dietro l’altra come me, ma anche di fare tre cose, che solo i figli di Adamo ed Eva possono fare, pensare, sentire e amare. O, per dirla alla medievale, «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato».

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Informazioni su Mercuriade

Buongiorno a tutti! Sono un'aspirante paleografa con la vocazione per la scrittura e il pallino del Medioevo e delle sue storie. Amo la lettura, la buona musica, la poesia, la filosofia, l'arte, il cinema: in breve, qualunque espressione del buono, del bello e del vero. Nel 2011 ho vinto l'VIII edizione del premio letterario "Il racconto nel cassetto" con il racconto "Il Tamburo delle Sirene", pubblicato dalla Centoautori in "Il Tamburo delle Sirene e altri racconti" (2012). Ho collaborato con il sito di Radio CRC e ora collaboro con il giornale on-line "Citizen Salerno" e con la rivista on-line "Rievocare". Faccio parte del gruppo di living history "Gens Langobardorum" e sono membro di varie associazioni culturali tra cui la "Veritatis Splendor" e la "Felix".
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